di Daniele Madau

In un tempo desacralizzato, in cui non esistono più momenti di passaggio dell’esistenza- dal forte valore simbolico ma anche tali da agire significativamente nella formazione della persona – è un bene che si parli, a livello di società, del valore e della struttura dell’attuale Esame di Stato.
Il dibattito che si è creato è stato dovuto alla protesta di più studenti in tutto il territorio nazionale che, avendo già maturato i crediti per superare l’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione, si son rifiutati di sostenerne l’orale.
Le reazioni sono state numerosissime e, per la gran parte, mentre da un lato hanno rimproverato aspramente l’atteggiamento dei maturandi, dall’altro hanno sottolineato la necessità di una riforma dell’Esame di Stato, per non parlare di un ripensamento generale del nostro sistema.
Il sistema scolastico è un sempreverde del pubblico dibattito: ne parlano tutti – anche chi non ne conosce il mondo – e possibili soluzioni emergono in continuazione, sempre delegando alla scuola nuove responsabilità, quasi mai assumendosene come società. Infatti, è molto gratificante insegnare alla scuola cosa debba insegnare e, poi, affidarle ogni aspetto educativo, gettando – a livello di società – la spugna sulla responsabilità delle future generazioni.
In effetti, i ragazzi e le ragazze di oggi sono soprattutto studenti, poco figli e, direi, nient’affatto cittadini e cittadine. Le famiglie vivono grandi difficoltà e, per questo, anch’esse sono propense a delegare alla scuola aspetti che, anche da costituzione e da codice civile, spetterebbero ad essa.
La società civile, intesa in primis come i responsabili politici, ancora non riescono a costruire sulla famiglia un progetto lungimirante, che è proprio di una comunità proiettata nel futuro. Vorrebbe dire avere attenzione ai salari, agli asili nido comunali, alla parità di genere, ai congedi parentali, al mondo dell’occupazione, ai consultori familiari, ormai quasi sconosciuti, ai sostegni per l’assunzione di figure di collaborazione domestica. E poi, con un riferimento più preciso ai figli e alle figlie, vorrebbe dire proporre leggi più stringenti sull’uso dei social, rendere più sostenibile economicamente e più competitivo il mondo universitario, decidersi-finalmente- a considerare come una priorità la questione della cittadinanza, anche se bocciata dai referendum.
In ultimo, chiaramente, se si vuole davvero delegare tutto alla scuola, allora bisogna avere il coraggio di cambiarla radicalmente, dal salario degli insegnanti agli edifici, così da non chiamarla più scuola ma, chissà, ‘centro di educazione statale’. E’ una provocazione, un’estremizzazione, ma simbolica, perché ci si comporta come se si stesse andando in quella direzione, ma senza voler investire nulla, ‘senza oneri per lo Stato’, secondo una tipica dicitura burocratica italiana.
E così, i nostri ragazzi – ormai monodimensionati nella figura di studenti – è nella scuola che si ribellano, imputandole colpe non sue. Illuminante l’affermazione di Maddalena, la seconda ragazza a rifiutarsi di sostenere l’orale: “Ho provato a spiegare che nella mia scuola la preparazione è stata ottima, ma è mancata totalmente l’attenzione alle persone. Il focus dei docenti è sempre stato sui voti, mai sulla ‘vera me’” .
Forse può sorprendere ma la scuola, oggi, ha ancora come scopo quello di fornire una preparazione. E, per fare questo, ha un sistema di valutazione. Una ‘vera sé’ non può essere valutata. La scuola ha, perciò, ancora una struttura funzionale per formare, con i contenuti delle materie, i ragazzi, e per prepararli al futuro. In questo, è ancora l’unica istituzione che li vede al centro del proprio operare. Certo, l’attività formativa deve essere fatta con competenza, autorevolezza, anche empatia: rientra nelle capacità del docente, che lo Stato deve garantire, visto che per diventare insegnanti si deve sostenere un concorso pubblico.
La ‘vera sé’ Maddalena la deve far crescere e custodire nei vari ambiti della sua vita: si deve formare in famiglia, deve mettersi alla prova nella scuola e nello sport, confrontarsi e trovare conforto nelle amicizie, per poi sbocciare e offrirsi al mondo. Il mondo è più grande della scuola e questa non può contenere tutto: e già così grande il mare della conoscenza e della formazione, non carichiamo la scuola di pesi non suoi. Lo scrivo da docente, che ama visceralmente quella realtà , a cui dedico ogni mio giorno.
I ragazzi, però, hanno fatto bene a non sostenere l’orale. Non è solo una provocazione, la mia. Innanzitutto, hanno portato il dibattito sull’Esame di Stato, e cioè sull’ultimo rito di passagio rimasto, al centro dell’attenzione, e questo è già un merito. Poi, la loro è l’età della ribellione e, se pensiamo a cosa è stato il mondo della scuola, a esempio, negli anni di piombo, la loro protesta sembra dolce e poetica.
Forse nessuno ha accompagnato Maddalena, e gli altri, in maniera tale da spingerli a manifestare il desiderio di questo gesto durante l’anno, così da poter dialogare con loro e portarli a un ripensamento. Per me i giorni della maturità son sempre stati molto belli, sia da studente che da docente. Io – se avessi avuto l’occasione – avrei raccontato loro questo, e li avrei spinti a sostenere l’orale, magari facendo scena muta, per protesta. Perché le prove si affrontano, in quella meravigliosa sfida con sé stessi che è la vita. Che, per essere tale, ha bisogno di momenti di passaggio, a sottolinearne la sacralità.
Se poi non si fossero lasciati convincere, beh, avrei fatto loro i complimenti per la fortuna perché, se avessero portato avanti questa scelta l’anno prossimo, con la riforma Valditara, sarebbero stati bocciati.