di Oleandro Iannone
Con questo articolo si riprende il tema, tanto sentito in Sardegna ma con anche ampia risonanza nazionale, della necessaria transizione alle fonti rinnovabili e della, altrettanto necessaria, tutela del paesaggio. Oleandro Iannone presenta una proposta che non lascia spazio alla demagogia ma si propone di avviare la transione, ormai improcrastinabile, in forma partecipata e responsabile
Quando ci ritroviamo nella condizione di dover fare una scelta per il futuro, che scelta fare quando ci sembra che l’unica opzione possa peggiorare la già critica situazione del presente? Questo probabilmente è qualcosa a cui, in quanto abitanti della Sardegna, abbiamo pensato negli ultimi tempi, relativamente alla questione della transizione energetica nella nostra terra: continuare a usare il fossile o subire una speculazione rinnovabile?
ReTES – Retza pro sa Transitzione Ecològica Sarda- è una rete che comprende persone che si occupano di ricerca e attivismo, persone esperte e non, che “credono in un futuro più verde e partecipato, in cui la transizione ecologica sia guidata da princìpi di equità e rispetto per il territorio”. Questa è quindi formata da persone dalle opinioni e sensibilità diverse, che si uniscono con l’obiettivo di “espandersi in maniera orizzontale, inclusiva e plurale, nutrendosi delle differenze e crescendo attraverso un dialogo”.
ReTES offre una prospettiva che permette di oltrepassare il binarismo che da una parte mostra la conservazione di un presente insostenibile e dall’altra un futuro buio, proponendo l’uso della democrazia per costruire insieme una transizione ecologica tecnicamente efficace e socialmente giusta.
Il 31 maggio presso Spazio Mesu, un’associazione ecologista, bottega e ciclofficina situata nel quartiere di Villanova a Cagliari, è avvenuto l’incontro “Speculazioni Rinnovabili e Lotte Contaminate” con ReTES, che ha presentato il proprio manifesto e ha aperto un dialogo, partendo da degli interventi di alcune delle persone attiviste di ReTES, sulla realizzazione della transizione ecologica ai tempi del programma ReArm Europe.
ReTES nasce tra l’Ottobre e il Novembre 2024, con l’ambizione di unire più realtà in maniera intersezionale nel ridare centralità alla crisi climatica e sentendo l’urgenza di portare un cambiamento nel dibattito politico nel contesto della transizione ecologica in Sardegna.
La Sardegna, spiega ReTES, come altri luoghi situati in un mediterraneo in via di tropicalizzazione, subisce l’impatto del cambiamento climatico. Nell’alternarsi di siccità e alluvioni è impossibile non riconoscere effetti quali: intere aree a rischio di desertificazione, incendi che diventano incontrollabili e il rendimento dei raccolti in calo.
Questa continua esplicitando che sono le classi più povere a essere le più colpite, le persone che vivono in zone maggiormente a rischio o lavorano in contesti più esposti subiscono prima e con più forza gli effetti della crisi climatica.
Sostiene allora che lo stesso sistema capitalista che impone alle persone questa condizione, nel voler incitare l’ideologia della crescita infinita, è protagonista del riscaldamento globale, causato dall’emissione del gas effetto serra, che viene prodotto dalla combustione di fonti d’energia fossili.
Per ReTES negare quindi la crisi climatica significa voler mantenere lo status quo, perpetuando i privilegi di una parte di popolazione sull’altra. Per questo ritiene necessario politicizzare la crisi ambientale, ribadendo il nesso tra cambiamento climatico, modello di sviluppo e gestione della natura, ed è per questo che richiede la giustizia climatica, che “intreccia la necessità della transizione ecologica con la democrazia”.
Propone quindi una transizione energetica che “punta a invertire il modello fossile della crescita infinita” usando le principali tecnologie attualmente disponibili che permettano un’efficiente produzione energetica: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e termoelettrici. “Queste sono scalabili, hanno basse emissioni di gas serra, costi ridotti e possono azzerare quasi completamente la dipendenza da fonti limitate o assenti sul territorio”, così commenta.
L’installazione e la gestione degli impianti, secondo ReTES, deve essere pubblica e finanziata al bene comune, ci devono essere regole chiave sullo smaltimento di questi e ci devono essere giuste ricompense per le comunità che li ospitano.
Questa ritiene che decarbonizzare sia un diritto da rivendicare per noi stessi, perché le emissioni della combustione delle fonti fossili nuocciono alla salute, e che sia anche una responsabilità che abbiamo in quanto Occidente, “perché è nostro dovere ridurre le emissioni prima del resto del mondo, più povero, con meno risorse e che si è industrializzato dopo o che non lo ha fatto”.
Procede dicendo che l’obiettivo però non è esclusivamente la decarbonizzazione: la transizione energetica è parte del processo di transizione ecologica. Oltre a passare dal fossile al rinnovabile per ReTES è necessario attuare cambiamenti strutturali nell’ambito dell’economia, dell’agricoltura, nei trasporti e nella relazione tra società e ambiente.
“Non serve solo chiedersi quanta energia serva ma anche per cosa la vogliamo usare”: ridurre i consumi, spostarsi con il trasporto pubblico invece che con l’auto privata, investire sull’efficientamento energetico e ridurre agricoltura e allevamenti intensivi sono alcune strategie che ReTES considera utili.
Se la transizione energetica è un passaggio necessario, è necessario anche subire la speculazione? ReTES crede che il problema della speculazione energetica si presenti nel momento in cui la transizione ecologica viene realizzata per il profitto dei privati senza tenere conto del bene comune. Tale caratteristica secondo questa non è esclusiva della transizione alle energie rinnovabili. Opporsi alla transizione energetica perché soggetta a manovre speculative e senza che ci siano alternative concrete porta comunque a una situazione dove la speculazione è presente, ma senza transizione.
Il movimento contro la speculazione energetica è visto da ReTES come una rappresentazione di espressione democratica in una terra in cui la partecipazione è spesso stata minima, per disillusione o repressione.
ReTES evidenzia come la transizione energetica deve essere un processo a cui partecipino le comunità, altrimenti questa verrà vista come un sacrificio, e non come un’opportunità. se la transizione ecologica è governata nell’interesse popolare e richiede ad ogni persona sacrifici proporzionali ai propri privilegi può “essere un’occasione di riscatto rispetto a un modello economico e sociale che ha prodotto povertà e sfruttamento”. “Si dovrebbe investire su ricerca pubblica per le rinnovabili e ci si dovrebbe imporre perché gli utili derivanti dalla transizione vengano reimpiegati nelle scuole, nei trasporti e nella sanità della Sardegna”, dichiara ReTES .
Un problema che sottolinea è quello della disinformazione, che usa a proprio vantaggio il mito della Sardegna incontaminata, questo mito viene smentito per via della militarizzazione, abbandono e speculazione turistica che l’isola subisce.
Per questa “pensare che bloccare pannelli fotovoltaici e pale eoliche tuteli in qualche misura il paesaggio significa trascurare le vere minacce e violenze a cui la Sardegna è soggetta”. Aggiunge che “nessun impianto verrebbe costruito sopra dei nuraghi, oltre al fatto che le pale e i pannelli sono preferibili a una centrale a carbone”.
La disinformazione secondo ReTES nasconde interessi specifici, fa quindi l’esempio dell’Unione Sarda, affermando che dietro all’appoggio ai comitati questa mira a “riportare in auge la metanizzazione”. Va considerato, secondo ReTES, anche che “la strumentalizzazione e la falsità accorciano la vita dei processi partecipativi”.
Inoltre ReTES fa notare che nel contesto contemporaneo non si sta investendo sulla transizione, ma sul riarmo. Questa puntualizza che la guerra è incompatibile con la transizione ecologica: “la promozione del regime di guerra come stato mentale fa in modo che gli altri problemi passino in secondo piano e la produzione di armi e la guerra producono emissioni di gas effetto serra. Più emissioni ci sono più nascono conflitti ambientali, questo porta a più migrazioni e più guerre locali, che di conseguenza producono emissioni”.
Per la complessità del tema ReTES riconosce di non poter essere in possesso di soluzioni perfette, si pone però lo scopo di riordinare il discorso sulla questione, partendo dall’urgenza di mitigare la crisi ecologica. Fa presente che serviranno momenti di confronto e studio e che “non c’è prospettiva di cambiamento o di autogoverno in una terra colpita da eventi climatici estremi”.
Per ReTES è necessario concludere dicendo che non siamo condannati a scegliere tra il male e la conservazione del presente, nonostante questo sia ciò che decenni di calo del benessere e sconfitte ci portino a pensare. “Lo spazio per una transizione rapida e giusta, seria e democratica, totale e sarda c’è”. Noi dobbiamo esigerlo.