‘La buona novella’ di Neri Marcorè: la poesia di un messaggio d’amore eterno

di Daniele Madau

Neri Marcorè ha interpretato, al Teatro Massimo di Cagliari, per la stagione della grande prosa del benemerito circuito Cedac Sardegna, “La Buona Novella” di Fabrizio De André, nella versione teatrale del celebre concept album del cantautore genovese

In una scenografia, come i quadri di De Chirico, quasi metafisica, in cui ci sono spazi ben precisi per la narrazione orale e la poesia cantata- perché per millenni la poesia, le predicazioni, i poemi sono stati sempre orali – e per la musica – quasi tutta eseguita da donne – si racconta di Gesù. Troviamo- sparsi- rose, piante che germogliano, croci e fantasmi che scendono dal cielo, cieli stellati, fiori che galleggiano sull’acqua. Non sempre ogni simbolo è chiaro, ma la rosa rossa rimanda al sangue della passione, all’amore, ed è uno dei fiori citati da Fabrizio De André nei suoi testi.

Sì, perché questo spettacolo è tratto dalla produzione di Fabrizio De André, fonte d’ispirazione come poche per ogni genere di arte. Più il tempo ci allontana dalla sua morte, più la sua opera viene letta, ascoltata, approfondita, riutilizzata, studiata, rieseguita. Segno dei tempi, affamati di autorevolezza, poesia, voci critiche profonde e segnate dal fumo della sigaretta, segno di inquietudine pensosa, come quella di Faber.

Neri Marcorè, che ha già portato in scena ‘Quello che non ho’, questa volta ha scelto ‘La buona novella’, album – più precisamente concept album – del 1970. La grandezza del sentire di una persona, la testimoniano le sue scelte, lo dice anche il vangelo: ‘un albero lo vedi dai suoi frutti’ . Nel 1970 l’Italia, appena svegliata dal sonno del benessere dalla drammatica sveglia di Piazza Fontana, si incamminava verso gli anni di piombo: presentare agli italiani il messaggio di vita donata di Gesù significava, allora, prendere una posizione che pochi avrebbero fatta loro, quella dell’amore contro la violenza. Anche la Chiesa, in quegli anni, avrebbe potuto fare di più, e invece tradì il Concilio Vaticano II e, più che a seminare speranza tra i terrorismi rossi e neri, si dedicò al controllo della sessulità e dei valori ‘non negoziabili’.

Grande merito, allora, al poliedrico artista, e uomo di cultura attento, per aver ripresentato il capolavoro dell’artista ligure, ispirato alla figura del Nazareno, da lui definito «il più grande rivoluzionario di tutti i tempi» e portatore di un messaggio di eguaglianza e fraternità universale.

La Buona Novella” è diventato, così, come da presentazione, ” un’Opera da Camera sulla storia di Gesù tratta dai Vangeli apocrifi, in cui si alternano narrazione e canzoni, in un’allegoria della rivolta giovanile degli Anni Sessanta, messa a confronto con le istanze spirituali ma anche con la chiara presa di posizione «contro gli abusi del potere e contro i soprusi dell’autorità» del figlio del falegname, il predicatore della Galilea considerato dai suoi discepoli il Figlio di Dio”.

Partiamo, allora, dalle parole di Fabrizio De André durante un concerto al Teatro Brancaccio (nel 1998) quando, nel presentare l’album, lo spiegava come «una allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi».

La Buona Novella” , infatti, ripercorre la storia di colui che i fedeli hanno riconosciuto come Dio, vincitore della morte, atteso dai profeti e nel cui nome tanto, di bene e di male è stato fatto. Ma De André cercava altro: una narrazione non ufficiale, in cui trovare ciò che i vangeli canonici non raccontavano nei ‘vangeli apocrifi’. L’infanzia di Maria, il suo passare biologico dall’infanzia alla giovinezza, il suo essere oggetto di una lotteria, il suo matrimonio con un vecchio già carico di figli. E questo nuovo figlio di cui non vuole riconoscere la divinità ma, come estremo gesto di fratellanza, solo l’umanità, persa sulla croce alla stregua dei ladroni.

Neri Marcorè, riprendendo ancora il comunicato stampa, riprende tutta questa tematica altissima “affrontando temi complessi e attuali in una drammaturgia sonora raffinatissima, conservando il mistero su una figura carismatica, fulcro del pensiero e della civiltà occidentale, il cui messaggio potente e troppo spesso inascoltato o travisato ancora oggi scuote le coscienze e mette a nudo contraddizioni e paradossi, ingiustizie e ipocrisia della società”.

Già questo varrebbe la serata, e infatti Neri Marcorè non aggiunge tanto di altro. La scelta della seconda narratrice e delle musiciste, e cantanti, donne, rispecchia uno dei punti di vista dell’album più originali, quello di Maria.

La scenografia essenziale, invece, vuole riprendere “la teatralità, molto vicina ad una Sacra Rappresentazione arcaica e laica. Una sorta di installazione mobile che rimanda simbolicamente a luoghi e sentimenti, reinterpretandoli poeticamente quasi in forma allegorica”.

Così, l’interprete, spiega la sua scelta: «“La Buona Novella” è un’opera polifonica che mediante metafora e allegoria parla dell’arroganza del potere, il quale mal digerisce gli uomini troppo liberi di pensiero, intralcio per l’esercizio del potere stesso, sia esso famigliare, religioso o politico. La spiritualità, intrinseca nel momento in cui si parla di Gesù e della Madonna, è però qui contemplata nella sua dimensione terrena, laddove “il più grande rivoluzionario della Storia” resta prima di tutto un uomo, con una fisicità che non lo rende diverso dai suoi simili. Eppure, nonostante i suoi limiti, ogni essere umano può compiere imprese straordinarie e dar vita a nuovi corsi ogni volta che non si pone al primo posto ma si mette al servizio di un bene superiore, collettivo».  

«Ora compito di un artista credo sia anche quello di commentare gli avvenimenti del suo tempo usando però gli strumenti dell’arte: l’allegoria, la metafora, il paragone. Io osservando la lotta studentesca e le sue istanze, quelle giuste e sensate, ho parlato di un’altra lotta sostenuta da un uomo 2000 anni prima che aveva obiettivi analoghi» – sosteneva Fabrizio De André (La Repubblica, 1999) –. «(…) il culmine etico della Buona novella sta nel Testamento di Tito. Il ladrone buono confuta, uno per uno, tutti e dieci i comandamenti mettendo in evidenza la contraddizione tra le leggi emanate dalle classi al potere per proprio comodo, e le difficoltà di attenervisi da parte di chi il potere lo deve solo subire, e osserva quelle leggi, quando le osserva, solo per scongiurare la minaccio della repressione. La buona novella, a parere mio fu allora un album, un discorso assolutamente moderno e per certi aspetti lo è ancora oggi”.

Quanti possibili approfondimenti si aprono, di diversi livelli e tematiche; e, quando questo accade, vuol dire che l’arte non solo è viva, ma ha ancora spazio nei nostri cuori per germogliare. O, almeno, l’arte vera.

A fine spettacolo, poco più di un’ora mentre si vorrebbe bloccare il tempo, dopo anche qualche incursione ironica e dopo aver visto le capacità da attore di Marcorè (che, a una sedia, ha fatto fare di tutto), il pubblico dedica l’ovazione: non è questo che dà la misura della bellezza o no dell’opera; perché, ormai, il pubblico non critica più.

La bellezza dell’opera sta nel sentire il tuo cuore travolto dall’arte, che avvolge di poesia un messaggio d’amore eterno.

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