Muro di droni, scudo orientale, difesa aerea e spazio: l’Ue si prepara al 2030 per far fronte al disimpegno Usa. Il summit di Copenaghen 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Un tratto di confine tra Estonia e Russia, vicino a Vinski (Ap

Partiamo da un dato di fatto: gli Stati Uniti non sono più disposti a farsi carico della difesa dell’Europa, a cominciare dal sostegno all’Ucraina nei confronti della quale Washington resterà un fornitore di armamenti ma a pagamento, benché stia ora valutando di venderle anche missili a lungo raggio Tomahawk. Questo ormai i Paesi Ue lo hanno ben chiaro. Domani a Copenaghen i leader dei Ventisette si riuniscono per discutere di difesa e di Kiev (sul tavolo anche l’uso degli asset russi congelati) in un contesto di grande tensione, dopo gli sconfinamenti recenti di jet e droni russi. Non sono attese decisioni dal summit perché è una riunione «informale», ospitata dalla Danimarca che ha la presidenza di turno dell’Ue.

Ma il confronto serve a preparare il terreno per il vertice di fine ottobre nel quale i leader daranno il loro sostegno politico al piano della Commissione per rafforzare la difesa europea entro il 2030. In mezzo ci sarà la ministeriale Difesa della Nato – il 15 ottobre – che contribuirà ulteriormente al dibattito e alla messa a fuoco delle capacità militari necessarie per costruire il pilastro europeo dell’Alleanza.

Il clima non è dei più distesi. Svezia e Francia hanno approvato l’invio in Danimarca di forze speciali anti-drone che affiancheranno le autorità locali in vista del summit e da ieri fino al 3 ottobre c’è un divieto totale di utilizzare qualunque drone civile. Copenaghen ha anche deciso di richiamare i riservisti. Secondo un’alta fonte europea «non è escluso» che le interferenze causate dai droni non identificati nello spazio aereo danese di questi giorni siano collegate all’organizzazione del Consiglio europeo informale di domani e al vertice della Comunità politica europea di giovedì. Secondo questa fonte potrebbe trattarsi di un’operazione di «pressione mentale» della Russia, tenuto conto degli argomenti sul tavolo.

La presidente Ursula von der Leyen ieri ha condiviso con gli Stati membri un documento che sarà alla base della discussione di domani e che parte dall’assunto che «un nuovo ordine internazionale si sta attualmente formando in un periodo di intensa competizione interstatale». La Commissione ha indicato quattro progetti-faro che saranno dettagliati nella road-map di fine mese: il «muro di droni», cioè un sistema multi-strato di capacità anti-drone interoperabili; lo scudo orientale, ovvero il rafforzamento delle frontiere orientali (terra, aria, mare); lo scudo di difesa aerea (proposto per la prima volta da Polonia e Grecia) e la protezione degli asset spaziali. Questi progetti, secondo la Commissione, hanno «il potenziale per diventare Progetti europei di difesa di interesse comune (EDPCI)», quindi per poter essere finanziati con i soldi comuni.

Bruxelles vuole evitare la percezione di un beneficio solo per i Paesi dell’Est e dunque nel documento si spiega che «i progetti faro hanno natura trasversale e implicano progressi paralleli in diverse aree di capacità e in settori che vanno oltre la difesa fondamentale. La protezione delle infrastrutture critiche, la gestione delle frontiere e la sicurezza interna saranno di particolare importanza».

Per aumentare il coordinamento con la Nato sulla standardizzazione e sulla pianificazione delle capacità, oggi il segretario generale Mark Rutte parteciperà alla riunione sulla sicurezza del Collegio dei Commissari. La difesa è competenza nazionale. E i grandi Paesi come Francia, Germania e Italia, che hanno mezzi e capacità, difendono questo ruolo. I Paesi Ue più piccoli, invece, vedono un’opportunità nel coordinamento da parte della Commissione in materia di difesa. Anche se la maggioranza guarda con scetticismo l’ipotesi di introdurre un semestre europeo della difesa, simile a quello per il coordinamento delle politiche economiche: le capitali vi vedono un approccio troppo burocratico e un’eccessiva invadenza della Commissione. Per trovare un punto di equilibrio, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha proposto di discutere anche come garantire un controllo e un coordinamento politico efficienti e dunque come rafforzare in particolare il ruolo dei ministri della Difesa nel Consiglio. Tra le idee che stanno girando c’è anche quella di creare un Consiglio Difesa separato, ora rientra sotto il Consiglio Affari esteri, in modo che si riunisca ogni mese.

Con l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, sono 23 i Paesi Ue che ne fanno parte, pari a circa il 97% della popolazione europea. Pilastro europeo della Nato e difesa europea tendono quindi a sovrapporsi. Ma c’è una distinzione non banale da tenere a mente. La Nato con gli Stati membri ha la competenza militare, però la cassa per i progetti comuni resta in seno all’Unione. L’Alleanza è dotata di un bilancio limitato, sono gli Stati membri che investono in difesa e mettono a disposizione della Nato quanto serve. Dunque per dare una spinta all’industria della difesa europea servono i fondi Ue che sono in mano alla Commissione,  alla quale gli Stati membri hanno dato il compito di redigere una road map con le priorità operative.

L’inizio del documento è emblematico: «Ciò che l’Europa e i suoi Stati membri faranno per il resto di questo decennio — si legge — plasmerà la sicurezza del nostro continente per il resto di questo secolo. Entro il 2030, l’Europa necessita di una postura di difesa europea sufficientemente forte per dissuadere in modo credibile i suoi avversari, nonché per rispondere a qualsiasi aggressione». Il piano di von der Leyen individua nove aree critiche di capacità da colmare entro il 2030: difesa aerea e missilistica, artiglieria, mobilità militare, missili e munizioni, cyber e intelligenza artificiale, guerra elettronica, droni e anti-droni, combattimento terrestre, capacità marittime e abilitatori strategici. 

Gli Stati membri dovranno costituire coalizioni di capacità coordinate dall’Agenzia europea per la difesa, con il sostegno finanziario del nuovo strumento Safe, sottoscritto da 19 Paesi Ue: 150 miliardi di euro di prestiti congiunti, di cui 100 miliardi già destinati a Stati sul fronte orientale. Ma i Paesi dell’Est non vogliono solo prestiti, chiedono anche grants, ovvero finanziamenti a fondo perduto su cui per ora non sembra esserci molto margine di manovra.  Mentre nel prossimo bilancio pluriennale è previsto un fondo di 131 miliardi di euro per difesa e spazio.

Resta da vedere se gli Stati europei sapranno superare le rivalità. «Il complesso panorama delle minacce indica anche la necessità di agire insieme — scrive la Commissione — piuttosto che frammentare i nostri sforzi attraverso iniziative nazionali non coordinate. C’è quindi una chiara necessità di investire di più, investire insieme e investire europeo». Più facile a dirsi che a farsi, come dimostra il litigio di una settimana fa tra Francia e Germania sulnuovo aereo da combattimento di sesta generazione — Future Combat Air System (FCAS)— che Parigi e Berlino dovrebbero costruire insieme e ora messo in forse.

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