di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Da qualsiasi lato si guardi l’attuale situazione, la soluzione suggerita per uscirne contiene sempre gli stessi elementi: «Se l’Unione europea vuole essere un attore che crea scenari piuttosto che semplicemente un attore che subisce gli scenari, come è attualmente — scrive il think tank Bruegel nel suo ultimo rapporto — l’Europa deve lavorare per ottenere l’autonomia strategica in settori chiave quali la difesa, la tecnologia, la finanza e le materie prime critiche». Sono i temi su cui insiste anche Mario Draghi nei sui interventi ed appelli all’Ue e agli Stati membri affinché agiscano.
Il rapporto di Bruegel sui «Cambiamenti geopolitici e il loro impatto economico sull’Europa: rischi a breve termine, scenari a medio termine e scelte politiche», a firma di André Sapir, Jacob Funk Kirkegaard e Jeromin Zettelmeyer, è stato presentato sabato scorso alla riunione dei ministri finanziari dei Ventisette a Copenaghen. Gli Ecofin informali di solito sono ospitati dal Paese che ha la presidenza di turno dell’Unione europea e sono un’occasione per far discutere i ministri delle Finanze più liberamente non essendo previste decisioni trattandosi di riunioni appunto «informali». È tradizione che Bruegel, uno dei più autorevoli think tank brussellesi, presenti uno studio.
Ormai non c’è occasione che i politici e i legislatori non ribadiscano che il mondo che conoscevamo non esiste più. Ma come sarà il nuovo mondo facciamo ancora fatica a immaginarlo. Ci ha pensato Bruegel, che ha sviluppato tre scenari per il periodo 2030-2035 e li ha usati per delineare le implicazioni politiche per i prossimi cinque anni.
A segnare un prima e un dopo è l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, che sta mettendo in discussione la relazione transatlantica come l’avevamo conosciuta finora. Gli Stati Uniti sembrano un po’ meno amici e meno alleati di un tempo. Ma anche la guerra scatenata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina, così come il ruolo antagonista crescente della Cina stanno contribuendo a cambiare gli scenari in modo permanente.
Bruegel individua dei «pericoli plausibili a breve termine»: un crollo del mercato obbligazionario statunitense; un’escalation dell’aggressione militare russa contro l’Ucraina o direttamente contro l’Unione europea; una crisi fiscale innescata da una vittoria elettorale populista in un membro dell’area euro ad alto debito (ovvero in Francia); o uno choc commerciale innescato dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina e/o dalle azioni ostili della Cina nell’Asia orientale.
I tre scenari di riferimento per il mondo nel 2035 sono tutti caratterizzati — scrive Bruegel — da una rivalità persistente tra Stati Uniti e Cina e da una maggiore multipolarità rispetto al passato.
Il primo scenario prevede un ulteriore ritiro o smantellamento della cooperazione internazionale, con il persistere del protezionismo negli Stati Uniti e la riduzione al minimo dei beni pubblici globali. È considerato il meno «auspicabile» per l’Unione e per il mondo, con frequenti conflitti e crescita ridotta.
Il secondo scenario prevede un ritorno alle divisioni in blocchi, con uno guidato dagli Stati Uniti, uno dalla Cina e un terzo composto da Paesi non allineati. Contempla due «varianti»: una di «decoupling» e una di «derisking». Nel caso di «decoupling», la rivalità geopolitica tra Stati Uniti e Cina è intensa e, dopo oltre un decennio di frammentazione economica (commercio, finanza, tecnologia) e politica, i due blocchi si ritroverebbero distaccati l’uno dall’altro non quanto durante la Guerra Fredda ma molto di più rispetto al 2025. Nella variante di «derisking», la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina sarebbe un po’ meno intensa e i due blocchi rimarrebbero piuttosto interdipendenti. In questo contesto, scrivono i ricercatori, il posizionamento dell’Europa non sarebbe scontato: «La decisione di allinearsi con gli Stati Uniti o di scegliere il non-allineamento dipenderebbe dal modo in cui gli Usa si comporteranno, se da egemone benevolo o coercitivo, come ha fatto imponendo dazi del 15%».
Il terzo scenario, il più «auspicabile» per l’Unione europea secondo Bruegel, prevede un nuovo ordine multilaterale, con cooperazione internazionale per la fornitura di beni pubblici globali.
L’analisi di Bruegel arriva a «tre conclusioni principali».
La prima è che «l’impatto economico a breve termine in termini di crescita del Pil dell’attuale situazione geopolitica sembra relativamente modesto». Tuttavia non è un motivo sufficiente, spiega lo studio, per abbassare la guardia perché «pur non suggerendo che gli choc, tra cui la grande crisi finanziaria, la pandemia di Covid e la guerra in Ucraina, abbiano una causa comune, è necessario almeno riconoscere che questi choc hanno impatti economici e politici comuni sui Paesi europei (e su altre economie avanzate), di cui l’aumento della frammentazione politica e dei livelli di debito sono solo due indicatori».
La seconda conclusione è che vi sono «una serie di rischi al ribasso, derivanti dalla situazione negli Stati Uniti e altrove, che potrebbero aggravare la situazione nel prossimo anno o nei prossimi due anni e persino provocare una nuova crisi finanziaria». Inoltre i recenti sviluppi geopolitici comportano «importanti rischi a medio e lungo termine» per l’Europa. Dunque l’Unione europea deve prepararsi e per farlo «deve lavorare per ottenere l’autonomia strategica in settori chiave quali la difesa, la tecnologia, la finanza e le materie prime critiche».
Infine la terza conclusione è che «l’autonomia strategica non deve essere confusa con l’autosufficienza o il protezionismo. L’Europa è e deve rimanere un’economia e una società aperte. È anche e deve rimanere una società basata su regole e la paladina di un ordine internazionale basato su regole». E questa è la vera sfida per l’Unione europea e i suoi Stati membri perché «l’ordine passato, nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale, è ora messo in discussione non solo dalla Cina e dalla Russia, ma anche dal suo fondatore, gli Stati Uniti». Ma soprattutto gli Usa «hanno rinunciato al loro ruolo di sostegno al sistema globale e l’altra superpotenza, la Cina, non è (ancora) in grado di assumere tale ruolo». Per Bruegel spetta all’Europa collaborare con le coalizioni di paesi disponibili del Nord e del Sud del mondo per reinventare l’ordine multilaterale. Il punto di partenza di questo percorso sono il clima e il commercio.
E se sul commercio i Paesi europei sono concordi sulla necessità di ampliare le alleanze, sulla battaglia per il clima invece ci sono divergenze. A parole tutti (o quasi) sono per obiettivi ambizioni e per la lotta al cambiamento climatico ma poi, quando si tratta di decidere, le cose di complicano. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, domani dovrà difendere le ambizioni climatiche dell’Europa a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con in mano una «dichiarazione d’intenti», quindi non vincolante, sulla riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2035, dopo che giovedì scorso i ministri dell’Ambiente dei Ventisette sono riusciti ad approvare con estenuanti trattative solo un compromesso minimo.