La dannazione della Sardegna, che uccide il proprio futuro

di Daniele Madau

Foto Ansa

L’estate è, nello stereotipo più banale e abusato, il periodo d’oro della Sardegna, quello in cui le nostre bellezze naturali, il nostro presunto senso di ospitalità e le nostre tradizioni si offrono, come un bouquet di fiori rari, ai turisti. Questa narrazione, supportata ad hoc dagli operatori interessati e, fatto ancora più funesto, dal marketing meno sostenibile, è ormai diventata insopportabile e contribuisce a nascondere una dannazione che sembra eterna, una sorella siamese vorace e implacabile della Sardegna, un vampiro assettato della nostra linfa vitale e del nostro desiderio di una vita serena. Parlo della dannazione sarda nel voler uccidere il proprio futuro, che si alimenta nella disperazione e in una sorta di autolesionismo perpetrato e perpetuato da dinamiche che sembrano insuperabili, ataviche e più forti del naturale istinto a sopravvivere e a crescere.

Una di queste è la faida, la disamistade. Infatti, proprio in una mattina d’estate, di luglio- il nostro periodo d’oro, il nostro eldorado – nel silenzio dei nostri paesaggi sconfinati e delle nostre coscienze, uno scoppio di fucile ha ucciso Luigi Contena, 32 anni. Uno scoppio che sembra seguire la traiettoria dell’ odio tra famiglie, come a fine settecento nella faida di Aggius, come negli anni peggiori del ‘900, in cui andare in Sardegna suscitava timore e orrore. Uno scoppio nella campagna di Orune, dove era stato ucciso anche Gianluca Monni alla fermata del bus, mentre andava a scuola. Aveva 19 anni. E davanti ai suoi 19 anni, l’omertà del paese aveva prevalso. Questo è stato il nostro presunto senso di lealtà: nient’altro che omertà, silenzio davanti alla vita spezzata di un ragazzo. Come Crono mangiamo i nostri figli. Figli come Marco Mameli, ucciso a Barisardo il primo marzo, nel silenzio omertoso e nell’impunità. Ucciso durante il carnevale, su carrasecare, in cui celebriamo le nostre maschere ferine e zoomorfe. Nascondiamo l’umanità, perché la avversiamo. Umanità e umanesimo vogliono dire amore per la vita, per tutto ciò che è crescita e futuro. L’atteggiamento che abbiamo verso i nostri ragazzi e le nostre ragazze, i nostri figli e le nostre figlie, sono lo specchio della nostra aridità bruciata, della nostra incapacità di costruire e gioire del futuro.

C’è stato un momento – tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del 2000 – in cui sembrava fossimo attraversati da un brivido di rinascita, da una primizia di primavera, da un germoglio di speranza. La fine dell’epoca dei sequestri e del senso di sudditanza sociale, economica e culturale, aveva portato a un nuovo senso di vivere la propria terra, come luogo di potenzialità e risorse. Le tradizioni venivano reinterpretate dai giovani, che le vivevano anche come possibilità di lavoro e realizzazione. Il senso di appartenenza alla Sardegna-così forte – sembrava poter coincidere con le proprie aspirazioni, e ai nuovi figli sembrava di sentirsi amati dalla terra madre.

Tutto, o quasi, è svanito. Come un’illusione che lascia disperazione, per la feroce delusione. Come negli incubi del passato, cresciamo i nostri figli – in paesi deserti di striscianti disvalori, come la disamistade – per lasciarli partire. O per farli lavorare in nero, stagionalmente – nell’eldorado dell’estate – in qualche locale. Peggio, però, che negli incubi del passato, i figli, non li vogliamo. Abbiamo l’indice di fecondità più basso di’Italia. Del resto, abbiamo sempre rispettato e onorato gli anziani, mai i giovani.

Faccio parte di una generazione che, all’università, era sottomessa ai baroni. Giurisprudenza, Economia e Commercio, Medicina: abbiamo svenduto il nostro futuro per far ingrassare i baroni e i loro congiunti, che avevano le carriere universitarie spianate.

E ora, eccoci, finalmente: senza futuro. Ma abbiamo preservato le nostre tradizioni, il nostro senso della lealtà, la nostra balentìa. Scuole vuote, strade bagnate di sangue giovane. Eccoci, alla ‘sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue, s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate, di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere le sponde e più nessuno è incolpevole. Tutto per nulla, dunque? ‘

Nessuno è incolpevole: gli intellettuali di quel periodo di primavera illusoria, che hanno parlato di ogni aspetto della sardità tranne che dell’educazione alla speranza; tutti noi, che abbiamo alimentato la narrazione da marketing della Sardegna; la classe politica, responsabile, o irresponsabile, ultima della vita di una comunità.

Tutto per nulla, se non c’è futuro, se ancora i detriti della faida prevalgono sulla costruzione del futuro. Nell’Orestea di Eschilo, 458 a.C., la faida viene sconfitta dalle istituzioni, e dal nuovo senso religioso della comunità. La storia non è una linea retta, ma una spirale, e noi siamo vorticosamente trascinati indietro dalle nostre paure, dai nostri incubi, dalla nostra insipienza e vigliaccheria.

Siamo uomini e donne, siamo fatti di speranza. Anche in Sardegna. La dannazione non esiste, è un fatto umano. E’ tutto nelle nostre mani, anche il nostro destino. Non è detto che, per sempre, dovremo vedere i nostri figli e le nostre figlie andare via, o riversi per terra. Dipende da noi.

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