Il nuovo concetto di ‘remigrazione’

di Oleandro Iannone

“Questo crea un precedente davvero terrificante, se lasciamo che ciò accada e non facciamo resistenza” così afferma, riferendosi all’arresto di Mahmoud Khalil, studente Palestinese della Columbia University, una delle tante manifestanti che sono scese in piazza per protestare contro i provvedimenti del governo degli Stati Uniti.

Sabato 8 Marzo agenti dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement) hanno arrestato, senza alcun mandato, Mahmoud Khalil presso il suo appartamento a New York, davanti a sua moglie, incinta di otto mesi. Mahmoud Khalil, essendo in possesso di una green card, è legalmente un residente permanente: nonostante questo è stato portato in un centro di detenzione gestito dall’ICE. Nel testo dell’ appello fatto da Amnesty International che chiede la sua scarcerazione viene detto che Mahmoud Khalil non è accusato di alcun reato. Mahmoud Khalil risulta quindi un prigioniero politico, come lui stesso si è definito nella dichiarazione che ha dato tramite telefono al quotidiano “The Guardian” dal centro di detenzione.

Pochi giorni dopo l’arresto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato su Truth Social, piattaforma social di sua proprietà, che “questo è il primo arresto di molti che avverranno”; ha poi proseguito scrivendo che molte altre persone che studiano alla Columbia e in altre Università hanno partecipato ad attività che ha definito “antisemite” e “anti-americane”, e che coloro che sono “simpatizzanti dei terroristi” subiranno la deportazione. Inoltre l’addetta stampa della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che il Segretario di Stato può revocare una green card nel caso in cui chi la possiede sia ostile alla politica estera e all’interesse per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Giorni dopo l’arresto, lunedì 24 marzo, l’amministrazione statunitense ha accusato Mahmoud Khalil di non aver dichiarato alcuni suoi incarichi lavorativi nella domanda per ottenere la green card, il permesso di soggiorno permanente. Per esempio avrebbe omesso di aver lavorato per l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, e per l’ufficio della Siria all’ambasciata britannica di Beirut, in Libano. 

Si sta diffondendo il dubbio che questa possa essere una narrazione per

legittimare la partecipazione degli Stati Uniti nell’attacco che Israele sta compiendo verso il popolo palestinese.

Mahmoud Khalil, sempre secondo Amnesty International, sarebbe, infatti, detenuto non perché abbia compiuto dei crimini, né perché non abbia documenti in regola, ma perché ha esercitato il diritto di protesta per denunciare una violazione di diritti umani. La volontà di deportarlo, sfruttando il suo essere palestinese, e quindi “straniero”, associando alle sue attività termini come “filoterroristiche” e “anti-americane”, oltre all’essere propaganda per giustificare la partecipazione degli Stati Uniti nell’attacco dei palestine

si è alla base della narrazione della “remigrazione”, termine che recentemente si è diffuso negli ambienti di destra ed estrema destra negli Stati Uniti e in Europa.

La “remigrazione” è un concetto politico identitario che si riferisce alla deportazione delle persone razzializzate con background migratorio, indipendentemente dal possesso della cittadinanza, perché ritenute non “assimilate”. E’ vista come soluzione alla “Teoria della Grande Sostituzione”, una teoria del complotto sviluppata da Renaud Camus, secondo la quale la popolazione bianca europea stia venendo demograficamente e culturalmente sostituita da popoli non bianchi, specialmente provenienti da paesi a maggioranza musulmana, attraverso migrazioni di massa, crescita demografica e un calo delle nascite degli europei bianchi.

 Durante la campagna elettorale, l’allora candidato presidente Trump, in un post su X, ha scritto che come presidente avrebbe fatto tornare i “migranti clandestini di Kamala” nei loro paesi d’origine, specificando che questa azione è anche nota come “remigrazione”. 

Mentre in Europa il termine ha assunto particolare notorietà durante le elezioni federali tedesche, in quanto parte della campagna elettorale di AfD. In Italia il primo politico ad usarlo è stato Alessandro Corbetta, capogruppo Lega in Regione Lombardia, che in un post pubblicato su Facebook il 3 gennaio esprime la necessità di parlare di “remigrazione” anche in Italia, spiegando poi che per “remigrazione” si intende “rimpatriare non solo clandestini e criminali, ma anche gli stranieri che scelgono di non volersi integrare”. Ma cosa può o vuole significare esattamente essere “integrati”? Sempre in Italia se ne è parlato anche in parlamento: il deputato leghista Rossano Sasso ha affermato che “a chi odia l’Italia” e “a certi delinquenti” bisogna dire che “per loro l’unica soluzione è la remigrazione”. Ma l’obbiettivo della “remigrazione” è effettivamente risolvere un problema?

Queste affermazioni sono seguite alle denunce per violenza sessuale e ai video di insulti verso la polizia e allo stato italiano che hanno visto come protagonisti dei ragazzi con background migratorio durante i festeggiamenti di capodanno in piazza Duomo a Milano. Dopo la diffusione del termine, il più convinto proponente della “remigrazione”, l’estremista di destra Martin Sellner, ha accolto l’arrivo della sua proposta anche in Italia.

Malgrado in alcune delle occasioni per le quali viene proposta ci siano delle problematiche da risolvere, la “remigrazione” si configura sempre come una discriminazione. La provenienza di una persona non può essere individuata come “origine” del problema: tutte le persone sono capaci di nuocere, e per risolvere una problematica sociale si deve direttamente agire sul sistema che permette , quando non incentiva, il perpetuarsi dei comportamenti nocivi.

Se poi si considera che, come avvenuto nel caso di Mahmoud Khalil, la volontà di deportare una persona può essere motivata dalla mancata conformità alla linea politica oppressiva del governo del paese in cui la persona risiede, si nota che l’unico problema al quale la “remigrazione” cerca di rispondere è la repressione del dissenso, e che, essere “integrati”, secondo questa logica, significa essere conformi al volere di chi è al potere.

Negli Stati Uniti si è iniziato a discutere prima di remigrazione come soluzione al “problema dei migranti clandestini”, definiti come pericolosi , proprio come se n’è discusso in Europa. Adesso l’amministrazione Trump vuole deportare anche le persone con background migratorio, pur provviste di documenti regolari, che si mobilitano contro le sue politiche oppressive e, nel caso dell’arresto di Mahmoud Khalil, contro le politiche di supporto al genocidio ai danni del popolo palestinese. Si stanno già moltiplicando i casi di arresto di persone con background migratorio che hanno espresso dissenso verso il genocidio dei palestinesi compiuto da Israele con la partecipazione degli Stati Uniti.  

Le persone con background migratorio risultano essere le prime a cadere nel domino di tale sistema repressivo ma, a seguire, altre misure repressive vengono indirizzate a tutte le persone le cui opinioni non sono conformi al volere di chi è al potere.

Attraverso il suo profilo X, la Casa Bianca ha annunciato che l’amministrazione Trump ha cancellato 400 milioni di dollari di sovvenzioni federali alla Columbia University a causa della sua “mancata tutela degli studenti ebrei da molestie antisemite”, parole che sono in linea con il volere del governo di equiparare l’anti-sionismo con l’antisemitismo e che sono funzionali a giustificare le azioni repressive verso coloro che protestano per la Palestina . 

Successivamente, al fine di avere nuovamente accesso alle sovvenzioni governative, il profilo X della Columbia University ha comunicato di aver emesso sanzioni quali sospensioni, espulsioni e ritiri temporanei delle lauree delle persone frequentanti l’università che hanno partecipato all’occupazione per protestare contro il genocidio del popolo palestinese. Di fatto il “non essere conformi” diventa dunque applicabile non solo a persone con background migratorio, che rischiano di essere deportate, ma a tutte le persone.

Le proteste che si stanno diffondendo negli Stati Uniti dimostrano che esiste un’opposizione verso i provvedimenti che minacciano la libertà di protesta, che Mahmoud Khalil ha esercitato per denunciare il genocidio del popolo palestinese.

Lo stessa opposizione è presente in Italia verso il Disegno Di Legge cosiddetto “sicurezza”, e verso il raduno internazionale sulla remigrazione, il “Remigration Summit”, che potrebbe svolgersi a Milano, come proposto dai sostenitori della “remigrazione”.

Questa opposizione è la prova che la repressione viene vista con ostilità dalle persone, anche quando viene commercializzata come misura per il mantenimento della “sicurezza”.

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