‘Europe Matters’: se Democratici e centrosinistra sono in crisi negli Stati Uniti e nell’Unione

di Francesca Basso e Viviana Mazza, per il ‘Corriere della Sera’

Benvenuti alla newsletter ‘Europe Matters’, che ci terrà compagnia settimanalmente: un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del ‘Corriere della Sera’ da Bruxelles e New York.

Il senatore «socialista democratico» indipendente del Vermont, Bernie Sanders, arriva alla manifestazione del primo Maggio davanti al Municipio di Philadelphia. La protesta è intitolata «For the Workers, Not the Billionaires May Day Rally» (Afp)

Il partito democratico negli Stati Uniti e il centrosinistra in Europa, fatta eccezione per alcuni Paesi come Spagna, Danimarca e Malta in cui i socialisti sono al governo, sono in crisi. Su entrambe le sponde dell’Atlantico viene rimproverato loro — semplificando — la stessa cosa: la cultura Woke, l’avere dimenticato le priorità del loro elettorato di riferimento, ovvero le fasce più deboli della popolazione, per concentrarsi sui diritti delle minoranze dando l’idea di essere partiti d’élite. 

In Europa la crisi ha colpito soprattutto le forze di centrosinistra in Francia e Germania, considerate pilastri del socialismo europeo.In Italia il Pd tiene anche se è all’opposizione, è sopra il 20% a livello nazionale, tuttavia non riesce a far pesare sufficientemente questo peso nel dibattito pubblico, perennemente diviso al suo interno tra riformisti e massimalisti. Al Parlamento europeo i socialisti sono il secondo gruppo, ma poiché non esiste più una maggioranza di centrosinistra alternativa alla «maggioranza Ursula» composta da popolari, socialisti e liberali, la capacità dell’S&D di condizionare l’agenda politica è venuta meno nella nuova legislatura a vantaggio del Ppe, che invece può allearsi con i Conservatori e riformisti (Ecr) e all’occorrenza anche con i Patrioti, benché nei loro confronti esista per il momento il «cordone sanitario» e rappresentino forze populiste che i popolari dicono di combattere.

La crisi del centrosinistra è tale che il presidente del Partito popolare europeo Manfred Weber, al termine del congresso del Ppe a Valencia, ha detto chiaramente che «il competitor principale non è più il centrosinistra ma sono le forze estremiste», ovvero l’estrema destra che in Europa è rappresentata dai partiti vicini a Trump, che sono sparpagliati tra l’Ecr, i Patrioti e l’Europa delle nazioni sovrane. La debolezza del partito democratico americano si trasmette anche al centrosinistra europeo, così come il successo di Trump sta dando benzina ai 

movimenti populisti di estrema destra nel Vecchio Continente.  

Negli Stati Uniti come in Europa i democratici e i partiti di centrosinistra sembrano faticare a comunicare efficacemente con l’elettorato. Scrive Rana Foroohar sul Financial Times che «i Democratici non possono comunicare efficacemente con il pubblico finché non hanno una posizione politica coerente. Al momento, non lo fanno, e questo perché non hanno ancora fatto la scelta cruciale tra populismo economico e una versione leggermente aggiornata del neoliberismo». Osserva Foroohar che «mentre alcuni, come Sanders, Murphy e la senatrice Elizabeth Warren, vogliono seguire la strada del populismo, la leadership del partito e la maggior parte della base dei donatori democratici sembrano voler tornare a una versione del neoliberismo dell’era Obama-Clinton». In Europa il ragionamento è più complesso, ci sono 27 Stati membri con specificità diverse. Ma il filo rosso che li accomuna sembra essere l’incapacità del centrosinistra di intercettare l’insoddisfazione e le paure più comuni: economia, immigrazione illegale, transizione verde, sicurezza. E le risposte fornite oscillano tra il populismo (ne sono espressione in Germania l’alleanza Bsw di Sahra Wagenknecht, in Francia La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon  e in Italia il M5S di Giuseppe Conte) e un riformismo percepito, da una parte del suo elettorato, come più attento al politicamente corretto che alle soluzioni concrete.

Qualche giorno fa il New York Times osservava nonostante la «sconfitta totale» avvenuta nel 2024 da parte dei Democratici, molti leader di partito hanno deciso di non dover apportare modifiche significative alle loro politiche o al loro messaggio. «Hanno invece optato per una spiegazione di comodo per la loro situazione. Questa spiegazione parte dall’idea che i Democratici siano stati semplicemente le sfortunate vittime dell’inflazione post-pandemica e che il loro partito sia più popolare di quanto sembri: se solo i Democratici riuscissero a comunicare meglio, in particolare sui social media e nei podcast, il partito andrebbe bene». Un elemento chiave di questa argomentazione — prosegue il New York Times — riguarda l’affluenza alle urne. «I leader del partito sostengono che la maggior parte degli americani preferisca ancora i Democratici, ma che l’apatia degli elettori abbia permesso a Trump di vincere. Secondo questa logica, i Democratici non devono preoccuparsi di riconquistare gli elettori di Trump e dovrebbero invece cercare di animare la naturale maggioranza liberale del Paese».

L’affluenza alle urne è un elemento chiave anche in Europa. Ma alle ultime elezioni in Germania, dove il partito di estrema destra Alternativa per la Germania rischiava di vincere, l’affluenza è stata del 84%: un record dal 1990, quando ci fu la riunificazione. Un argine temporaneo, i cristiano-democratici hanno vinto le elezioni mentre sono crollati i socialdemocratici, scesi con il 16,5% al minimo storico e l’estrema destra dell’AfD ha quasi raddoppiato i voti. In questi giorni secondo i sondaggi è addirittura davanti la Cdu. Anche in Europa la famiglia socialista fatica a cambiare le proprie strategie e messaggi ed è un problema per le forze di centrodestra europeiste.

Negli Usa i Democratici, scrive il New York Times, stanno vivendo una «forma di negazione che renderà più difficile al Partito Democratico vincere le elezioni future. Anche molti conservatori e repubblicani dovrebbero preoccuparsi del rifiuto democratico. Il Paese ha bisogno di due partiti politici sani. In particolare, ha bisogno di un Partito Democratico sano, vista la presa di potere del Partito Repubblicano da parte di Trump e il suo comportamento draconiano. Per frenare lui – e qualsiasi successore che continui le sue politiche – è necessario che i democratici analizzino con onestà i loro problemi».

Per capire cosa si sta muovendo nel campo democratico siamo andati ad ascoltare Bernie Sanders a Bethlehem in Pennsylvania, il più grande Stato in bilico e il primo sulla costa orientale ad essere toccato dal tour «Fighting Oligarchy». Ha attirato folle di oltre trentamila persone in città come Los Angeles e Denver. Questa è la città di «Bethlehem Steel», la celebre fabbrica da cui venne l’acciaio per l’Empire State Building e gli altri grattacieli, nonché per le navi della Seconda guerra mondiale, ma la fabbrica ha chiuso nel 2003 dopo anni di declino. Con le maniche di camicia arrotolate e il dito puntato, l’83enne senatore «socialista democratico» indipendente del Vermont, ha ripercorso i suoi «greatest hits»: «Quando l’1% possiede più ricchezza del 90%, quando chi ha i soldi controlla entrambi i partiti politici, gli americani vivono in un’oligarchia».

Il messaggio di Bernie non è cambiato, ma è cambiata la familiarità degli americani con il concetto di oligarchia, grazie a Trump e Elon Musk. Eppure sull’uso di questa stessa parola i democratici si sono divisi. Elissa Slotkin, senatrice del Michigan e star emergente del partito che a marzo ha dato la risposta ufficiale a Trump dopo il suo discorso al Congresso, dice che non bisognerebbe usare il termine oligarchia perché non funziona nell’«America di mezzo». Bernie ha risposto che «gli americani non sono così stupidi». Alcuni degli applausi più forti scoppiano quando il senatore dice che il partito democratico ha fallito nel difendere la classe operaia e che non basta sconfiggere Trump, ma bisogna «trasformare noi stessi»: «Non c’è ragione per cui nel Paese più ricco del mondo oltre il 60% delle persone sopravvive a stento con il salario mensile».

Nel suo comizio per celebrare i primi 100 giorni alla Casa Bianca, Trump a modo suo ha fatto un complimento a Sanders, mettendosi in competizione con lui per le dimensioni delle rispettive folle: «Bernie è probabilmente il meglio che hanno (i democrati ndr). Gli do credito perché è un lunatico ma è ancora piuttosto acuto». Ci sono cose nel linguaggio di Trump e di Sanders che si somigliano: parole come «fight», accuse ad entrambi i partiti di aver scelto accordi commerciali che hanno venduto la classe operaia, e anche Bernie non si risparmia qualche frecciata ai media. Ma la soluzione offerta è diversa: Sanders parla di solidarietà, di «non farsi dividere».

Molti, a sinistra, di questi tempi dicono che i comizi non servono a nulla. La gente che si è riunita a Bethlehem non sa esattamente cosa fare, ma vuole fare qualcosa: è quasi un’esperienza terapeutica. Sanno che Sanders non si ricandiderà più alla Casa Bianca; fuori si possono comprare le spillette «Aoc 2028». Ed è evidente che la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez sta raccogliendo la sua eredità di populismo economico e sarà il volto della sinistra progressista, ma questo non vuole dire che si candiderà alla presidenza nel 2028 (quando Trump dice adesso che non intende correre per un terzo mandato). AOC ha compiuto a ottobre i 35 anni necessari ma sarebbe considerata incredibilmente giovane; Kennedy ne aveva 43. «America I love you, but you’re freaking me out» (America ti amo ma mi stai spaventando) canta la band punk The Menzingers, che precede Sanders: la frase descrive l’umore di questa folla. 

La sfida ora per il centrosinistra su entrambe le sponde dell’Atlantico è trovare nuove idee che rassicurino e convincano gli elettori che il modello sociale che propongono è preferibile a quello populista. Come ricorda il New York Times, «quando i Democratici emergevano dal nulla in passato, spesso lo facevano con idee innovative. Hanno aggiornato la fiera tradizione democratica di migliorare la vita di tutti gli americani. Bill Clinton ha rifondato il partito all’inizio degli anni ‘90 e ha parlato di “mettere le persone al primo posto”. Nel 2008, Obama, Clinton e John Edwards hanno proposto piani entusiasmanti per migliorare l’assistenza sanitaria, ridurre le disuguaglianze e rallentare il cambiamento climatico. Questi candidati hanno fornito una leadership intellettuale». Ecco quello che manca al centrosinistra in questo momento negli Stati Uniti come in Europa

Si ringrazia il ‘Corriere della Sera’, titolare di tutti i diritti, a cui si rimanda per l’iscrizione alla newsletter

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