‘Europe matters’. L’Europa fatica a capire una nuova visione del mondo, ma i dazi non realizzeranno necessariamente gli obiettivi geoeconomici Usa

di  Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Molti sono rimasti delusi da Ursula von der Leyen e dalla sua scelta di cedere sui dazi, garantendo a Trump quella che anche il New York Times riconosce come “la grossa vittoria di cui aveva bisogno”. Ma quello che abbiamo visto è soprattutto uno scontro tra due visioni del mondo, spiega Elmar Hellendoorn, senior fellow del Centro per la Geoeconomia del think tank Atlantic Council a Washington. Gli europei sono eccellenti negoziatori, ma c’è una nuova realtà geopolitica e geoeconomica. Per molte capitali europee e per Bruxelles è una sfida abbracciare la realtà geopolitica in cui ci troviamo oggi”. La geoeconomia è la nuova realtà, in cui gli strumenti economici vengono utilizzati per obiettivi politici e strategici. “Penso che alcuni europei lo capiscano meglio di altri: gli italiani sono forse più equipaggiati dei nord-europei a reagire a questa nuova realtà. Se guardi alla storia italiana è sempre stata una combinazione di interessi finanziari e militari, così è stato per i francesi, ma più vai a Nord, più i tecnocrati cercano di affrontare in modo separato questi temi”.

Dunque “i dazi possono essere visti come un modo per proteggere la tua comunità”, spiega Hellendoorn.  “Gli americani sono enormemente indebitati, non è chiaro se riusciranno a continuare a rafforzare le loro forze armate e prendersi carico della situazione in Europa e Asia allo stesso tempo. L’idea è che gli europei dovrebbero finanziare il debito americano. Non è un’idea del tutto nuova. Durante la Guerra fredda, quando c’erano soldati americani in Germania e in Francia ci furono enormi problemi fiscali per il bilancio americano e fu chiesto ai tedeschi di comprare equipaggiamento militare statunitense e titoli del Tesoro Usa, quindi il debito. Adesso c’è un ritorno alla situazione della Guerra fredda. Bisognerebbe studiare quella storia per capire questa seconda Guerra fredda”.

Questo cambiamento è già avvenuto sotto la presidenza di Biden, osserva Hellendoorn, con l’obiettivo di rilanciare la produzione manifatturiera in America, per renderla meno dipendente da fornitori stranieri in settori industriali cruciali. Su questo si fondava la visione di sicurezza nazionale di Jake Sullivan, consigliere di Biden. “E guardando alle rivelazioni di Snowden, vediamo che già sotto Obama ci fu l’uso dell’intelligence durante i negoziati commerciali, per aiutare gli americani”.  

Un altro elemento è che la Marina americana per decenni è stata dominante nel mondo e assicurava i commerci perché garantiva la libertà di navigazione, ma oggi molte altre Marine sono diventate più forti, inclusa quella cinese, quindi gli americani non possono più garantire la libertà di navigazione nel mondo e  cercheranno di riportare le catene di approvvigionamento dove possono controllare anche le vie marittime. “Questo è importante per l’Europa e per l’Italia per tutto il commercio che viene dal Mar rosso che va a Trieste e Genova: sono stati condizionati dagli houthi in Yemen, il che mostra come serva potere militare per assicurarsi che il flusso commerciale sia possibile”.

C’è dunque continuità tra democratici e repubblicani, ma il modo in cui Trump agisce è più aggressivo.  Per Trump ci sono molte ragioni per puntare sui dazi: Per 40 anni ne è stato un sostenitore ed è stato ostile all’Organizzazione mondiale del Commercio ma anche Obama – nota lo studioso – “durante il suo mandato non nominò nuovi giudici per l’Organizzazione Mondiale del Commercio, rendendo più difficile per l’organizzazione risolvere le controversie commerciali”. 

Non è qualcosa che sta avvenendo solo in America. Russia e Cina hanno usato i loro fondi sovrani per investire nella tecnologia occidentale e portarla in patria per usarla per scopi militari; la Cina ha usato il blocco delle esportazioni contro il Giappone nella disputa sulle isole Senkaku.  

Una cosa però sono le ragioni per agire, un’altra sono i risultati. A prima vista Trump ha ottenuto dalla Ue quasi tutto quello che voleva, inclusi dazi del 15% sui prodotti europei e la promessa di acquistare 750 miliardi di dollari in energia nei prossimi tre anni. Prima di capire se l’accordo funzionerà bisognerà però vedere il testo scritto ma anche l’esito delle cause contro Trump al fine di negargli l’autorità di imporre questi dazi. Inoltre per i dazi in generale bisognerà vedere l’impatto sui prezzi per i consumatori.   Per mesi gli economisti hanno detto che i dazi avrebbero portato inflazione e disoccupazione, che non si sono manifestate, ma David Tannebaum, che è un collega di Hellendoorn al Centro di Geoeconomia, dice al Corriere che è ancora presto per giudicarne l’impatto.

“Non sono sicuro che le persone capiscano fino in fondo come sono connesse le cose e come funzionano le catene di approvvigionamento. Un ottimo esempio è che la Cina ha iniziato a vietare l’esportazione di alcune Terre rare a cominciare dall’autunno fino ad aprile, quando è stata vietata la vendita negli Stati Uniti di 27 elementi di Terre rare; un mese fa un produttore di auto americano ha dovuto chiudere tre catene di montaggio perché non avevano i materiali grezzi necessari. Nessuno se ne è accorto, i mercati non hanno registrato la cosa, perché credo che dobbiamo ancora vedere il pieno impatto sui prezzi. Ci vuole tempo perché quelle auto vengano assemblate e alla fine messe in vendita per i consumatori. Potremmo non aver ancora visto l’impatto netto dell’aumento di dazi e dell’effetto sulle vendite dei prodotti negli Stati Uniti perché ci vuole tempo, le aziende hanno messo da parte riserve di prodotti. Ma nel terzo e quarto trimestre, vedremo gli effetti dei produttori di giocattoli che cercano di diversificare la produzione in Cina, come già i produttori di auto notano perdite a nove cifre. E’ solo l’inizio”.

Molte grosse aziende per ora stanno cercando di assorbire in parte i nuovi dazi per ridurre e rallentare lo choc per i consumatori,  ma “prima o poi gli azionisti vorranno che i loro profitti risalgano – continua Tannebaum -. Quindi non è sostenibile assorbirli in eterno”. 

“Penso che alcuni dazi saranno più definitivi di altri – risponde lo studioso quando gli chiediamo se Trump tornerà indietro su alcune delle sue decisioni -: i dazi Paese per Paese per esempio, penso che la base era del 10% e adesso è del 15%, ma chi lo sa… Trump può dire qualunque cosa su Truth Social e non si riflette nell’economia per mesi. Ma penso che le cose cambieranno. Per esempio un paio di settimane fa Trump ha annunciato dazi sul rame. Importiamo 810.000 tonnellate di rame l’anno negli Stati Uniti. Diciamo che il piano è di rafforzare la produzione di rame in America. Ok, ci sono depositi di rame che si possono trovare e usare. Ma se nel frattempo fai pagare a tutti per il rame il 50% o il 30% per 5-10 anni, che strategia è? C’è rame in ogni cosa, quindi penso che ci sarà una rivisitazione di questo dazio perché qualcuno gli sussurrerà nell’orecchio che non funzionerà, a meno che i repubblicani non vogliano perdere tutte le elezioni da ora in poi”.

“Penso che tutti debbano mettere la parte i mercati come effettivo indicatore per la stabilità e per la direzione futura – conclude Tannebaum -. Penso che molte aziende debbano rendersi conto che la loro strategia temporanea di assorbire i dazi o di evitare di mostrare in modo trasparente il loro effetto sui costi non sia giusta: non è giusto nascondere al consumatore americano perché i prezzi aumentano. Mia figlia di 13 anni voleva comprare un costume da bagno da un’azienda australiana: costava 200 dollari, c’erano 150 dollari di tasse per l’importazione. Molte aziende americane hanno paura di farlo, ma penso che arriverà un momento in cui dovranno. Adesso la sfida per aziende con cui ho lavorato è fare un calcolo giusto dei dazi. Il prossimo passo del governo sarà cercare di evitare l’evasione dei dazi, per esempio attraverso il passaggio da Paesi terzi, e le aziende dovranno creare programmi che mostrano che stanno pagando in modo adeguato e anche questo avrà un costo per loro”.

Un obiettivo dichiarato di Trump è di aumentare la produzione manifatturiera in America – che l’obiettivo geoeconomico di cui parla anche Hellendoorn – ma Tannebaum dice che non sarà necessariamente questo il risultato. “E’ facile capire perché un grosso produttore giapponese di auto è sbarcato questa settimana in America, dopo che è stato annunciato l’accordo con il Giappone: perché i produttori americani finiranno col dover pagare il 50% in più per l’acciaio, per il rame, il 25% per la produzione in Canada e in Messico e il 55% per la produzione cinese. E questi produttori giapponesi invece potrebbero dover pagare solo il 15% in più, quindi in pratica si trovano avvantaggiati”. Trump dice anche che i nuovi impianti assumeranno manodopera americana, ma dov’è tutta questa gente che si sta mettendo in fila per questo tipo di posti di lavoro?”. 

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