Laudato si’, mi’ Signore, per Francesco

di Daniele Madau

Una lavanda dei piedi di papa Francesco a dodici detenute

Come San Pietro, che non sentendosi degno di morire come Cristo, si fece crocifiggere a testa in giù, Francesco- da successore del primo papa- ci ha voluto lasciare il primo giorno dopo il triduo pasquale: il giorno dell’angelo- del messaggero che annuncia la lieta notizia- e delle donne, che raccolsero quell’annuncio.

È stato vero messaggero, della speranza celeste per gli ultimi della terra, da quelli che hanno udito la lieta novella della nascita di Gesù dalla schiera di angeli a Betlemme, alle Marie che il primo giorno dopo la Pasqua, investite dalla luce angelica e abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande,  corsero a dare l’annuncio ai discepoli.

Dopo la benedizione pasquale di ieri, impartita con fatica e tenacia, Francesco ci ha lasciato, per andare incontro alla sua Pasqua, al banchetto non dei principi ma degli storpi, dei malati e dei poveri, i veri invitati alle nozze.

Prima ancora, però, era andato in carcere, per il Giovedì Santo. E prima ancora era apparso senza papalina, con un poncho, per andare a pregare privatamente. Avevo suscitato perplessità e qualche dubbio di opportunità, questa immagine: ma Francesco aveva già lasciato le vesti papali per vestirsi del suo saio, per spogliarsi di tutto e andare incontro al Padre.

Francesco d’Assisi fu il santo dell’amore incondizionato alla Chiesa: alla Chiesa peccatrice e custode del Vangelo, alla Chiesa ricca e a quella degli ultimi emarginati, alla Chiesa traditrice e alla fedele sposa: scelse il nome di colui che, davanti alle rovine di quella che fu la comunità degli apostoli intorno a Pietro, scelse di non voltarle le spalle ma di ricostruirla dalle fondamenta. Così gli aveva ordinato il crocifisso di San Damiano.

Spesso papa Francesco aveva le maniche sollevate e il piglio di chi ha fretta; e tutti ci ricordiamo la sua valigetta nera, con gli ‘strumenti di lavoro’. Aveva fretta, doveva posare i mattoni, ricostruire la Chiesa. Anche a lui il crocifisso ha parlato. Non si spiegherebbero altrimenti la sua lavanda dei piedi a detenute e detenuti, l’abbandono del palazzo apostolico per vivere a ‘Casa Santa Marta’, l’apertura del Giubileo della Misericordia nella Repubblica Centraficana, l’attenzione alle donne, agli emarginati e ai migranti, la lotta alla corruzione e alle armi, la vita consacrata per la pace, l’amore a Maria, il desiderio incessante di preghiera, e lo stesso nome di Francesco, scelto per la prima volta da un pontefice.

E come San Francesco fu giullare e amante del canto e della musica, anche Bergoglio si lasciava, a volte, trasportare dalle gioie della vita, fonte di umile e casto piacere: il calcio, le arti, le battute scherzose.

Non si offenderà,allora, il poverello di Assisi, se aggiungiamo una strofa al suo Cantico, scritto tra sofferenze atroci, in attesa di lasciare questa vita:

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali, beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.

E laudato si’, mi’ Signore, per nostro fratello,  papa Francesco

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