Trump il falco? Forse solo per questa puntata del Trump Show

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese. Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e dagli Stati UnitiTrump ieri alla Casa Bianca con il segretario generale della Nato Mark Rutte

Quando ieri nello Studio Ovale il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha detto che l’America è “il poliziotto del mondo”, termine simbolo dell’interventismo americano odioso agli occhi di molti nel movimento Make America Great Again, Trump non ha battuto ciglio.E’ ormai chiaro a tutti che c’è un mix di isolazionismo e interventismo nell’approccio di questo secondo Trump alla politica estera. E anche se le sue scelte non piacciono a parte del suo stesso movimento, alla fine dei conti – come ha detto lui stesso prima di bombardare l’Iran – nessuno può dirgli che sta tradendo “America First” perché è lui a decidere che cos’è l’America First. E “America First” non è tanto un progetto ideologico, come notava nei giorni scorsi l’opinionista Jonathan Martin sul sito Politico, quanto il perseguimento di vittorie, “grandi e belle” da parte di Trump. Proprio per questo un certo numero di repubblicani pre-Trump – una vecchia guardia che è in giro dai tempi di Ronald Reagan – è riuscito a influenzarlo su temi come le tasse e la sicurezza nazionale.  E’ innegabile che alcune delle recenti mosse di Trump seguono la scia dei partito repubblicano “regolare” anziché le visioni promulgate dal suo vice J.D. Vance o dal suo ex stratega del 2016 Steve Bannon. Tra le “vittorie” recenti rivendicate dal presidente c’è la firma di una legge sulle tasse che potrebbe essere stata scritta “dagli editorialisti del Wall Street Journal” – nota Politico – e che insieme all’attacco all’Iran, al sostegno di Israele, all’invio di armi all’Ucraina rispecchiano la classica strategia del partito repubblicano: postura muscolare all’estero e favorevole alle imprese in patria.“No, il presidente non si è trasformato nella notte nell’erede di Paul Wolfowitz”. Il punto è che Trump ascolta (anche) alcuni repubblicani della vecchia guardia. Non sempre fa quello che vogliono, ma li ascolta sempre. E sono tanti al Congresso, dove guidano entrambe le Camere, e sanno come “prenderlo”.  Lo hanno convinto ha respingere l’idea di tassare i ricchi avanzata da Bannon come pure da Oren Cass, intellettuale populista vicino a Vance. Hanno spiegato a Trump che agli elettori questo non piace. Grover Norquist, attivista politico anti-tasse, e l’ex speaker della Camera Newt Gingrich hanno ricordato al presidente quanto sia delicata la questione delle tasse nella storia delle campagne elettorali repubblicane. Trump sarebbe stato particolarmente impressionato dal fatto che Bush padre fu sconfitto nel 1992 dopo aver rinnegato la sua promessa di non introdurre nuove tasse.Anche in politica estera, nel corso di meno di due mesi, abbiamo visto Trump passare dalla decisione di saltare la tappa israeliana del viaggio in Medio Oriente (snobbando Netanyahu perché aveva rifiutato la tregua a Gaza) alla decisione di attaccare l’Iran al suo fianco. Cosa è cambiato?  Israele ha avuto successo nel bombardare l’Iran – nota Martin – e Trump ha deciso di volere una parte di quel successo che ha visto in tv: così ha usato i B2 americani, e poi è riuscito ad evitare che i due Paesi continuassero ad attaccarsi ottenendo una vittoria usando solo forze aeree e senza l’impiego di truppe di terra. I “falchi” repubblicani e la tv Fox News erano a favore dell’attacco contro l’Iran e quando Trump lo ha fatto tutti sono corsi a nominarlo per il Nobel per la Pace. Il movimento Maga ha dovuto piegarsi alla realtà e celebrare il fatto che alla fine non c’è stato un temuto intervento americano in una guerra più ampia. Come Bibi, anche altri leader stranieri – a partire da Rutte – stanno  imparando a circumnavigare gli isolazionisti nell’amministrazione Trump. Così Trump ora ha deciso di armare l’Ucraina: è arrivato a questo anche perché gli europei hanno saputo proporlo nel modo giusto, proponendogli non di dare “aiuti” ma di fare un accordo economico, un “affare” miliardario in cui a pagare sono loro e lui può mantenere la parola di non spendere soldi americani in guerre all’estero.Lo scenario si ripete. Il Pentagono stava pensando di riesaminare Aukus, il patto tra Usa, Regno Unito e Australia sui sottomarini nucleari creato da Biden: allora il premier britannico Keir Starmer ne ha parlato con Trump in privato al G7 di Calgary a giugno e senza alcun dubbio farà in modo di tornare sul tema a settembre insieme al re Carlo, che l’ha invitato (cosa inedita) per la seconda volta a Buckingham Palace (mentre il Parlamento è convenientemente chiuso, per evitare contestazioni improduttive). Martin nota comunque che c’è una consolazione per i populisti e gli isolazionisti: nulla è necessariamente destinato a durare. Mentre Trump approvava la vendita di armi all’Ucraina contro la Russia, ieri, ha stabilito anche un ultimatum lunghissimo: 50 giorni per Putin per porre fine alla guerra. In 50 giorni molto può succedere. E se Putin invece sceglie l’escalation, resta la domanda aperta: sarà pronto Trump a punirlo davvero con le sanzioni secondarie che adesso minaccia di imporre a Cina e India che comprano il petrolio russo? Di certo questi Paesi sperano che Trump nel frattempo cambi idea. Per ora la proposta di legge bipartisan appoggiata da 85 senatori americani (dazi al 500% sui paesi che importano petrolio, gas e uranio russo) è stata messa in stallo proprio ieri. Trump vuole gestire la cosa da solo, come ha spiegato il leader dei repubblicani al Senato, John Thune. Perché è un presidente che non cerca nemici o amici permanenti – come conclude Martin – ma vittorie, belle e grandi.  

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