Il futuro, anche di millenni, si decide oggi

di Daniele Madau

Per descrivere la sua concezione della storia, Fernand Braudel era solito raccontare quanto gli era capitato una volta: ‘Una sera, mentre mi trovavo all’interno dello Stato di Bahia, mi è accaduto di trovarmi improvvisamente al centro di un nugolo prodigioso di lucciole fosforescenti. […] Tali sono gli avvenimenti, tanti punti luminosi. Al di là del loro splendore, al di là della loro singola storia, resta da ricostruire il paesaggio che hanno fatto balenare ai nostri occhi: la strada, la macchia, il bosco ceduo, l’argilla rossastra, i declivi del suolo.. […] Di qui la necessità di andare oltre l’alone luminoso degli avvenimenti, che è soltanto un primo stadio e spesso, preso a sé stante, una storia poco degna di nota’ .

Fernard Braudel, insieme agli altri membri della Scuola delle Annales – Marc Bloch e Lucien Febvre – introdusse la concezione della storia non come un racconto cronologico di fatti e avvenimenti passati, ma come uno strumento per conoscere e comprendere la società umana.

Viene, infatti, instaurato un nuovo rapporto, quello tra la storia profonda e la storia evenemenziale: lo storico non deve limitarsi all’analisi e all’indagine del singolo fatto o avvenimento cronologico (storia evenemenziale), ma dev’essere in grado di comprendere il contesto storico in cui esso avviene e la modifica delle relazioni di potere che esso inaugura.

Così, è nel rapporto tra lucciole e paesaggio, all’interno del quale è possibile leggere il paradigma fatto/contesto, che Braudel introduce la teoria dei tre tempi storici. Secondo lo studioso ogni studio e interpretazione storica dovrebbe procedere su tre livelli distinti: una micro-storia, basata sul singolo evento e un’analisi fattuale del reale (le lucciole); una storia congiunturale, posta ad un livello intermedio e basata su cicli materiali, economici, istituzionali e politici; una storia strutturale, o di lunga durata, che rappresenta l’elemento profondo dell’indagine storica (il paesaggio).

Chiunque voglia comprendere e ipotizzare una soluzione ai drammatici scenari di guerra – compreso l’ultimo in Iran – non può non considerare questo insegnamento della grande scuola degli Annales , insieme alle precedenti teorie del mondo classico, quali quelle di Erodoto, Tucidide e Polibio

L’aggressione all’Ucraina così, pur essendo figlia di una micro-storia quale la volontà di potenza di Putin, deve essere inquadrata in una storia congiunturale; ugualmente la situazione del medioriente, che va considerata certamente guardando al 7 ottobre 2023, ma non fermandosi lì.

Tutto questo, valido quando si analizza il passato, lo è anche quando si pensa al futuro. Per l’Iran, infatti, si parla di ‘regime change’, cioè ‘cambio di regime’, e cioè un’azione volta esclusivamente a risolvere -almeno teoricamente – una situazione nell’immediato, senza curarsi delle conseguenze future, che hanno radici nel passato.

Giustamente così si pronuncia l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale): “Un obiettivo del genere è destinato a prolungare, non accelerare la guerra, ad accrescere e non diminuire l’instabilità regionale. Le reazioni sul web, la coraggiosa generazione dei giovani delle città, il cui anelito di libertà non è sopito, bastano per intravvedere i segni di una nuova rivoluzione? 

Ogni volta che agli iraniani è stata data la possibilità di votare, hanno scelto candidati riformisti o i più moderati fra quelli imposti dal regime. Quando arrivavano alla presidenza – Ali Ajbar Rafsanjani e Mohammed Khatami – il loro riformismo era vanificato dalla miopia occidentale. E quando gli iraniani si sentivano minacciati dall’Occidente, il regime riusciva a imporre brutali conservatori come Mohamed Ahmadinejad e Ebrahim Raisi. 

Se dopo 20 mesi di distruzione quasi totale di Gaza, Hamas ancora resiste, quanto tempo durerà la guerra contro un paese così vasto e quanta devastazione dovrà sopportare l’Iran? Quali sentimenti tutto questo sta saldando fra gli iraniani? 

Un cambio di regime gli israeliani lo hanno realizzato in Libano: in poche settimane hanno decapitato i vertici di Hezbollah e in pochi mesi il Libano è finalmente riuscito ad avere un presidente e un premier. Ma l’Iran non è il Libano: esiste da millenni, non da decenni

Per Arabia Saudita, Emirati e i paesi della regione, cambio di regime è sinonimo di primavera araba: qualcuno perse il potere, alcuni hanno rischiato di perderlo, per tutti sono stati anni di guerre e rivoluzioni” .

L’Iran esiste da millenni, e forse ci vorranno millenni perché cambi. E’ la realtà, forse dura, ma è la vera faccia della storia. Cosa fare allora? Nonostante tutto, il dialogo è ancora l’unica azione lungimirante: gli accordi, le tregue che faticosamente si conquistano e faticosamente si mantengono, le organizzazioni sovranazionali pur con il prestigio al minimo, le sanzioni, e il rispetto di tutto questo, anche nella realpolitik, sono azioni davvero efficaci. O almeno, lo sono se si guarda al futuro, se si guarda al terzo livello della ‘storia strutturale’, o di lunga durata, che rappresenta l’elemento profondo dell’indagine storica, e cioè il paesaggio. Un paesaggio, magari, con due popoli e due Stati nella Palestina storica, circondati da paesi non in guerra. Il futuro, anche di millenni, si decide oggi. All’uomo è stato dato questo grande potere.

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