‘Europe Matters’. Dazi, l’Unione Europea è pronta alla guerra contro gli Stati Uniti? Se la può permettere?

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da WashingtonLa presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il commissario Ue al Commercio Maroš Šefčovič (Ap)

Prima era il 9 luglio, ora la scadenza per trovare un’accordo commerciale con gli Stati Uniti è stata spostata al primo agosto, ma sembra essere di nuovo messa in discussione da Washington. Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent,  in un’intervista alla Cnbc ha detto che l’amministrazione Usa è più preoccupata della qualità degli accordi commerciali che della loro tempistica. «Non abbiamo intenzione di affrettarci per il gusto di fare accordi», ha dichiarato Bessent. Alla domanda se la scadenza potrebbe essere prorogata per i Paesi impegnati in colloqui produttivi, Bessent ha risposto che sarà il presidente  Trump a decidere. «Vedremo cosa vorrà fare il presidente — ha chiarito —. Ma ancora una volta, se in qualche modo dovessimo tornare ai dazi del 1 agosto, penserei che un livello di dazi più alto farà più pressione su quei Paesi affinché trovino accordi migliori».Passano i mesi senza che Unione europea e Stati Uniti riescano a raggiungere un’intesa e resta l’incognita del primo agosto, quando Trump ha detto che imporrà all’Ue i dazi universali al 30% sulla quasi totalità delle esportazioni europee negli Stati Uniti.

Nei mesi scorsi è prevalsa la linea del dialogo per una «soluzione negoziata»: in aprile l’Ue ha sospeso la prima tornata di contromisure che andava a colpire beni Usa per un valore di 21 miliardi di euro in risposta ai dazi americani su acciaio e alluminio. La sospensione, che scadeva il 14 luglio, è stata prorogata fino al 6 agosto. La linea della Commissione europea, sostenuta dalla maggioranza dei Paesi Ue, è stata quella di tenere  i toni bassi per evitare anche solo l’escalation verbale. Dal vocabolario di Bruxelles è scomparsa l’espressione  «contromisure» sostituita da  «misure di riequilibrio». Ma dopo la lettera di Trump dell’11 luglio con la minaccia di dazi al 30% se l’Unione europea non aprirà totalmente il proprio mercato alle aziende americane, anche i Paesi più cauti come la Germania hanno cominciato a dire che in mancanza di un’intesa equa l’Ue dovrà essere pronta a reagire con contromisure, di fatto allineandosi con la posizione più intransigente che la Francia ha sempre predicato.L’approccio cauto, sostenuto anche da Roma e Dublino, che insieme a Berlino sono i tre Paesi europei con il maggiore interscambio commerciale con Washington, nasce dalla paura di ritorsioni da parte di Trump. Con la Cina c’è stata un’escalation e Pechino è riuscita a strappare una tregua perché ha potuto «ricattare» Washington con le materie prime critiche. Per l’Unione europea è più complicato, anche ora che la Commissione europea sta lavorando a nuove contromisure. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič ha spiegato agli Stati membri che con la seconda lista da 72 miliardi di prodotti Usa da colpire, il margine di manovra dell’Ue per non creare difficoltà all’economia europea si è ridotto e dunque era necessario passare a contromisure non tariffarie. La Commissione sta lavorando ai controlli sulle esportazioni e alle restrizioni sugli appalti pubblici. E sta aumentando il numero di Paesi Ue europei che chiede di colpire le Big Tech, utilizzando lo strumento anticoercizione che include un’ampia gamma di strumenti oltre ai dazi: restrizioni all’interno dell’Unione europea al commercio di servizi digitali e finanziari, all’accesso agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o partecipare al capitale) e agli appalti pubblici, arrivando a toccare i diritti di proprietà intellettuale e a bloccare l’immissione sul mercato europeo di prodotti soggetti a norme chimiche e sanitarie.Colpire i servizi digitali non è così semplice, tanto più che l’Ue dipende profondamente dalle aziende tecnologiche statunitensi per l’infrastruttura che sottende a tutte le attività, dalla difesa ai sistemi sanitari. Così come dipende dai servizi finanziari, basti pensare a Visa e Mastercad che sono i sistemi di pagamento più diffusi in Europa. Come scriveva ieri Barbara Moens sul Financial Times — in una lunga analisi intitolata «L’Europa riuscirà a liberarsi dalla supremazia tecnologica americana?» — «Amazon, Microsoft e Google controllano oltre due terzi del mercato europeo del cloud computing. Google e Apple prevalgono nei sistemi operativi per telefoni cellulari nell’Ue, mentre Google domina il mercato globale della ricerca. ChatGPT di OpenAI è il chatbot di intelligenza artificiale leader in Europa, mentre le piattaforme di social media utilizzate da milioni di europei sono per lo più di proprietà statunitense».

Quando ora l’Ue parla di autonomia strategica tocca un problema che va al di là dell’orgoglio europeo ma riguarda la sicurezza e la sopravvivenza. «Proprio come nel settore della difesa, la dipendenza transatlantica dalla tecnologia è diventata un problema geopolitico, amplificando le richieste di lunga data all’Europa di investire di più e persino di favorire le proprie aziende negli appalti», prosegue Moens, sottolineando che «le aziende statunitensi dominano il mercato cloud europeo, suscitando preoccupazioni tra i decisori politici e i leader del settore europei sul fatto che la legge statunitense, in particolare il Cloud Act, potrebbe incoraggiare l’amministrazione Trump a esercitare maggiore influenza sui dati europei, anche se archiviati su server situati in Europa».

In questo scenario così interconnesso, la strategia della fermezza nel negoziato con gli Stati Uniti presuppone da parte europea la disponibilità a perdite economiche nel breve e medio termine che al momento gli Stati membri non sembrano disposti ad accettare. E presuppone anche l’accettazione di un rischio di escalation che al momento le capitali non vogliono correre. Il motivo non è solo economico ma anche politico. Le difficoltà che una strategia di questo genere creerà in termini pratici in Europa ai cittadini sarà sfruttata dai partiti populisti che difendono la politica di Trump e criticano l’inefficienza — a loro dire — della Commissione nel negoziato. Ma il vero discrimine in questo momento tra Unione europea e Stati Uniti è che gli Usa sono in guerra, seppure commerciale, mentre l’Ue non la vuole fare questa guerra e dunque non sta combattendo. Solo adesso comincia a rendersi conto che deve armarsi (figurativamente parlando) per poter esercitare una qualche deterrenza nel negoziato commerciale con Washington. Ma come sostiene l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas, riferendosi però al riarmo vero dell’Europa, quando ci si rende conto di avere bisogno delle armi vuol dire che ormai è troppo tardi.

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