
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York.

Il segretario generale della Nato Mark Rutte mentre il personale gli mostra la sala dove verrà scattata la foto ufficiale del vertice Nato al World Forum il 23 giugno 2025 all’Aia (Getty Images)
Oggi si apre il vertice Nato all’Aia. Apparentemente può sembrare un summit in tono minore perché rispetto alle edizioni degli anni passati ci sarà un’unica sessione di due ore e mezza (così da programma ma è probabile che durerà di più viste le questioni sul tavolo) con i leader dei 32 Paesi dell’Alleanza Atlantica e si svolgerà domattina. La scelta del segretario generale Mark Rutte, al suo primo vertice, non è casuale: l’obiettivo è ridurre le occasioni di frizione se non di scontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Già al G7 in Canada Trump se n’è andato un giorno prima. E al vertice del 2018 minacciò di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato. Meglio cercare di evitare i colpi di scena visto che i motivi di tensione con gli alleati sono numerosi: si va dalla guerra commerciale globale scatenata da Washington al sostegno all’Ucraina, passando dal nuovo conflitto in Iran.
Ci sono sensibilità diverse all’interno della Nato sul conflitto tra Israele e l’Iran, ora con il coinvolgimento anche degli Stati Uniti. Per Rutte l’attacco degli Usa ai reattori nucleari iraniani «non costituisce una violazione del diritto internazionale». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è schierato con l’Iran. La Germania continua a difendere Israele. I Baltici vedono nell’Iran un alleato della Russia nella guerra in Ucraina. Francia, Germania e Regno Unito, ma anche l’Italia, cercano di tenere i canali diplomatici aperti cin Teheran.
Secondo diversi osservatori questo vertice Nato sarà probabilmente uno degli incontri più significativi nella storia dell’Alleanza perché affronterà la questione di quanto gli europei siano disposti a investire nella propria sicurezza e per quanto tempo e fino a che punto gli Stati Uniti rimarranno impegnati nella Nato. È dai tempi di Obama che gli Usa chiedono agli europei maggiori investimenti in difesa. Il target del 2% era stato deciso nel 2014 durante il summit in Galles in risposta all’annessione illegale della Crimea da parte della Russia e nel contesto di una più ampia instabilità in Medio Oriente. L’impegno prevedeva di raggiungere il target entro il 2024 ma solo quest’anno i Paesi ci riusciranno e alcuni lo supereranno.
La nuova intesa raggiunta tra i Paesi dell’Alleanza che sarà siglata domani dai leader prevede che entro il 2035 i Paesi della Nato dovrebbero spendere per la difesa il 5% del Pil, passando dal 2% al 3,5% per le la difesa classica, a cui va aggiunto un 1,5% per le infrastrutture, come l’adattamento di strade e ponti per i veicoli militari, e la sicurezza informatica. È inoltre prevista una revisione dell’obiettivo nel 2029. Non è stato un accordo facile. Il presidente Trump ha imposto il target e il segretario generale Rutte ha trovato la formula del 3,5%+1,5% per rendere il 5% digeribile ai membri. Ma anche così non sono mancati problemi.
Giovedì la Spagna in una lettera aveva definito «irrazionale» il nuovo target bloccando la dichiarazione finale del vertice che per essere adottata richiede l’unanimità. La mediazione del segretario generale Mark Rutte con il premier spagnolo Pedro Sánchez ha portato a una svolta sabato sera. Una formula sufficientemente ambigua, con lievi modifiche alla dichiarazione finale, ha consentito a Madrid di accettare il testo senza rischiare la tenuta del governo. La dichiarazione emendata è stata distribuita domenica ai Paesi membri dell’Alleanza. L’ultima bozza, approvata alle 17.30 — spiegano fonti Nato — dice che i «Paesi alleati si impegnano» (al posto di «noi ci impegniamo», che avrebbe vincolato anche la Spagna) ad allocare annualmente almeno il 3,5% del Pil sulla base di una definizione concordata delle spese Nato per la difesa entro il 2035 «per finanziare i requisiti per la difesa tradizionale e per raggiungere gli obiettivi di capacità della Nato». Nella «e» si gioca la seconda parte dell’ambiguità: viene mantenuta aperta una finestra per i Paesi che saranno in grado di raggiungere gli obiettivi di capacità militare previsti pur restando sotto il 3,5% del Pil.
Dunque la percentuale di spesa per la difesa è svincolata dal rispetto degli obiettivi di capacità militare. Madrid accetta di rispettare gli obiettivi approvati dai ministri della Difesa della Nato lo scorso 6 giugno per il periodo 2026-2029, ma ritiene che per raggiungerli le basti investire il 2,1% del suo Pil. Le sfumature della dichiarazione finale sono tali che Rutte e Sánchez si sono scambiati delle lettere per chiarirne l’interpretazione e fugare possibili dubbi. «Rispettiamo pienamente il legittimo desiderio di altri Paesi di aumentare i propri investimenti nella difesa, ma noi non lo faremo» perché «sproporzionato e inutile» e incompatibile con il mantenimento del welfare, ha detto ieri Sánchez in un discorso alla tv spagnola, rassicurando così l’alleato di governo Sumar. La vicepremier Yolanda Diaz, che ne è l’esponente di punta, aveva dichiarato due giorni fa: «Rispondiamo a Trump che siamo sovrani e non faremo quello che lui vuole che facciamo. Non accetteremo che gli Usa ci diano lezioni». Il presidente Usa aveva detto che «la Spagna è famosa per il suo basso contributo» e che «deve pagare quanto tutti gli altri». Tuttavia per Trump gli Stati Uniti non dovrebbero raggiungere il nuovo target del 5%. La pressione su Madrid è stata notevole, isolata all’interno della Nato. Washington aveva anche ventilato l’ipotesi che Trump non sarebbe nemmeno partito alla volta del vertice senza un consenso preventivo sulla dichiarazione finale.
La soluzione trovata ha però scontentato alcuni Alleati. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha detto che il suo governo ha chiesto la «massima flessibilità» sul raggiungimento dell’obiettivo del 5% del Pil speso in difesa entro il 2035, in quanto «fuori dalla portata» del Paese. E il premier slovacco Robert Fico ha annunciato di voler seguire l’esempio della Spagna e raggiungere gli obiettivi di capacità per la difesa fissati per il proprio Paese senza portare la spesa militare al 5% del Pil. Il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz, che è anche vice primo ministro, ha dichiarato al Financial Times che «qualsiasi deroga per la Spagna è ingiustificata» e ha aggiunto che «tutti gli Stati dovrebbero farsi carico congiuntamente dell’onere dell’alleanza»: «Fare eccezioni è dannoso per l’unità dell’Alleanza e sono favorevole a raggiungere il 5% il prima possibile». La Polonia già quest’anno spenderà il 4,7% del Pil in difesa, ponendola in testa alla classifica di chi investe di più in sicurezza. Ha tentato ieri di fare chiarezza il segretario generale Rutte, spiegando che «la Nato non ha alcuna clausola di rinuncia e non conosce accordi collaterali e sottobanco».
Resta il problema di fondo che queste polemiche fanno emergere: gli Stati europei sono pronti a farsi carico della propria difesa? È un dibattito che nei diversi Paesi Ue andrebbe approfondito, ma specie in quelli lontani dal confine orientale si glissa. L’Europa dipende quasi interamente sugli Stati Uniti per i cosiddetti facilitatori strategici: capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione, velivoli da trasporto pesante per spostare armi con breve preavviso, risorse spaziali e operazioni di comando e controllo. La loro sostituzione non avverrà dall’oggi al domani e richiederà ingenti investimenti. I facilitatori strategici potrebbero essere anche la risposta concreta a chi chiede debito comune per finanziare la difesa Ue. Il mondo come lo conoscevamo, ripete di continuo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, non esiste più. Quanto i 23 Paesi Ue che sono membri della Nato lo abbiamo capito lo si vedrà in questo summit.