di Daniele Madau

L’incontro di oggi è con uno dei massimi uomini di cultura del panorama italiano. A domanda se si sente erede del Nobel Dario Fo, col suo ‘teatro di narrazione’, risponde che i suoi maestri sono stati gli ultimi. A essi si pone a fianco, per portarli, tramite la scena, dove non si ascoltano le loro voci e non si vedono i loro volti: Ascanio Celestini. In tournée in tutta Italia, e in Sardegna sotto le insegne del CeDAC, con “Rumba”, ovvero “L’asino e il bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato”, è in cartellone mercoledì 2 aprile alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari e giovedì 3 aprile alle 21 all’AMA / Auditorium Multidisciplinare di Arzachena.
Conquistato anche lui, pur ateo, come milioni di persone nei secoli, dal povero di Assisi, come altri artisti porta in scena San Francesco, con un punto di vista, però, originale e provocatorio. In una moderna favola, infatti, poetica e surreale, si parte per un viaggio alla riscoperta della figura del Santo di Assisi, mistico e rivoluzionario, con un originale spettacolo di narrazione con musica e voce.
Tra uno sguardo al cielo e alle stelle, «così tante che non si possono contare» e uno sguardo sulla terra con i suoi splendori e le sue miserie, le ingiustizie e le discriminazioni, Ascanio Celestini racconta le vicende travagliate ma anche i desideri e i sogni degli ultimi e dei diseredati, provando a reinventare un presepe nel parcheggio di un supermercato, dove accanto ai barboni che chiedono l’elemosina e ai facchini africani, appaiono personaggi come «Giobbe, magazziniere analfabeta, la Signora delle Slot, ex prostituta che s’è ricomprata la libertà e lo zingaro che ha cominciato a fumare a otto anni…».
Nella sua “Rumba”, Ascanio Celestini, tra i massimi esponenti del Teatro di Narrazione, veste i panni di un novello contastorie coinvolgendo il pubblico e trasportandolo idealmente nel paesino di Greccio, dove San Francesco creò il suo presepe vivente, in una sacra rappresentazione della Natività: la pièce che completa la trilogia iniziata con “Laika” e “Pueblo” racconta le vite degli ultimi e dei diseredati, gli “invisibili” delle nostre città.
Come hai avvicinato la figura di San Francesco, da studioso, da fedele o da artista?
Da fedele certamente no, sono ateo. Del resto, non credo sia indispensabile, per la scelta che sta alla base della vita di Francesco, credere: gli ultimi sono ultimi per tutti. L’idea che per cercare di capire gli essere umani sia necessario partire dagli ultimi penso possa essere condivisa da chiunque cerchi di scrivere qualcosa sugli esseri umani.
Francesco, il santo Giullare per eccellenza, che è stato, più degli altri, ispirazione degli artisti: come mai? Quale novità pensi di aver apportato nella tua trasfigurazione artistica del ‘povero di Assisi’?
Io non credo di portare una novità. Hai ricordato questa scelta di Francesco di essere un giullare, sia per gli uomini che per Dio: lui ad esempio sceglie di parlare una lingua che sia comprensibile per tutti; cent’anni prima di Dante scrive in volgare, quello che poi abbiamo chiamato italiano. Quando ho cominciato a lavorare attorno a questo spettacolo, a me questa sembrava una cosa straordinaria: cioè, cercare di parlare una lingua che sia comprensibile a tutti senza porsi il problema degli intellettuali dell’epoca. Essere giullare era anche questo, parlare alle persone e non alle gerarchie, sia quella della chiesa sia quella della cultura
Posto che la tua carriera sarà ancora lunga, hai una scuola, stai coltivando eredi, come puoi esserlo di Dario Fo?
No. Io ho imparato da persone che non hanno una voce su Wikipedia: si chiamano Annamaria,per esempio, o mia nonna, mia madre, mio padre. Perciò, per valorizzare una cultura che è subalterna, bisogna cercare di farlo, per esempio, in famiglia, al di fuori dalla cultura ufficiale, se no inevitabilmente poi si sporca e diventa qualche altra cosa
Avresti potuto fare arte ugualmente senza raccontare gli ultimi?
Direi proprio di no. Io ho seguito ciò che mi è stato detto una volta in maniera molto chiara, quando andai a intervistare Sisto Quaranta, uno dei tanti deportati del 17 aprile 1944 dal Quadraro che è la Borgata dove è nato mio padre. Di questo rastrellamento se n’è parlato poco, non è certamente uno degli eventi più importanti della Seconda Guerra Mondiale: gli storici ne hanno trattato negli anni ottanta e novanta. Quando andai a fare questa intervista, gli chiesi come mai se ne sapesse così poco: mi aspettavo una risposta come altre che abbiamo sempre sentito, e cioè: ‘avevo paura di non essere creduto’. Invece Sisito rispose: ‘ma io ne ho sempre parlato tanto nella mia vita, ma sono elettricista e tra noi non c’erano i poeti -mi ha detto -o i registi del cinema. Per cui il mio lavoro è questo: se si rompe il rubinetto, chiamo l’idraulico; io, invece, riparo le storie, restauro la memoria. Quando faccio questo, la memoria non sarà della famiglia Elkhan o Agnelli, perché loro hanno il loro ufficio stampa: io raccolgo le storie di quelli che fanno altri mesteri nella vita e che non scrivono.
Cosa sta succedendo alla cultura italiana? Dov’è la passione per la parola che fa sorridere e pensare, che educa e provoca? Penso che i danni che sta causando il libero uso della volgarità e della falsità in politica siano enormi. Il tuo teatro è di resistenza, in questo senso?
Per esempio prestando proprio attenzione alle parole: non alle nostre o alle nostre traduzioni di altre parole, ma alle parole degli stranieri, così da conoscere il loro mondo, affinché si possa creare una convivenza o, se non altro, si possa aprire una porta per la conoscenza di questo mondo e per la convivenza. Non dobbiamo mai far dire agli altri quello che vorremmo dire noi, ma dobbiamo sempre usare le parole degli altri: a esempio, noi sappiamo come si dice buongiorno, buonasera, ciao, come stai, buon appetito, nelle lingue dei poveri?
Le storie che racconterai sono tutte frutto di fantasia o le hai potute toccare con mano?
Ho cominciato a lavorare a questo spettacolo nel 2012, quando alle 6:00 del mattino ho partecipato a un’assemblea di facchini in un magazzino della logistica: spostavano pacchi o, meglio, come si dice, li movimentavano. Ho cominciato in quel momento a segnarmi le loro storie: quante poi, effettivamente, siano finite in ‘Rumba’ e negli altri due spettacoli che formano una sorta di trilogia, effettivamente non ti saprei dire. Alcune sono anche finite in un libro, ‘Poveri Cristi’. Io cerco sempre di partire da quello che dicono le altre persone, prendo continuamente appunti, e così nascono le mie storie.
Cosa dovrà provare, alla fine dello spettacolo, uno spettatore per farti sentire appagato?
Io credo che, se lo spettacolo funziona, entrambi, sia io sia gli spettatori, debbano immaginare qualcosa che non c’è lì sul palco. I personaggi io non li interpreto, lo spettatore se li deve immaginare. Io spero che lo spettatore veda un parcheggio tutto pieno di persone, cioè che veda i personaggi e non veda me
Torniamo, per chiudere, a Francesco: quali momenti della sua vita ti hanno colpito di più?
Soprattutto due, molto famosi: il primo è quando lui abbraccia il lebbroso. Il lebbroso c’è ancora, insomma. Anche se non abbiamo la fortuna o la sfortuna di incontrare qualcuno con la lebbra, il lebbroso è colui che da fastidio, è ‘amaro’ come direbbe appunto Francesco. Questo episodio rappresenta un aspetto fondamentale nella sua scelta di dover seguire gli ultimi; e ribadisco: non i penultimi o i terz’ultimi, proprio gli ultimi. E poi il momento in cui lui si accorge di essere a capo di una ‘multinazionale’, come dice Alessandro Barbero. Lui, a quel punto, è pieno di dubbi e magari pensa di aver sbagliato tutto o comunque pensa di non aver saputo realizzare una cosa che apparteneva a lui. Qui manifesta tutta la sua umanità, ed ecco perché, a parere mio, già tutto questa umanità è bellissima anche senza la trascendenza.
Grazie.