‘Europe Matters’: l’analisi della politica estera europea e americana con le corrispondenti del ‘Corriere della Sera’

Continua la pubblicazione, per cui si ringrazia il ‘Corriere della Sera ‘ , della rubrica sui rapporti tra Europa e U.S.A.

Benvenuti a Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York.  

Studenti davanti alla statua di John Harvard nel campus dell’Università di Harvard. Il 13 maggio 2025 il governo degli Stati Uniti ha annunciato nuovi tagli ai finanziamenti per Harvard (Afp)

Dal Texas al Parlamento europeo, la Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo

Continua il braccio di ferro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’Università di Harvard. Ieri l’inquilino della Casa Bianca ha scritto su Truth di stare «ancora aspettando la lista degli studenti stranieri di Harvard, così da poter stabilire, dopo una spesa assurda di miliardi di dollari, a quanti pazzi radicalizzati, tutti piantagrane, non dovrebbe essere permesso di rientrare nel nostro Paese». Trump ha spiegato che «parte del problema con Harvard è che il 31%» degli studenti «è straniero, noi diamo loro miliardi di dollari, che è ridicolo… Sono il 31% e rifiutano di dirci chi sono, lo vogliamo sapere, non abbiamo problemi con molti di loro, ma non dovrebbero essere il 31%, è troppo».

L’Italia, invece, ha il problema opposto degli Stati Uniti: paga per formare i propri studenti che poi per mancanza di opportunità sono costretti ad andare a cercare fortuna all’estero. Restiamo emigranti, ma è cambiata la classe sociale. E moltissimi vanno negli Stati Uniti.

La comunità italiana negli Stati Uniti conta numerosi ricercatori e accademici. Venerdì scorso il Parlamento europeo ha ospitato la XIX Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo, organizzata dalla Texas Scientific Italian Community in collaborazione con l’Università Libre di Bruxelles. Vi hanno partecipato in presenza e da remoto  rappresentanti di associazioni, università e centri di ricerca da tutto il mondo, tra cui Australia, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cina, Francia, Giappone, Israele, Italia, Messico, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. L’iniziativa è stata lanciata da Vincenzo Arcobelli, presidente della Conferenza, nel 2004 a Houston, «che era già una città con una popolazione italiana in crescita. Il Texas è famoso per la ricerca soprattutto nel settore medico. Ho voluto  mettere in evidenza le eccellenze della ricerca italiana», ci racconta al termine di una giornata in cui si sono alternati panel sull’aerospazio, la biomedicina, le materie Stem e quelle umanistiche (introdotte nella conferenza dallo scorso anno).

L’obiettivo per cui è nata quasi vent’anni fa questa Conferenza «era far capire alle comunità locali statunitensi qual è l’apporto umano e intellettivo italiano», prosegue Arcobelli ricordando che «noi italiani siamo stati emarginati, siamo stati discriminati in Louisiana, in Texas, in tutti gli Stati Uniti: la nostra immagine era la solita… pizza, mandolino, mafia. Io volevo dare un esempio pratico, un’altra immagine dell’Italia». Arcobelli non è un ricercatore, si occupa di aviazione: «Sono un comandante pilota di istruttori della American Airlines, di istruttori di piloti americani, militari, civili e simulatori e poi lavoro come comandante pilota e istruttore». Ma con una forte passione per l’Italia e gli Stati Uniti. Conferma che il mondo accademico americano sta vivendo «un disagio» e anche «qui tra i nostri panelist ci sono professori che vivono con i grants, quindi con i contributi statali, ci vivono le università con i laboratori. Se i grants vengono meno il rischio è che questi  ricercatori possano perdere il lavoro».

Arcobelli pensa però che sia «una cosa temporanea, perché un Paese come gli Stati Uniti non può continuare così, si ferma se smette di investire in ricerca e sviluppo tecnologico, finisce per perdere la competizione con la Cina. Gli Usa sono sempre stati guidati dal merito: se meriti vieni in America e gli Stati Uniti possono trarre un beneficio dalle ricerche di alto livello che vengono fatte dagli stranieri». 

«A luglio scopriremo come finirà la battaglia legale con le università», spiega Andrea Giuffrida, che trent’anni fa ha iniziato come ricercatore negli Stati Uniti e ora è Senior Vice President for Research & Biotechnology della Western University of Health Sciences in California. «Il clima è teso, l’amministrazione ha preso di mira le grandi università — spiega — ma anche gli atenei più piccoli sono preoccupati perché i tagli potrebbero rendere più difficile continuare a fare ricerca come si faceva in passato». C’è ormai un clima di «paura» tra gli studenti stranieri, che non sanno se verrà loro concesso o rinnovato il visto per gli Stati Uniti. «La Conferenza, che lo scorso anno è stata organizzata in Canada, ha tra i suoi obiettivi favorire il networking tra persone che di solito non interagiscono perché di settori diversi – prosegue Giuffrida – ma anche portare un po’ di visibilità al prestigio della ricerca italiana in generale nel mondo e risvegliare un po’ gli animi anche in patria, dove purtroppo ancora non esistono delle politiche forti per evitare la continua fuga di cervelli, dovuta alla mancanza di opportunità simili a quelle che si trovano all’estero. È probabile che l’Europa si troverà avvantaggiata da quanto sta accadendo negli Stati Uniti, perché potrà accogliere studenti che non si sentono più rassicurati dal clima Usa e cercheranno rifugio in Europa».

L’amministrazione Trump ha fatto arrestare e ha trattenuto studenti internazionali e il mese scorso ha revocato migliaia di visti, prima di ripristinarli temporaneamente. Il risultato, come hanno ben raccontato sul Corriere Luigi Ippolito da Londra e Stefano Montefiori da Parigi, è che «l’esodo dalle università americane è già partito». In Gran Bretagna per il prossimo anno accademico 2025-26, le domande di iscrizione da parte di giovani americani nelle università britanniche sono cresciute del 12% rispetto all’anno precedente, passando da 5.980 a 6.680. Mentre il 5 maggio scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato a fianco della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen l’iniziativa «Choose France for Science», per attirare in Francia e in Europa scienziati e ricercatori da tutto il mondo. Ma venire in Europa non è poi così semplice. «Negli ultimi anni si sono moltiplicate le restrizioni per gli studenti francofoni, in arrivo specialmente dall’Africa, sospettati spesso di usare l’iscrizione a un’università come pretesto per stabilirsi in Europa», scrivono Montefiori e Ippolito, che citano le cifre di Eurostat: sono 1,66 milioni gli stranieri che studiano nelle università Ue. La Germania è il Paese che ne attira di più, con il 23,3% del totale, la Francia il 16% e i Paesi Bassi il 10%. L’Italia è ferma al 4%, perché come non riesce a trattenere i nostri ricercatori così non riesce ad attrarre quelli stranieri. 

CHI SIAMO

Francesca Basso è corrispondente da Bruxelles per il Corriere della Sera. Ha lavorato nelle redazioni Politica ed Economia

Viviana Mazza è corrispondente da New York per il Corriere della Sera. Ha lavorato nella redazione Esteri occupandosi di Stati Uniti e di Medio Oriente

  

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