di Daniele Madau

Benedetta Tobagi, figlia di Walter Tobagi- giornalista ucciso dalle Brigate XXVIII marzo nel 1980- è laureata in filosofia e dottoressa di ricerca all’Università di Bristol. Si èdedicata a produzioni radiofoniche e, cone storica e giornalista, si è dedicata al novecento italiano. Incontra gli studenti, per il progetto ‘Lo struzzo a scuola’, a cui presenta il saggio ‘La resistenza delle donne‘
Quale messaggio, di questo saggio, vorrebbe arrivasse alle nuove generazioni?
Partecipo con grande entusiasmo al progetto ‘Lo struzzo a scuola’ di Einaudi che è, propriamente, un percorso di lettura per gli studenti degli ultimi anni, grazie al quale, anche dal saggio ‘La resistenza delle donne’, i ragazzi e le ragazze possano attingere quello che maggiormente sentono. È un discorso che vale per tutto ciò di cui mi occupo, e cioè la storia degli anni settanta negli aspetti politici e sociali, legati soprattutto al terrorismo. Ho studiato queste cose per 15 anni e mi piace provare a trasmetterrle perché avverto molta ‘fame’ di questo tipo di informazioni. Anagraficamente potrei essere una zia non giovanissima di questi ragazzi e vorrei invitarli a soffermarsi, per esempio, su un aspetto particolare che è presente nel libro, cioè guardare alle emergenze del loro tempo, nel senso di vedere chi viene oppresso e schiacciato e capire da chi viene realizzato questo.
Il saggio ha vinto il premio Campiello, grazie alla qualità della prosa, oltre che del contenuto. Da dove nasce il suo stile?
Io da sempre scrivo saggistica come narrativa non fiction, in cui le opere hanno uno scopo informativo o divulgativo. Non mirano quindi a intrattenere il lettore, come fa il romanzo, ma piuttosto puntano a insegnargli qualcosa, a trasmettergli, appunto, un messaggio e non narrazioni frutto dell’immaginazione dell’autore. Riportando fatti realmente accaduti, nella narrativa non-fiction l’autore non si inventa nulla ma presenta la sua storia così come è realmente avvenuta, magari facendo uso di tecniche narrative coinvolgenti per rendere la sequenza più accattivante.
Esiste da tantissimi anni e io noto sempre come all’estero sia molto più normalizzata. La dimensione storica, con questa modalità, non preclude la possibilità di un coinvolgimento e permettere di spaziare nelle dimensioni di riflessione, toccando aspetti umani.
Leggendo il testo a scuola, temevo che i ragazzi, gli studenti maschi, non si sentissero coinvolti: mi sbagliavo. Questo significa che loro,che dovrebbero essere i principali destinatari delle tematiche sul rispetto, stanno recependo il messaggio? Se così, è merito anche di questo libro?
Il libro non era rivolto a loro in maniera esclusiva. Il tema è raccontare e dare il giusto spazio e peso alle battaglie femminili, che si inseriscono in un quadro più grande. Però questo spazio ancora non c’è, il messaggio fatica a passare: ci sono vari motivi a monte, riassunti nel termine ‘patriarcato’, che indica un sistema di potere, valoriale e simbolico molto pervasivo. Si è cercato di agire, per contrastarlo, sul piano materiale e formale delle leggi ma anche sul piano dell’immaginario. Per quanto riguarda ‘La resistenza delle donne’ vi è un dato storico imprescindibile: una tipologia bellica come quella della guerriglia delle azioni partigiane, senza le donne non sarebbe stata possibile; mi meraviglio, quindi, che i libri di storia non ne parlino.
Ai ragazzi ha colpito molto la figura di Ida D’Este
Sì, lei nel 1953 scrive ‘La croce sulla schiena’. È cattolica, eppure, in maniera sorprendente, dimostra come il corpo della donna possa essere strumentalizzato per una violenza non solo fisica ma anche psicologica. Lei, poi, ha creato un elenco di tutte le cose che doveva saper fare una staffetta partigiana: è un elenco che colpisce sempre molto (saper andare in bicicletta, saper guidare un camion, saper tacere…) e, a dirla tutta, fa anche un po’ sorridere, pensando anche alle cose più assurde presenti nell’elenco. Lei, tramite la letteratura, ha saputo creare uno ‘spazio delle donne’ di cui, a causa del monologo ‘patriarcale’ nell’ambito letterario, c’era davvero bisogno.
Il capitolo ‘Morire da vive’ è quello che, personalmente, mi ha colpito di più. L’uso dello stupro per infierire sulle donne
Morire da vive, secondo anche quanto scritto da Ingeborg Bachmann, significa voler annientare l’essere umano, soprattutto, in questo caso, tramite l’uso sistematico dello stupro. Non dovremmo banalizzare l’idea di resilienza, da certi traumi è possibile che non ci si riprenda. In altri casi è possibile riappropriarsi della propria vita, ma bisogna sempre fare i conti con i solchi e con delle ferite che non si cancellano. È stato devastante quanto compiuto dai soldati alleati nelle ‘marocchinate’ ,nella seconda guerra mondiale, quando le truppe dell’esercito del Marocco francese hanno, col permesso dei comandi, compiuto stupri di massa, eppure se ne è saputo sempre poco. Lo stupro di massa è un’arma in più contro la donna, che può essere non solo uccisa, arrestata o picchiata, ma anche stuprata.