Oltre il soffitto di cristallo: la sfida della parità di genere nel mondo del lavoro

di Marta Meloni

Il termine Gender gap indica il divario tra il genere femminile e quello maschile nel mondo. Questo fenomeno ha effetti su molti ambiti sociali, tra cui educazione e istruzione, occupazione, retribuzione e rappresentanza politica. Non solo, ha implicazioni nel limitare le opportunità individuali delle donne ma, ha anche un impatto negativo sull’economia e sullo sviluppo sociale, tanto da rappresentare una sfida complessa e multi-sfaccettata che richiede interventi coordinati a livello locale, nazionale e globale da parte di governi, settore privato e società civile. L’argomento è stato approfondito dalla sottoscritta, Marta Meloni, laureanda in Scienze e Tecniche Psicologiche con orientamento economia e lavoro.

Il Gender gap nel mondo del lavoro rappresenta una delle sfide più significative e persistenti nel panorama socioeconomico contemporaneo. Nonostante i progressi compiuti in termini di diritti e opportunità, le disparità di genere continuano a manifestarsi in diverse forme, tra cui differenze salariali, accesso a posizioni di leadership e opportunità di carriera. Secondo il Global Gender Gap Index (GGGI)2024, a livello globale è stato raggiunto un livello di equità pari al 68,5%. Ciò significa che per raggiungere la parità di genere sono necessari ancora 134 anni superando di gran lunga l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile del 2030. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), evidenzia che il Gender pay gap, indice della disparità salariale per il quale, a livello globale, le donne tendono a guadagnare meno rispetto agli uomini, anche in condizioni di parità di ruolo e competenze, rappresenta una delle maggiori ingiustizie all’interno del mercato del lavoro. Inoltre è stato dimostrato che un maggiore coinvolgimento femminile comporterebbe un aumento significativo del PIL globale. Nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea, nel 2022, la retribuzione lorda delle donne era inferiore al 12,7% rispetto a quella degli uomini. Inoltre, i settori Stem, come tecnologia, ingegneria e finanza tendono ad avere una presenza maschile dominante.

Le donne sono spesso sottorappresentate in ruoli di leadership. Questo fenomeno di segregazione verticale è stato descritto dalla scrittrice americana Marlin Loden nel 1978 con la metafora “glass ceiling” o soffitto di cristallo, con l’intento di descrivere tutte quelle barriere invisibili, tutti quei pregiudizi taciuti, impliciti e radicati nella cultura ma al contempo tangibili e insormontabili  che ostacolano la donna nell’espressione delle sue potenzialità nel mondo del lavoro e tutti quegli stereotipi di genere che persistono anche nei processi di assunzione, promozione e valutazione avendo un impatto negativo sulle sue opportunità di carriera.

Il genere, differentemente dal concetto di sesso che si riferisce a una distinzione biologica e anatomica, riguarda l’identità e non è altro che la costruzione sociale e culturale dei ruoli, delle norme e delle aspettative associate all’essere maschio o femmina. Il patriarcato, termine che  deriva dal greco patriarkhēs, che significa letteralmente “la legge del padre”, è stato determinante nel plasmare i ruoli tradizionali, rafforzando l’idea che gli uomini fossero naturalmente più adatti a un ruolo di capofamiglia e a posizioni di leadership e che le donne fossero più inclini a occupazioni che richiedono cura e sostegno, generando degli stereotipi di genere che si riflettono ancora oggi in processi di educazione e socializzazione. Quale istituzione sociale avrebbe potuto assicurare la continuità di un sistema così strutturato, se non il matrimonio? Infatti, secondo il diritto romano, il termine matrimonio, derivante dalla parola latina matrimonium, letteralmente significa “doveri di madre” proprio per enfatizzare l’importanza della finalità procreativa all’interno dell’unione. Secondo uno studio pubblicato da Science nel 2017, nota e prestigiosa rivista scientifica, le bambine, a partire dai sei anni, all’inizio della loro carriera scolastica, cominciano a perdere fiducia in loro stesse e tendono a ritenersi meno intelligenti e brillanti rispetto ai loro coetanei maschietti a causa di un’acquisizione precoce di nozioni stereotipate, che ne influenza interessi e aspirazioni. Nell’infanzia, uno dei contesti più emblematici in cui emerge il Gender gap, è quello delle attività ludiche. Infatti, il gioco, strumento di apprendimento fondamentale per lo sviluppo cognitivo e sociale, riveste un ruolo cruciale nella formazione delle identità di genere. Giochi tipicamente commercializzati per maschi, come costruzioni, automobiline, robot, puzzle e altri ancora, facilitano l’acquisizione di capacità visuo-spaziali, logiche di problem-solving e competenze connesse a materie STEM. D’altro canto, bambole, set da cucina e peluche, definiti prettamente giochi per femmine, espongono a un apprendimento differenziato verso competenze relazionali e comunicative e abilità sociali associate a professioni legate alla cura e al servizio. Queste rappresentazioni influenzano profondamente i bambini contribuendo a consolidare ruoli di genere rigidi: assorbono totalmente questi messaggi culturali, iniziano a pensare, ad agire, a modellare il loro futuro e a impostare percorsi di carriera in base ad essi.

I dati statistici forniti dell’Unesco ne danno conferma. Attraverso il report 2022- 2023, viene dichiarato che solo un terzo delle donne a livello mondiale è laureato in materie STEM. Questo è ciò che viene tecnicamente definito “Gender dream gap” secondo cui, sin dall’infanzia condizionamenti socioculturali plasmano le aspirazioni di carriera delle donne, stroncando sogni e ambizioni.

Il Gender gap nel mondo del lavoro non è solo una questione di numeri o statistiche ma riguarda soprattutto vite, aspirazioni e potenzialità inespresse.

Abbracciando la diversità e l’inclusione, possiamo plasmare un futuro in cui ognuno ha la possibilità di brillare e di esprimere appieno il proprio talento a prescindere dal genere. In questo scenario ideale, le diversità non sarebbe solo un valore aggiunto, ma la norma.

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