Noi siamo lo Stato

di Daniele Madau

Domani si ricorderà la strage di Capaci, del 23 maggio 1992: una data fondativa per il nostro senso dello Stato

Esiste un calendario civile, in Italia, drammatico e doloroso, che solo se continuerà ad accompagnarci in una crescita di maturazione come cittadini, potrà diventare calendario del cuore: è quello che ricorda le date di chi ha donato la sua vita per noi.

Di queste, la data del 23 maggio 1992 è come fondativa di un risveglio di un sopito senso dello Stato, relegato in fondo al cuore dalle conquiste degli anni ’70 e dal benessere degli anni ’80, che hanno causato un periodo di apatia, senso di soddisfazione e – contemporaneamente – di disgusto, distrazione, ottenebramento e allontanamento dal patto civile che ci univa e ci unisce. Già ‘ Tangentopoli’ aveva urticato e infiamato i nostri sentimenti di pancia e stomaco; Capaci toccò, e graffiò a fondo, il nostro cuore.

Perché sì, davanti ai nostri occhi si palesava chi, in mezzo alla connivenza, alla superficilità, al menefreghismo, all’illegalità diffusa, accettata e valorizzata, all’omertà, al depistaggio come regola di Stato, all’invasione delle lunghe mani della politica nella società, alla depredazione del bene comune, aveva anteposto la legalità, i valori dell’etica e del dovere, l’amore alla comunità.

Aveva il volto disilluso, dolce e fermo di Giovanni Falcone, incorniciato elegantemente dai baffi, tratto stilistico degli anni ’80. Aveva i volti di tutti coloro che l’hanno preceduto – da Placido Rizzoto a Chinnici -, che l’avrebbero seguito – da Borsellino a Don Puglisi – e che l’hanno accompagnato, Francesca Morvillo e la scorta.

Da quel giorno, noi siamo, e saremo sempre, come davanti a una pietra di paragone, a una psicostasia – pesatura dell’anima – che ci svela quando valgono i nostri sentimenti, davanti a uno specchio – gli occhi dei nostri eroi civili – che ci mostra gli abissi del nostro cuore.

Potremmo così ricercare quanto teniamo ai nostri figli, alle nostre persone care, ai nostri anziani, in base a quanto abbiamo a cuore le conquiste civili, il rispetto delle leggi, la sanità e la scuola pubblica, le infrastrtutture efficaci. Potremmo così conoscere quanto amiamo noi stessi, e se cioè ricerchiamo la felicità in una comunità libera sotto le regole, in un cammino semplice di rispetto reciproco.

Perché capire che lo Stato siamo noi non è difficile, è semplice. Capire che ognuno di noi, essendo venuto in vita e vivendo in una certa comunità, ha dei doveri e dei diritti, tali e quali a quelli di tutti gli altri a cui è uguale, è libero e deve contribuire al benessere suo e di tutti, non è difficile. E’ la prima cosa che i bambini imparano, quando seguono le indicazioni dei genitori.

Purtroppo, storture storiche, il male che sembra onnipotente – ma lo è solo quando la comunità è debole – viltà e egoismo, pericoli innati nell’uomo, ci hanno convinto del contrario.

Il calendario civile serve a questo, a riportare tutto sulla giusta strada, nel cammino semplice, alla felicità che ci meritiamo, e che possimo costruire solo pensando che noi siamo lo Stato.

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