Dazi U.S.A. e vini sardi, parlano le cantine “Argiolas”

di Nicola Altea

Vigneti ben curati, terreni dalla florida vegetazione, campi animati dall’operoso lavoro di contadini e pastori. Il paesaggio, con i suoi colori caldi e i suoi profumi intensi, porta visibili i segni di una radicata  tradizione agro-pastorale. Siamo nel Parteolla, ridente regione storico-economica del Basso Campidano, non  molto lontana da Cagliari. Dalle vigne e dagli oliveti di questa zona provengono ottimo vino e olio; nei caseifici del posto si produce buon formaggio. Anche qui, tra i piccoli ma prosperi centri di Dolianova, Serdiana, Donori, Barrali, Soleminis e Settimo S. Pietro, l’economia sarda “paga dazio” – è il caso di dirlo – per la nuova politica economica trumpiana.  

Lo sanno bene le “Cantine Argiolas” di Serdiana, una tra le più prestigiose realtà vinicole della Sardegna e che proprio negli U.S.A. ha un importante mercato di esportazione. La direttrice marketing e comunicazione, Valentina Argiolas, ci accoglie nei locali della sua azienda, fondata con sacrificio dal nonno Antonio agli inizi del secolo scorso e diventata presto famosa nel mondo. Mentre camminiamo avvolti dall’intenso e piacevole profumo del vino e dal fragore delle tante macchine aziendali, i nuovi dazi americani sembrano lontani, ma – come ci spiega la responsabile – in realtà Sardegna e Stati Uniti non sono mai stati così vicini.  

Valentina, quali sono le ripercussioni dei dazi statunitensi sulle esportazioni della vostra azienda? 

Gli effetti sulle nostre importazioni di vini sono stati immediati, dalla sera alla mattina. Dopo l’annuncio  giunto in serata dell’introduzione dei nuovi dazi, una partita importante dei nostri vini diretta negli U.S.A. è  rimasta bloccata nel porto di Livorno, da dove partono le esportazioni per l’America. I distributori americani che fanno capo all’importatore italiano hanno infatti emanato una circolare in cui hanno dichiarato che, a  fronte dei nuovi dazi, non avrebbero accettato alcun aumento dei prezzi. Il disagio è stato notevole e per venti  giorni i nostri vini sono rimasti bloccati in Toscana. Ora fortunatamente la situazione si è sbloccata. 

Con quali misure la sua azienda sta fronteggiando la situazione?  

A metà aprile c’è stata una riunione tra i produttori e si è trovato un accordo. Per mantenere i numeri previsti all’inizio di dicembre occorre per il momento che sia il produttore ad assorbire il dazio per non gravare sul prezzo finale della merce. In particolare, dobbiamo farci carico noi del 10% del dazio, non su tutti i vini ma almeno su quelli su cui ci si è accordati perché hanno una quotazione maggiore (sul Turriga per esempio no, sul Costamolino sì). Tale soluzione durerà fino al 9 giugno, ma in queste condizioni è impossibile fare una programmazione precisa. 

Sono ben note le difficoltà che le esportazioni sarde incontrano quotidianamente a causa dell’insularità.  Ora si sono aggiunti i nuovi dazi americani. Quale impatto ha sulla sua azienda il combinato di questi due elementi? 

Le nostre merci sono già più care a causa dei costi di trasporto: l’azienda deve farsi carico delle spese dei vini in transito verso il porto di Livorno, da dove verranno poi distribuiti nei mercati esteri. A ciò si aggiunge lo svantaggio ulteriore dei tre giorni di tempo necessari perché le merci attraversino il mare. Qualche anno  fa era possibile far partire direttamente dal porto di Cagliari i container alla volta dell’America, anche se solo  fino al New Jersey, da dove però i distributori riuscivano a far arrivare il vino anche in altri Stati. Oggi non esistono  più container in partenza direttamente dal capoluogo sardo e questo è per noi un aggravio non da poco, che va a sommarsi all’impatto dei dazi.  

In una recente intervista ha dichiarato che il vino è sempre più oggetto di demonizzazione.  

Esatto. Si è fatto circolare con sempre più insistenza il messaggio che il vino nuoccia alla salute per la presenza di alcol e zuccheri. È assurdo parlare in questi termini di una bevanda che si consuma da millenni, ma evidentemente si vuole speculare anche su questo. Fortunatamente l’emergenza dazi ha fatto rientrare  questa narrazione, ma resta il fatto che, proprio negli U.S.A., si tende a prediligere una dieta con bevande no alcol o low alcol, che in realtà non sono vini ma bevande a base di uva, ottenute spesso con processi chimici che nulla hanno a che vedere con il processo naturale di produzione del vino.  

Su quali altri mercati esteri si può puntare per tamponare gli effetti dei dazi americani? 

Non vi sono molte altre alternative. Il mercato statunitense consente alle nostre esportazioni numeri che non sono raggiungibili in altri mercati. Del resto molti altri Stati sono in difficoltà: la Germania è in crisi, il Giappone  ugualmente a causa della svalutazione dello yen, il mercato cinese non è affidabile. Siamo tutti nella stessa barca. L’Italia, dal canto suo, è un mercato già saturo.  

Quali previsioni è possibile fare per le esportazioni dei nostri vini? 

Al momento nessuna. Se a fine anno si riuscisse a chiudere con gli stessi risultati dello scorso anno, saremmo stati già molto bravi. Regna l’incertezza. Ancor prima dell’introduzione dei nuovi dazi il settore registrava una certa crisi, con un calo del 15%. Se non si riprende la Germania, che è il primo mercato del comparto dopo quello italiano, le difficoltà persisteranno. E gli effetti del periodo Covid non sono stati ancora superati. È certo, però, che tutta l’Europa debba farsi sentire presto con forza.

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