‘Paura non è una parola che possa descrivere ciò che proviamo a Gaza’

Di Nour Elassy

Nour Elassy è una poetessa e scrittrice residente a Gaza.

8 aprile 2025

Le ultime tre settimane dalla fine del cessate il fuoco sono state una storia di orrore senza fine.

La settimana scorsa, durante un’altra notte di violenza, mia nipote di quasi quattro anni mi ha fatto una domanda che non dimenticherò mai.

“Se moriamo nel sonno… sentiremo comunque male?”

Non sapevo cosa rispondere.

Come si fa a dire a un bambino, che ha visto più morti che giorni, che morire nel sonno è compassionevole?

Così le ho detto: “No. Non credo. Ecco perché dovremmo addormentarci ora”.

Annuì silenziosamente e voltò il viso verso il muro.

Mi credette. Chiuse gli occhi.

Me ne stavo seduta al buio, ad ascoltare le bombe, chiedendomi quanti bambini venissero sepolti vivi proprio in fondo alla strada. Ho 12 nipoti. Tutti hanno meno di nove anni. Sono stati il ​​mio conforto e la mia gioia in questi tempi bui.

Ma io, come i loro genitori, faccio fatica ad aiutarli a dare un senso a ciò che sta accadendo intorno a noi. Abbiamo dovuto mentire loro tantissime volte. Spesso ci credevano, ma a volte sentivano nelle nostre voci o nei nostri sguardi che stava succedendo qualcosa di terrificante. Sentivano l’orrore nell’aria.

Nessun bambino dovrebbe mai subire una tale brutalità. Nessun genitore dovrebbe chiudersi nella disperazione, sapendo di non poter proteggere i propri figli.

Il mese scorso, il cessate il fuoco è terminato, e con esso, l’illusione di una tregua.

Quello che è seguito non è stata solo una ripresa della guerra, ma un passaggio a qualcosa di più brutale e implacabile.

Nel giro di tre settimane, Gaza è diventata un campo di fuoco, dove nessuno è al sicuro. Più di 1.400 uomini, donne e bambini sono stati Massacrati.

I Massacri quotidiani hanno distrutto quel che restava della nostra capacità di sperare.

Alcuni di questi impatti ci hanno colpito nel profondo.

Non solo emotivamente. Fisicamente. Proprio ieri, l’aria era satura di polvere e si sentiva l’odore del sangue a poche strade di distanza. L’esercito israeliano ha preso di mira Via al-Nakheel a Gaza, uccidendo 11 persone, tra cui cinque bambini.

Qualche giorno prima, alla scuola Dar al-Arqam, un luogo che aveva dato rifugio a famiglie sfollate, un attacco aereo israeliano ha ridotto le aule in cenere. Almeno 30 persone sono state uccise in pochi secondi, per lo più donne e bambini. Erano venuti lì in cerca di sicurezza, credendo che la bandiera blu delle Nazioni Unite li avrebbe protetti. Non è stato così. La scuola è a meno di 10 minuti da casa mia.

Lo stesso giorno, anche la vicina scuola Fahd è stata bombardata; tre persone sono state uccise.

Il giorno prima, c’era stata la notizia di una scena di orrore a Jabalia.

Un attacco aereo israeliano ha colpito una clinica gestita dall’UNRWA, dove si erano rifugiati dei civili. Testimoni oculari hanno descritto parti di corpi sparse per tutta la clinica. Bambini bruciati vivi. Un neonato decapitato. L’odore di carne bruciata soffocava i sopravvissuti. È stato un Massacro in un luogo destinato alla guarigione.

In mezzo a tutto questo, alcune zone di Gaza hanno ricevuto ordini di evacuazione.

Evacuare. Subito. Ma verso dove? Gaza non ha zone sicure. Il Nord è raso al suolo. Il Sud è bombardato.

Il mare è una prigione. Le strade sono trappole mortali.

Siamo rimasti.

Non perché siamo coraggiosi. È perché non abbiamo nessun altro posto dove andare.

Paura non è la parola giusta per descrivere ciò che proviamo a Gaza. La paura è gestibile. La paura può essere nominata.

Ciò che proviamo è un terrore soffocante e silenzioso che ti si annida nel petto e non se ne va mai.

È l’attimo tra il sibilo di un missile e l’impatto, quando ti chiedi se il tuo cuore si sia fermato.

È il lamento dei bambini che piangono da sotto le macerie. L’odore del sangue che si diffonde con il vento.

È la domanda che si è posta mia nipote.

Governi e politici stranieri lo chiamano un “conflitto”. Una “situazione complessa”. Una “tragedia”. Ma quello che stiamo vivendo non è complesso.

È un Massacro puro e semplice. Ciò che stiamo vivendo non è una tragedia. È un Crimine di Guerra.

Sono una scrittrice. Una giornalista. Ho passato mesi a scrivere, documentare, a gridare al mondo con le mie parole. Ho inviato dispacci. Ho raccontato storie che nessun altro avrebbe potuto raccontare. Eppure, così spesso, mi sento come se stessi urlando nel vuoto.

Eppure, continuo a scrivere. Perché anche se il mondo distoglie lo sguardo, non lascerò che la nostra verità rimanga inespressa. Perché credo che qualcuno stia ascoltando. Da qualche parte. Scrivo perché credo nell’Umanità, anche quando i governi le hanno voltato le spalle. Scrivo affinché, quando la storia verrà scritta, nessuno possa dire di non aver saputo.

Traduzione: La Zona Grigia

Fonte: https://www.aljazeera.com/opinions/2025/4/8/fear-is-not-a-word-that-can-describe-what-we-feel-in-gaza?

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