Giubileo 2025: la speranza che non delude. Una conversazione con Mons. Giuseppe Baturi.

di Cristiana Meloni

Nella settimana in cui si festeggiano i cinque anni di “La riflessione politica”, Cristiana Meloni ha intervistato S.E.R. Mons. Giuseppe Andrea Salvatore Baturi, Arcivescovo di Cagliari dal 2020, per esplorare il significato profondo del Giubileo. Un evento centrale, proposto dalla Chiesa ogni 25 anni, che non è solo un momento di riflessione per chi intraprende un cammino di fede, ma anche una straordinaria rilevanza storica, sociale e culturale. Indetto da Papa Francesco, il Giubileo del 2025 è accompagnato dalla bolla Spes non confundit (La speranza non delude), presentata il 9 maggio 2024 durante la cerimonia di consegna nell’atrio della Basilica di San Pietro in Vaticano. In occasione del quinto anniversario della testata, oltre all’intervista scritta, verranno proposti anche contenuti video esclusivi sul nostro sito e sul profilo Instagram, per offrire una visione più completa di questa riflessione e per condividere con i nostri lettori un approfondimento visivo del tema.

Qual è il significato profondo del Giubileo per la Chiesa, la società e la vita quotidiana di ciascuno di noi?

Nel suo significato più profondo, il Giubileo è un invito a un cammino di conversione personale e di cambiamento. Ogni venticinque anni, secondo la tradizione, la Chiesa lo propone con alcune caratteristiche fondamentali: la richiesta di riconciliazione, il pellegrinaggio come simbolo e realtà dell’uomo in cammino, e gli atti di misericordia a favore dei fratelli più bisognosi. L’incontro vivo con Dio diventa così occasione di trasformazione personale, ecclesiale e sociale. In questo contesto si recupera anche l’antichissima esperienza del Giubileo del popolo d’Israele, che implicava una riflessione su Dio come colui che sollecita un cambiamento sociale, attraverso la liberazione degli schiavi, la remissione dei debiti e la ridistribuzione della terra. Questo significa che l’incontro con Dio non può non tradursi in una revisione dei rapporti umani all’interno della società, soprattutto in termini di liberazione di chi è oppresso.

Cosa ha significato per lei vivere in gioventù un Giubileo? C’è un parola, un momento, qualcosa che è rimasta nel suo cuore e che l’ha accompagnata per tutto il suo cammino?

Ricordo in particolare i Giubilei del 2000 e del 2016, dedicato alla Misericordia. Mi è rimasta impressa un’idea fondamentale: il tema della porta e l’azione di varcarla. Quando una porta si apre, compare una soglia, un invito a fare un passo in più verso la liberazione, la riappropriazione della vita, la condivisione con i fratelli. Quel momento di misericordia, segnato dall’attraversamento della porta – grande simbolo di Cristo – ha rappresentato per me l’urgenza di avanzare sempre, di non fermarsi mai. L’idea della porta è inoltre legata a quella del pellegrinaggio: un cammino che simboleggia la Chiesa, ma anche ogni persona che si scopre viandante. C’è sempre una meta, ci sono compagni di viaggio, c’è qualcosa da raggiungere, una ragione per continuare a camminare. Mai stanchi, mai fermi, ma sempre pronti a riprendere il cammino anche dopo un inciampo.

La fede, allora, come cammino che si fa con gli altri e la fede come porta, da attraversare sempre.

Soffermandoci in particolare sulla speranza – faro che illumina la Chiesa nel cammino giubilare – cos’è per lei la speranza? Come la si può trovare e custodire in una realtà fatta di sfide e ingiustizie?

La speranza è una dimensione che accomuna tutti e che permette di condividere con i fratelli, a prescindere dal credo, un aspetto fondamentale: il rapporto con il futuro. È un legame profondo con gli interrogativi più intimi che muovono il nostro cuore. La speranza, infatti, è attesa, è desiderio di un bene futuro.

È la ragione per cui si fa politica, si organizza la propria vita, ci si sposa, si accoglie una nuova vita, si fanno sacrifici per le persone che si amano. Senza speranza non si può amare, perché l’amore ha bisogno della certezza di un futuro, di un compimento. Credo che, nonostante i tragici errori della storia, questa attesa di un bene appartenga all’essenza più profonda dell’uomo.

Il Papa, parlando della speranza, la identifica con il desiderio di felicità. Chi non desidera la felicità? Ma cosa la dona davvero? In che modo la si può raggiungere? E come condividerla con gli altri? Senza saper riformulare così il tema della speranza, non è possibile nemmeno amare, perché l’amore esige desiderio e attesa di un bene che si può realizzare e che non delude.

Anche la politica, in questo senso, ha bisogno di speranza: ha bisogno di saper disporre le risorse presenti in funzione di una visione futura. Senza questo respiro, senza una prospettiva che sappia orientare e organizzare le forze attuali, la politica si riduce a mera gestione o semplice amministrazione del potere.

Il perdono e l’esperienza di misericordia, altri temi centrali del Giubileo, come si possono declinare nella nostra vita quotidiana e, in particolare, in quella di chi è ferito dagli eventi o dalla propria storia personale?

Il Papa ha avuto un’intuizione molto importante: ci chiede di trasformare i segni dei tempi in segni di speranza. Davanti alle piaghe del nostro tempo – pensiamo alla guerra, alla crisi ambientale, alla pesantezza del cuore che impedisce a tanti di amare e che spesso si trasforma in violenza verso gli altri – siamo chiamati a tramutare tutto questo in un cammino di speranza, attraverso opere di misericordia.

È fondamentale, però, individuare un difetto di fondo. Perché, ad esempio, tanti rapporti affettivi si trasformano in gabbie? Perché manca la speranza in un bene futuro, e tutto diventa preda di un possesso egoistico e violento. Perché spesso non siamo capaci di pensare alle generazioni future e tendiamo invece a consumare la terra e l’ambiente come se fossero di nostra esclusiva proprietà? Perché manca una visione adeguata del futuro e della nostra responsabilità verso gli altri.

Il perdono, allora, diventa la possibilità di ricominciare, di aprirsi a un futuro che custodisca la memoria del passato, ma senza esserne condizionati o oppressi. Questo è possibile solo in Dio, che fa nuove tutte le cose e permette un continuo ricominciamento.

Il pellegrinaggio, altro grande simbolo, ci insegna che questo non è realizzabile solo con la volontà del singolo o con uno sforzo ascetico. È possibile solo all’interno di un cammino paziente, in una richiesta di amicizia, nella Chiesa, con altri amici e compagni di viaggio, e attraverso un dono che possiamo solo domandare.

Pensando in particolare ai giovani, molti di loro oggi si trovano a fare i conti con ansia e depressione, proprio in quella fase della vita in cui sono chiamati a crescere e fiorire. Quale messaggio vorrebbe rivolgere a loro?

Questo è un segno drammatico della mancanza di speranza: il futuro appare come una minaccia, anziché una promessa. Per sperare, infatti, è necessario aver ricevuto la promessa di un bene più grande delle incertezze e delle difficoltà. Il Papa esorta a stare vicini ai giovani, ma questo richiede adulti capaci di condividere le loro speranze, di trasmettere ciò che vedono, di farsi compagni nei loro desideri.

Ai giovani direi: non abbiate paura dei vostri desideri! Pensate e desiderate cose grandi, cercate la vera felicità! La mancanza di speranza, infatti, può portare a un atteggiamento opposto: per soffrire di meno, si finisce per desiderare di meno, accontentandosi di cose ridotte. No! Non abbiate paura della speranza, né dei vostri desideri e delle vostre attese. Accettate di farvi accompagnare, di diventare figli, compagni di cammino di qualcuno nel cui volto, nelle cui parole e nei cui atteggiamenti possiate intravedere un bene da seguire, magari persino da invidiare.

Di recente è stato celebrato anche il Giubileo delle comunicazioni a Roma. Cosa direbbe ai giornalisti, che spesso si trovano a raccontare notizie in cui la speranza sembra soffocata? Come possono, nel loro lavoro, farsi strumenti e messaggeri di speranza senza rinunciare alla verità?

Attraverso l’incontro con testimoni, affinché la lettura dei fatti sia guidata anche dall’esperienza di uomini e donne di speranza. Italo Calvino, parlando dell’inferno, diceva che ci sono due modi per non soffrirne: uno è farne parte, adottandone le dinamiche di violenza e pregiudizio; l’altro è scorgere “ciò che inferno non è”, quei punti di luce e di speranza, e dare loro spazio e voce. Bisogna raccontare la vita nella sua drammaticità, ma anche saper riconoscere e testimoniare ciò che appartiene a dimensioni diverse: la riconciliazione, il perdono, la volontà di ricostruire un mondo nuovo, il rifiuto della violenza come strumento di affermazione di sé. Se guardiamo con attenzione, vediamo tanti segni di speranza, e il giornalista, nel raccontare la realtà, non deve aver paura di cercarli e di dar loro spazio.

Guardando al futuro cosa spera che questo Giubileo lasci in eredità alla Chiesa e al mondo intero?

Nutro diverse speranze. Anzitutto la capacità di dialogare con il desiderio di felicità di tutti gli uomini, perché il messaggio cristiano deve sapersi offrire al desiderio di felicità e di bene di ogni uomo. La Chiesa, dunque, leggendo questa speranza tormentata nel cuore degli uomini, deve imparare a farsi compagna di viaggio, del pellegrinaggio di ciascuno. Per quanto riguarda il tema del perdono, la riconciliazione, rappresenta la vera alternativa alla guerra: quella che viviamo nei rapporti personali, nel rapporto con noi stessi e anche tra popoli. La Chiesa, quale fattore di riconciliazione, deve saper promuovere l’amicizia, il riconoscimento reciproco, il cammino insieme come una vera forma di novità del mondo. Un altro desiderio è la capacità di entrare nella sofferenza degli uomini portando segni di misericordia e speranza, aiutandoli a non accomodarsi ma a rimettersi in cammino.

Viviamo in un’epoca in cui molte persone si sentono lontane dalla fede o disilluse della istituzioni religiose. Cosa direbbe a chi pensa che il Giubileo non lo riguardi?

Direi di guardarlo con attenzione e con speranza. Non lasciarsi toccare è già un segno di rinuncia, e la rinuncia non fa bene. Il tema della speranza riguarda tutti. Da un lato, quindi, è importante tornare a riflettere sui propri desideri e sulle proprie attese; dall’altro, provare a guardare – se non con curiosità, almeno con una certa attenzione – quelle luci che, magari, si intravedono anche nella nebbia del presente.

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