di DanieleMadau

In attesa degli scrutini, dopo averli salutati con una mattinata informale, al bar, per conoscerli meglio anche in queste situazioni che anticipano le vacanze, ho staccato per qualche giorno la mente da studenti e studentesse, così come da valutazioni, medie, email poco empatiche o educate di qualche genitore, relazioni finali, aule, corridoi, libri di testo, registri, colleghi e colleghe, sala professori.
Non è stato facile, anche solo per due giorni: è semplice, infatti, per un docente delle secondarie di secondo grado, portarsi tutto il lavoro a casa, sia a livello mentale che fisico, sia a livello di cuore che di mano.
E poi, quotidianamente, tutto intorno si continuava a parlare di scuola. Le novità annunciate dal ministro Valditara, e le successive considerazioni di psicologi, giornalisti, intellettuali, sino alle tragedie di Graz e Parigi.
Per queste ultime, così drammatiche, servirebbe uno spazio più ampio, o forse un silenzio di sgomento, pietà, interrogativi, turbamento.
Delle considerazioni sulla scuola da parte delle varie figure elencate poco sopra è, invece, giunto il momento di parlare. Mi esprimo in questo modo perché, per tutto l’anno scolastico, come, in realtà, per i precedenti, ho sopportato con un po’ di amaro in bocca e peso sul cuore tutti i pareri- spesso assertivi, per non dire categorici – di figure, a volte grandi figure, che stimo e seguo, su un mondo che, in fin dei conti, non conoscono.
A tutti noi capita di esprimere pareri su qualcosa che non rientra nel nostro campo lavorativo, è normale, sano, si tratta – in fin dei conti – di libertà di parola, da difendere come qualcosa di sacro e fondativo.
Però bisognerebbe avere anche un po’ di buon senso e di rispetto: atteggiamenti che, anche se non rientrano nel campo dei dirittti fondamentali, sono attitudini che permettono a una discussione di accedere a un livello più alto, di toccare le vette dell’empatia e dell’arricchimento reciproco.
Nel buon senso rientra, a mio parere, avere sempre la percezione del limite. Chiarisco. Secondo alcune delle figure elencate sopra, la scuola dovrebbe occuparsi, in ordine sparso, di insegnare, oltre alla materie già previste: l’attualità sociale e geopolitica, una corretta alimentazione e un corretto stile di vita, i fondamenti della nuova economia, l’uso corretto dei dispositivi digitali, dei social e dell’intelligenza artificiale, l’educazione sessuale e affettiva, il codice della strada, gli atteggiamenti corretti per contrastare il bullismo, il cyberbullismo, l’evasione fiscale, le deviazioni in generale, il fumo, e l’uso e l’abuso di alcolici e stupefacenti. Non è una esagerazione, sono richieste che riscontrato precisamente, e di qualcos’altro mi starò sicuramente dimenticando.
Come si può capire, il peso che ricade sulla scuola, è notevole, anche considerando le ore di Educazione Civica, che sono solo 33 per anno scolastico. I docenti dovrebbero essere esperti, autorevoli e preparati, di quasi tutto lo scibile, da presentare anche attraverso le più moderne e coinvolgenti metodologie didatiche. Per far questo, dovrebbero essere retribuiti adeguatamente, come figure davvero insostituibili. Oppure ci dovrebbero essere risorse per reclutare ogni tipo di esperti, e gli studenti dovrebbero essere sempre sul pezzo, sempre pronti a recepire ogni indicazione.
Purtroppo, noto una certa ipocrisia che, a costo di sembrare banale e superficiale, può essere ricondotta a una certa costante italiana: il parlare di qualcosa per delegarne la presa in carico e la realizzazione. E’ facile, a basso costo, di moda, insegnare alla scuola come e cosa dovrebbe insegnare, per non dire che ha sempre un certo semplice effetto criticarla. Lo scrivo con cosciente amarezza, sperando di non toccare il fondo del vittimismo.
Come non vedere che, sotto questo peso e sotto queste aspettative sociali, tutta la realtà scolastica potrebbe esplodere o, meglio, implodere, dato che non si sente supportata dal contesto sociale, dalle famiglie al mondo politico, da quello giornalistico a quello universitario?
Tocco, solo marginalmente, un tasto: perché tutto ciò che rientra nell’ambito educativo deve ricadere solo sulla scuola? La famiglia sembra ormai essere qualcosa di accessorio, incapace di incidere o, soltanto, di avere un dialogo, un rapporto autorevole, da adulti-adolescenti, con i ragazzi?
E il mondo politico? Perché, ormai, è esente da ogni qualsivoglia riflesso educativo?
Tutto questo è paradossale, e solo qualche voce solitaria, cogliendo pienamente il ‘grido di dolore ‘ sembra disposta ad affrontare in profondità il problema.
C’è poi un altro aspetto, che rientra in quel buon senso di cui si è parlato prima. Sarebbe un gesto di educazione, quando si parla di una realtà, invitare qualcuno che quella realtà e quel mondo lo vive quotidianamente. Quando si parla, a esempio, di salute e medicina, si invitano i docenti universitari e gli esperti del settore.
La voce dei professori, però, non risuona mai, a meno che non si tratti di scrittori, cantanti o youtubers. Risuona molto di più quella dei dirigenti scolastici o degli studenti.
Ripeto, è buon senso: solo i professori conoscono il mondo della didattica, delle relazioni in classe e tra colleghi, delle numerose problematiche che ruotano attorno a un mondo, quasi un’utopia, che, da contratto collettivo dei docenti, dovrebbe creare un ambiente educativo grazie all’apporto di tutte le figure coinvolte dentro le mura degli istituti scolastici.
A scanso di equivoci, e correndo il rischio di risultare un romantico esperto nella captatio benevolentiae, concludo dicendo che, conoscendo la categoria, nel caso nulla cambiasse, noi continueremo ugualmente a svolgere il nostro lavoro con la stessa immutata passione, che non tiene conto come dovrebbe, a esempio, della retribuzione. Un operaio specializzato nel settore idraulico- lo dico con cognizione di causa – con vent’anni di esperienza, ha un salario notevolmente maggiore di un docente delle superiori, con la stessa esperienza, ugualmente specializzato e vincitore di concorso, e laureato. Non desidero che lui guadagni meno, anzi, son davvero felice per lui. Vorrei che la nostra categoria guadagnasse almeno quanto lui, se non altro perché è sempre sulla bocca di tutti, perché- secondo quei tutti – dovrebbe prendersi cura di ogni aspetto del complesso mondo reale.
La scuola, questo mondo così lontano, ma così vicino che è quasi naturale trattarlo con sufficienza, a volte superbia, senza rispetto.
Inivierò questo articolo a tanti giornalisti del ‘Corriere della Sera’, il mio quotidiano di riferimento: non succederà niente, ma sarebbe bello aprire un dibattito, far sentire la voce dei docenti. Voce non rancorosa, lamentevole, ma sicura delle proprie rivendicazioni e dei propri meriti.
Ernasto Galli della Loggia – che in passato ha lamentato l’assenza di questa voce, soffocata dai sindacati -, Aldo Cazzullo, Massimo Gramellini, Gian Antonio Stella, Carlo Verdelli, il direttore Fontana, Aldo Grasso e, chiaramente, il collega Alessandro D’Avenia con la sua bella rubrica sull’ultimo banco: sono tutti giornalisti che ammiro, apprezzo, seguo e stimo. Tutti hanno parlato di scuola e con tutti loro sarebbe bellissimo avere un confronto sulla scuola stessa, riconoscendole il merito che risulta avere dalle aspettative sociali. Insieme a noi docenti delle secondarie però, che – pur non essendo celebri – entrano in classe ogni giorno.
Vorrei concludere proprio citando Aldo Grasso -critico televisivo e professore universitario autorevole e giustamente stimato- i cui articoli leggo con piacere, che da poco si è espresso così, sulla sua rubrica quotidiana, in riferimento all’uso dei dispositivi elettronici a scuola: ‘La didattica dovrebbe guardare avanti, imparare le poesie a memoria non risolve il problema, perché esiste una nuova grammatica da studiare. Non si vieta ciò che va compreso‘.
Per quella che è la mia esperienza, assaporare, capire e imparare a memoria una poesia non risolve direttamente un problema, ma educa l’ anima per saperli affrontare tutti, anche quelli derivanti dalle nuove sfide della tecnologia. E’ proprio questo che, a parer mio, ancora non si è compreso della scuola. Ma è normale non coglierlo, se non la si vive tutti i giorni: se si vuole, i docenti possono provare a spiegarlo.