Cosa direbbe dell’America di oggi colei che ci fece scoprire la letteratura americana, Fernanda Pivano?

di Alfredo Franchini

Riceviamo e pubblichiamo con  molto piacere una riflessione di Alfredo Franchini, giornalista, saggista, cultore di De André, di cui è stato amico intimo, testimone e custode, di momenti di vita. Con questo contributo  arricchisce  lo scambio inaugurato con l’editoriale di ieri sul rapporto – in relazione allo scenario internazionale- tra valori europei e nuova politica trumpiana, raccontandoci il punto di vista di una grande conoscitrice della cultura americana

Le stelle della bandiera americana si sono arrugginite e oggi mi chiedo che cosa direbbe Fernanda Pivano, la ragazza che fu amica di tutti i poeti della beat generation e che io ho avuto la fortuna di conoscere alla fine degli anni Settanta. Lei amava la poesia di Fabrizio De André ma in quegli anni frequentava i poeti americani, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Bob Dylan, e manteneva viva la memoria di Ernest Hemingway con cui ebbe lunghi trasporti d’amicizia. Quando la conobbi lei aveva 61 anni e una storia alle spalle segnata da Cesare Pavese, da cui prese il genio della letteratura, e da Hemingway per il quale, prima di diventarne amica, aveva tradotto un libro e per questa colpa finì direttamente in carcere. C’era, infatti, il veto del ministero della cultura fascista di occuparsi degli scrittori americani; una norma che non le impedì di tradurre, sia pure di nascosto, l’Antologia di Spoon River, pubblicata da Einaudi con un titolo che indicava una esse appuntata, un trucco escogitato da Pavese, per tramutare Spoon River in un santo. Insomma, Fernanda aveva capito che al di là dell’oceano c’era un mondo diverso e l’America voleva dire libertà. La conobbi quando De André aveva pubblicato da poco Rimini ma qui non parlerò del rapporto tra la Nanda e Fabrizio iniziato con la pubblicazione di “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, ma della sua e della nostra America.
Parlando con Nanda capii subito una cosa: noi in quel periodo ritenevamo che l’America fosse un nemico per il tipo di governo e per le mire imperialiste – del resto l’eco del golpe in Cile non era così lontana – ma allo stesso tempo riconoscevamo i sogni di un popolo, l’Utopia, il melting pot delle razze in rivolta. Fu Fernanda Pivano a spiegarmi che versi come quelli di Dylan, “quante strade deve percorrere un uomo prima di poterlo chiamare un uomo” oppure “quante morti ci vorranno prima che si sappia che troppi sono morti” erano dei grandi versi in assoluto e che cosa significavano per milioni di giovani di tutto il mondo. Ascoltando Dylan tanti giovani iniziarono a giudicare: forse il caso Watergate non sarebbe scoppiato se gli americani non fossero stati abituati a riflettere da quella cospirazione di libri e di suoni. Si susseguirono i raduni passati alla storia, come quello del Parco Lambro a Milano, una Woodstock in minore, irruppero i jeans, la liberazione sessuale, gli spinelli e i giovani di tutto il mondo sognarono un mondo diverso, magari aiutati dalle traduzioni di Kerouac fatte dalla Pivano. Da quella poesia americana tradotta da Nanda scaturì la proposta di una via d’uscita dal consumismo, la proposta di nuovi modi di vivere senza potere. La voce di quei giovani diventò un urlo di dissenso nei confronti delle amministrazioni americane. Qualche anno dopo, Nanda che peraltro era astemia e lontana da ogni droga, mi disse che fu l’avvento dell’LSD a cambiare la scena americana e a tramutare i giovani del dissenso in piccoli borghesi. Era stato l’inizio dell’eclisse dell’Utopia. Oggi le stelle americane sono arrugginite in fondo all’Oceano. Siamo tornati agli anni in cui l’America era un nemico e non sappiamo se ci saranno altri Kerouac e altri Ginsberg a indicarci la nuova strada.

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