Il racconto del Cagliari: si è dato tutto, ma quel tutto sembra pochissimo.

di Daniele Madau

Foto della detentrice dei diritti Ansa

Unipol Domus, 18ma giornata/ CAGLIARI – INTER 0-3 (0-0)

CAGLIARI (4-3-2-1): Scuffet; Zappa, Mina (46′ Wieteska), Luperto, Obert (59′ Marin); Zortea, Gaetano (59′ Pavoletti), Augello; Adopo, Makoumbou (72′ Viola); Piccoli (84′ Felici).  . All.Nicola.

INTER(3-5-2): Sommer; Bisseck, De Vrij, Bastoni; Dumfries, Barella (73′ Zielinski), Calhanoglu (79′ Asllani), Mkhitaryan (79′ Frattesi), Dimarco (73′ Carlos Augusto); Thuram (79′ Taremi), Lautaro. All. Inzaghi.

ARBITRO: Daniele Doveri (Roma 1).

GOL: 54′ Bastoni (I), 70′ Lautaro (I), 78′ rig. Calhanoglu (I).

ASSIST: 54′ e 70′ Barella (I).

SPETTATORI: 16.500- Tutto esaurito

Non è semplice scrivere di Cagliari- Inter dopo aver visto, trasmesso un paio di sere fa in tv, il film ‘Nel nostro cielo un rombo di tuono’. Su Riva. Sul Cagliari dello scudetto. Sulla Sardegna. Ma, soprattutto,  su un mondo che non c’è più e di cui, forse, son rimasti solo i retaggi peggiori, anche nel calcio.

Ho iniziato a scrivere al 70mo, quando Barella,  il grande ex, esce, fischiato: forse negli epici anni ’70 non sarebbe successo, perché i campioni si rispettavano o, forse, perché un giovane campione sardo non avrebbe lasciato Cagliari.

Si era sul 2-0, reti, nella prima parte del secondo tempo, di Bastoni e Lautaro, il redivivo. Poco dopo, il 3-0, su rigore di Chalanoglu. La sensazione è quella di un qualcosa di atteso e inevitabile,  nonostante si viva di speranze e di nostalgie di miracoli, spesso visti dagli spettatori durante la carriera di re Davide Nicola, che ha un passato taumaturgico.

In questa tiepida notte tra Natale e Capodanno,  tuttavia, tutto è prosaico per noi sardi in riva allo stagno di Molentargius: la poesia è in tribuna, dove siede Zola, e il desiderio di riscatto dall’Inter degli industriali, che solo per il gusto di non vedere Riva alla Juve aveva comprato il Cagliari con sprezzante sfoggio di denaro,  resta strozzato in gola.

Appeso a un primo tempo coraggioso, ordinato e benaugurante; agonizzante, però,  davanti ai primi colpi di classe degli avversari,  che potevano permettersi di sbagliare da un metro dalla linea di porta con Lautaro: ‘matador’ che, come scritto, poco dopo avrebbe ritrovato il goal dopo un mese e mezzo.

Sino alla resa finale, inevitabile, data la sproporzione in campo.

Come ripartire? Forse dal mercato,  che deve colmare lacune in ogni reparto. Dal carattere, perché ci ricordavamo un Cagliari abituato a lottare sino alla fine. Dall’allenatore? Ai dirigenti cagliaritani l’ardua sentenza.

Finisce tra i fischi, con la sensazione di aver dato tutto e che quel tutto sia pochissimo. Si contesta. Sarebbe successo nei tempi epici, quelli che ora vediamo solo nei film? Forse no ma, se ora siamo ancora qui,  è grazie a ciò che abbiamo costruito allora. È tempo di prosa e fango: torneranno i prati, tornerà la poesia?

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