di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, che ci terrà compagnia settimanalmente: un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.

Il presidente Usa Donald Trump e premier Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, Florida, il 4 gennaio 2025 (Epa/Filippo Attili/Palazzo Chigi)
Capire che cosa vuole Trump è fondamentale per l’Europa per poter negoziare con lui. Vuole abbattere le barriere commerciali? Oppure vuole una nuova economia americana autosufficiente e post-globalizzata? Secondo il politologo Ian Bremmer vuole soprattutto la seconda cosa. È come se due istinti combattessero in Trump: quello del deal-maker (che vuole fare accordi) e quello protezionista che ha avuto per 35 anni e che mira a smantellare il sistema del libero commercio.
Questo crea confusione anche in alcuni suoi consiglieri che sono stati incaricati di trattare: non necessariamente sono consapevoli di quali accordi siano accettabili per il presidente. Trump tra l’altro sente di non avere bisogno dei consigli del suo team economico, è circondato da persone che cercano di dirgli ciò che vuole sentirsi dire e se cercano di spingerlo in una direzione diversa lo fanno sommergendolo di elogi. In questo senso è positivo che la premier Meloni parli direttamente con il presidente Trump. Quando abbiamo chiesto a Teresa Ribera, la vicepresidente della Commissione Ue che lo scorso 2 aprile era a Washington di commentare le dichiarazioni che ci aveva appena fatto il ministro del Commercio Howard Lutnick in un’intervista, Ribera ha risposto che l’Unione vuole innanzitutto essere sicura dei contenuti, di quello che effettivamente dicono e vogliono gli americani. Come dire: ciò che chiede Lutnick fino a che punto riflette una decisione di Trump e in ogni caso fino a quando durerà quella decisione?
Ambasciatori e rappresentanti del Commercio di vari Paesi si telefonano e si mandano messaggini — scriveva nei giorni scorsi il Washington Post — per cercare di scambiarsi consigli e capire se abbia più senso vedersi assegnato il segretario del Tesoro oppure il segretario del Commercio per i negoziati.
Molti si preoccupano dell’istinto anti-democratico o cleptocratico di questa amministrazione — osserva Bremmer — ma è il caos secondo lui che può causare i peggiori danni strutturali agli Stati Uniti e al sistema globale. Trump prende le sue decisioni e pensa che tutti gli altri dovrebbero cedere perché alla fine dei conti gli altri «non hanno le carte». Si aspetta di portare tutti al tavolo dove può ottenere vittorie per gli Stati Uniti, perché sono il Paese più forte. Il problema è che le catene di approvvigionamento sono più complicate di quello che crede e gli Stati Uniti non possono negoziare accordi complessi con oltre 75 Paesi contemporaneamente.
I Paesi più piccoli e poveri stanno effettivamente cercando di capire quali concessioni possono fare per assicurarsi che gli Stati Uniti non superino il 10% di dazi. Il Regno Unito, il Brasile o l’Australia anche se sono in deficit della bilancia commerciale non chiederanno cambiamenti in nome degli scambi «equi» e non pensano di poter scendere al di sotto del 10%. Paesi come il Giappone e la Corea del Sud stanno proponendo di comprare molto più gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, aumentare investimenti diretti specialmente nel settore automobilistico e nei data center e di rivalutare lo yen, nella speranza di convincere gli americani a ridurre le percentuali e portarle dal 24% verso il 10% (per le auto abbassare il 25% sarà più complicato). La Cina sarà l’osso più duro invece.
Quanto a Bruxelles: l’idea potrebbe essere di azzerare i dazi reciproci sui beni industriali e di affrontare alcune delle lamentele di Trump sulle barriere non tariffarie (c’è già un tentativo europeo in corso di semplificare le regole). Bruxelles punta a offrire di acquistare più gas naturale liquefatto e equipaggiamento militare dagli americani e a coordinare le proprie politiche con quelle degli Stati Uniti in risposta all’eccesso di produzione cinese. L’Europa ha regole sui giganti di internet e restrizioni sulle importazioni di carne che gli americani vorrebbero cambiare ma che per l’Ue è difficile modificare perché rappresentano il modo europeo di rapportarsi sia al mondo digitale con la tutela della privacy e dei consumatori sia al settore agricolo, con standard elevati per la salute. È dunque difficile che un accordo possa essere raggiunto in 90 giorni, il periodo per il quale Trump ha sospeso i dazi «reciproci» o meglio, per quanto riguarda l’Unione europea, li ha abbassati dal 20% al 10%.
La visita a Washington ieri del commissario Ue al Commercio Maroš Šefcovic — la terza da quando si è insediata la nuova amministrazione Usa — non ha portato a grandi risultati come emerge dal suo post su X in cui dice che l’Ue rimane «costruttiva e pronta a raggiungere un accordo equo, che preveda anche la reciprocità attraverso la nostra offerta di zero dazisui beni industriali e il lavoro sulle barriere non tariffarie». Ma il raggiungimento dell’obiettivo «richiederà un significativo sforzo congiunto da entrambe le parti». L’offerta di dazi zero a zero (cioè sia da parte Ue che da parte Usa) sui beni industriali è stata messa sul tavolo dall’Unione europea il 19 febbraio scorso, prima ancora che entrassero in vigore le tariffe Usa su acciaio, alluminio e derivati.
A Bruxelles spiegano che il problema è l’imprevedibilità del presidente americano, che ancora ieri ha detto che «l’Unione europea deve venire al tavolo del negoziato e sta cercando di farlo», lamentandosi però che «l’Ue non compra i nostri prodotti, le nostre auto». Peccato che Bruxelles stia spingendo per una soluzione negoziata fin dal primo momento. «Non cambio idea, ma sono flessibile», ha voluto rimarcare Trump: «Non voglio danneggiare nessuno», ha aggiunto parlando della sua decisione di esentare dai dazi i prodotti elettronici provenienti dalla Cina. Per molti è stata un’inversione a U dopo i crolli in Borsa che ha causato.
Prevale l’attesa in un’atmosfera di grande incertezza. Giovedì la premier Meloni incontrerà a Washington il presidente Trump. Bruxelles guarda in modo pragmatico la missione italiana: è «positivo» che Meloni abbia un «rapporto diretto» con Trump, «più legami ci sono tra le due sponde dell’Atlantico, meglio è», ci ha detto la presidente von der Leyen in un’ intervista. Magari c’è più sospetto tra le capitali per la vicinanza politica evidente e dichiarata tra la premier e il presidente Usa, anche se in questo momento tutti vogliono mostrare sostegno e compattezza. Qualche frizione è emersa nei giorni scorsi con la Francia.
L’atteggiamento della Commissione è improntato al pragmatismo: «La presidente von der Leyen e la premier si sono tenute regolarmente in contatto, anche in relazione a questa missione e lo saranno anche prima della missione programmata», ha detto ieri la portavoce dell’esecutivo comunitario, che però poi ha aggiunto: «La politica commerciale è una nostra competenza esclusiva, ma la visita è molto gradita e strettamente coordinata».
Insomma, Meloni si potrà anche coordinare con Bruxelles ma non è titolare a negoziare e gli altri leader europei non le hanno dato questo compito, almeno per il momento, anche se riconoscono l’importanza della visita purché sia «mantenuta l’unità europea». L’Ue infatti è forte se negozia a 27 perché il suo mercato interno vale 450 milioni di abitanti, è il più grande al mondo e interessa a molti Paesi. Gli scambi commerciali dell’Unione europea con gli Stati Uniti rappresentano il 13% del totale e ora l’Ue è intenzionata a rafforzare l’87% restante. Però Meloni può fare da ponte con gli Stati Uniti e in questo momento è fondamentale.
Trump e von der Leyen non si sono ancora mai incontrati, la prima occasione sarà probabilmente il vertice Nato a L’Aia in giugno. Meloni è già stata anche a Mar-a-Lago a inizio gennaio e ora rivedrà Trump a Washington il 17 aprile, mentre accoglierà a Roma il suo vice Vance la prossima settimana, con buona pace del leader della Lega Salvini, che in tutti i modi sta cercando di costruire una relazione speciale con il numero due. Ma è Meloni ad avere il rapporto diretto con Trump e sarà sempre lei a fare gli onori di casa con Vance. Quello che l’Italia può offrire agli Stati Uniti è limitato, ma nelle trattative anche la tattica è fondamentale.
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