di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti a ‘Europe Matters’ , un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

La coda domenica scorsa per entrare al Kennedy Center, a Washington, alla veglia funebre per l’attivista conservatore Charlie Kirk assassinato (Epa)
Siamo andati alla veglia organizzata per Charlie Kirk al Kennedy Center, il più grande evento a Washington in memoria dell’attivista conservatore assassinato. Ecco lo spaccato che ne esce. Lo raccontiamo perché questa vicenda sta avendo grande eco anche in Europa.
Domenica sera alla veglia hanno parlato membri dell’amministrazione Trump come il Ministro della Sanità Robert Kennedy jr, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Leavitt ha detto che non si troverebbe oggi nel suo ruolo se non fosse stato per i voti raccolti da Kirk tra i giovani e ha ricordato che quando corse per la Camera a 23 anni (con l’establishment repubblicano contro) fu lui a supportarla. Sono saliti sul palco deputati come lo speaker della Camera Mike Johnson e Ana Paulina Luna, repubblicana della Florida, che ha iniziato a occuparsi di politica facendo attivismo tra i giovani elettori ispanici al fianco di Kirk, ma tra il pubblico c’erano oltre 80 membri del Congresso.
Una folla di duemila persone si è messa in fila per entrare all’evento a pregare e cantare in memoria di Kirk. Molti partecipanti erano venuti con i bambini piccoli, altri da soli dalla Virginia e dal Maryland in una capitale deserta come sempre nel fine settimana. «Siamo tutti Charlie Kirk ora», ha detto un deputato dell’Arizona, lo Stato dove viveva l’attivista. Alcuni indossavano magliette bianche con la scritta Freedom, come quella che indossava Kirk quando è stato ucciso. Una donna di mezza età ci ha detto che non conosceva Kirk prima dell’omicidio ma la sua morte «da martire» l’ha spinta a guardare tutti i suoi video e ora vuole diventare parte della sua organizzazione Turning Point.
Kennedy ha raccontato che la sua nipote diciassettenne, Zoe, stava partendo per l’Europa per frequentare l’università, e la madre ha notato «che aveva messo la Bibbia nella borsa… E Zoe ha replicato: voglio vivere come Charlie Kirk». Kennedy ha spiegato che Kirk fu l’architetto principale della sua riunificazione con Trump, dopo che abbandonò la sua corsa da indipendente per la Casa Bianca nel 2024 e gli diede l’endorsement. «Fu lui a mettere i fuochi d’artificio sul palco a Scottsdale in Arizona», dove Kennedy e Trump tennero il famoso comizio. «Mi chiese una volta se avessi paura di morire — ha raccontato Kennedy accennando alle minacce ricevute —. Io gli dissi che ci sono cose peggiori di morire, come vedere i nostri figli perdere i diritti costituzionali e vivere nella schiavitù».
L’omicidio di Kirk potrebbe avere conseguenze serie per il mondo dell’istruzione in America: la dinamica della sua morte ha accentuato l’ostilità di una parte degli americani conservatori per i college, considerati «luogo di indottrinamento» dei loro figli. Kari Lake, ex candidata repubblicana a governatrice dell’Arizona poi messa alla guida di Voice of America per smantellarla, ha lanciato dal palco del Kennedy Center «un appello alle madri a non mandare i figli in questi campi di indottrinamento». E in fila abbiamo incontrato donne che raccontano di averli istruiti a casa fino all’università per evitare l’influenza liberal. «Mio figlio insegna all’American University», ha detto una donna tra l’orrore delle interlocutrici. «Non parla con nessuno delle sue idee, insegna il programma e basta. Cerca di sopravvivere». Kirk non aveva frequentato il college, come ha ricordato la deputata Luna. «Non aveva bisogno dell’università, l’università aveva bisogno di lui».
L’omicidio di Kirk potrebbe avere conseguenze molto serie anche per alcune istituzioni di sinistra che il vicepresidente J.D. Vance (conducendo ieri per due ore il podcast di Charlie Kirk) ha accusato di promuovere la violenza e il terrorismo. Vance ha denunciato due delle organizzazioni progressiste più importanti del Paese: ha criticato il «generoso trattamento fiscale» ricevuto dalla Open Society Foundation di George Soros e dalla Ford Foundation che ha accusato di finanziare un articolo usato per giustificare la morte di Kirk. Gli ha fatto eco Stephen Miller, vicecapo dello staff della Casa Bianca. Anche il presidente Trump ha promesso misure contro le organizzazioni di sinistra, nominando in particolare Soros.