Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e New York.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al termine del vertice Ue a Bruxelles, il 16 giugno (Ap)
Se c’è una cosa chiara a Bruxelles, nel negoziato sui dazi con gli Stati Uniti, è che qualsiasi accordo chiuso con il presidente Donald Trump non sarà scritto nella pietra ma sulla sabbia. Trump è considerato troppo volubile per essere totalmente affidabile, quindi il timore è che il clima di incertezza sopravviva a un’eventuale intesa. Questo viene detto sottovoce perché sotto i riflettori il messaggio è che si vuole raggiungere un’intesa prima della scadenza del 9 luglio per dare «prevedibilità» alle imprese. Se non si arriverà a un accordo, Trump ha minacciato di applicare dazi del 50% su tutti i prodotti Ue esportati negli Stati Uniti.
Il clima di incertezza fa male agli affari. È un problema non solo per l’Unione europea ma anche per gli altri Paesi con cui Washington ha aperto un contenzioso sui dazi, praticamente il mondo intero. Tanto gli Stati Uniti appaiono volitivi ed erratici, quanto la «noiosa» Unione europea sembra stabile e affidabile. Bruxelles è intenzionata ad approfittarne, sta accelerando su tutti i partenariati commerciali con i Paesi terzi. Ieri la Commissione europea ha inviato agli Stati membri la proposta legislativa dell’accordo commerciale con il Mercosur per sbloccare lo stallo dopo il no fermo di alcuni Paesi come Francia e Polonia. I negoziati con l’India stanno procedendo a ritmo serrato con l’obiettivo di arrivare a un accordo entro fine anno. Tutti bussano alla parta della Commissione europea, che ha competenza esclusiva sul commercio. L’obiettivo è preservare il sistema commerciale internazionale messo a dura prova dal protezionismo americano.
Bruxelles fa sul serio. Giovedì scorso la presidente della Commissione von der Leyen ha proposto ai leader Ue, riuniti per il Consiglio europeo, un nuovo modello di Organizzazione mondiale del commercio (Wto), senza gli Stati Uniti, da creare partendo da un’intesa dell’Unione europea con i 12 Paesi dell’Accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico. Fanno parte del CPTPP: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. La Gran Bretagna ha aderito alla fine dello scorso anno.
L’idea era nata in aprile durante un colloquio telefonico tra von der Leyen e il primo ministro neozelandese Christopher Luxon, che aveva sottolineato che il CPTPP rappresenta circa il 15% dell’attività economica globale. L’idea è piaciuta al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che al termine del summit, in conferenza stampa, ha spiegato che l’Ue sta pensando di creare un organismo che sostituisca «gradualmente» l’Organizzazione mondiale del commercio nella risoluzione delle controversie commerciali, dato che l’istituzione con sede a Ginevra «non funziona più». «Sono rimasto sorpreso, e penso di poterlo dire — perché lo leggerete — che la presidente della Commissione europea abbia menzionato lei stessa il fatto che potremmo considerare di creare una nuova forma di organizzazione commerciale, che sostituisca gradualmente quello che non abbiamo più nella Wto. Sappiamo tutti che la Wto non funziona più».
Gli Stati Uniti non nominano dai tempi della presidenza Obama, ben prima che Trump prendesse il potere, i loro rappresentanti nell’Organo di appello della Wto, l’arbitro finale sul commercio globale, bloccando così il meccanismo di risoluzione delle controversie. In marzo hanno anche sospeso i contributi alla Wto per il 2025 (erano già in arretrato sul 2024). «È un’idea rudimentale, per ora. Ho discusso proprio di questo con Kyriakos Mitsotakis ed Emmanuel Macron negli ultimi giorni — ha ammesso Merz —. Vogliamo meccanismi di risoluzione delle dispute che siano standardizzati» e che possano servire.
Il sasso gettato nello stagno ha fatto rumore. All’indomani del summit, i funzionari dell’Ue si sono affrettati a spiegare che il piano non prevede la creazione di un’organizzazione rivale della Wto e che la cooperazione con il CPTPP è un modo per promuovere un sistema commerciale moderno e basato su regole, in un momento in cui la Wto ha urgente bisogno di riforme. Un’area di lavoro potrebbe essere la creazione di un sistema per la risoluzione delle controversie. L’intento è inviare il segnale politico che un gran numero di Paesi sostiene un commercio globale aperto e basato su regole.
Sempre venerdì il commissario Ue al Commercio Maroš Šefcovic ha avuto «un’ottima telefonata» con la direttrice della Wto Ngozi Okonjo-Iweala. L’attenzione, secondo il readout fornito dalla Commissione, «rimane sulla nostra ambizione comune di preservare un sistema commerciale basato su regole e di collaborare per trovare soluzioni volte a rivitalizzarlo e rafforzarlo». Questo «include l’urgente necessità di una riforma significativa della Wto per affrontare le realtà e le sfide commerciali odierne, come le politiche non di mercato». Per la Commissione, «otterremo risultati migliori se cogliamo questa opportunità collettivamente». Pertanto, l’Ue «si è impegnata con altri partner che condividono gli stessi ideali per valutare il modo migliore per rinvigorire la Wto e il sistema commerciale basato sulle regole».
Saranno noiose, ma le regole danno certezza e proteggono i più deboli dai bulli.