Riceviamo da Alfredo Franchini, che ringraziamo

Vecchi, bambini, donne incinte, indeboliti per la fame sotto il sole cocente, con un pentolino in mano per trovare qualcosa da mangiare. Lo scandalo di Gaza è senza precedenti. Da sempre gli uomini e le donne si sono messi in viaggio verso le terre in cui il pane si sforna in gran quantità. Ma questo non vale più per i palestinesi, chiusi in una prigione a cielo aperto. Da due mesi a questa parte, a Gaza, l’esodo forzato di uomini e donne prevede un cammino di decine di chilometri per raggiungere i quattro centri in cui si distribuiscono gli aiuti detti umanitari. Erano trecento i presidi che dispensavano cibo, gestiti dall’Onu e da alcune decine di organizzazioni internazionali ma la gestione è passata in mano a un ente privato a guida israeliana col il benestare degli Stati uniti. In mezzo c’era stato un interregno, uno spartiacque durato ottanta giorni durante i quali fu attuato il blocco degli aiuti, con i camion carichi di cibo fermi alle frontiere. Una prova generale per arrivare alla carestia. Che cosa succede alla nostra civiltà se non sappiamo tendere la mano a chi ha bisogno? E che cosa succede se la fame viene usata come arma per sottomettere un popolo, umiliarlo, dividerlo? A Gaza migliaia di persone combattono per recuperare un po’ di calorie e non tutti riescono ad approvvigionarsi del necessario per sopravvivere. È la strategia dei generali pronti ad appuntarsi sul petto nuove medaglie, condizionando il popolo quando non si può sterminarlo sul momento. Ci vuole tempo per far morire di fame la gente e per sottometterla ancora di più si aggiungono le fucilate contro chi cerca di accaparrare qualche panino in più: un giorno i morti sono 11, un’altra volta 30 o 40. Incidenti, colpi sparati per avvertimento o per errore, dicono gli israeliani. Qualcuno mi dirà che non solo a Gaza si muore di fame. È vero in Sudan, ad esempio, milioni di persone sono vittime della guerra e del cambiamento climatico e di certo quelle morti non sono meno importanti. Però il genocidio di Gaza chiama in causa alcune categorie che ci riguardano da vicino perché è venuto meno il diritto umanitario e quello internazionale, è disconosciuto il ruolo della stampa e non conta più nemmeno l’opinione pubblica. Ma soprattutto è stata dichiarata l’impunità del governo israeliano in uno stato che si proclamava democratico. Gaza è uno sfregio alla storia del mondo occidentale.
Affamare un popolo è un aspetto ancora più tragico di qualunque guerra. Alla lunga verrà meno anche la forte unità che è sempre esistita nel popolo palestinese perché la fame divide più delle bombe. Il termine “compagno” ha una chiara etimologia, cum-panis, cioè colui che mangia il pane assieme a un altro. Ma tutto cambia se invece che mangiare con me deve competere con me per un tozzo di pane. Primo Levi fece nei suoi racconti una riflessione sulla fame e disse che si trattava di una condizione ben nota ai prigionieri del lager i quali, dopo due settimane trascorse nel campo di concentramento, provavano una fame “cronica”, una sensazione sconosciuta agli uomini liberi. Cambiano le situazioni ma Gaza è un enorme campo di concentramento. Non è la prima volta che la “via del pane” ci porta alla mente la tragedia dei poveri. Vi ricordate la fase iniziale della guerra in Ucraina? Allora furono bombardati i silos pieni di grano col risultato di affamare non solo una parte degli ucraini ma anche le popolazioni africane che importavano il grano per farne farina e pane. E le primavere arabe, al di là della speranza purtroppo tradita, non furono una ribellione per il pane? A Gaza però è tutto diverso. La strategia militare prevede di indebolire la popolazione e di farla spostare, dati i pochi centri di distribuzione del cibo, ai confini con l’Egitto. Le persone per quei politici e quei generali sono numeri e quindi non meritano rispetto. E noi, venuto meno il ruolo della stampa, abbiamo una visione un po’ esotica della povertà: vediamo le file per il cibo ma non possiamo capire davvero che cosa sia la sfida quotidiana della vita. Una narrativa che scopriremo solo tra qualche anno grazie a un altro Primo Levi.