Il trumpista Babis, la crisi in Francia, i voti di sfiducia a von der Leyen: nell’Ue sale il rischio caos (ma stavolta l’Italia non c’entra)

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ieri durante l’intervento in plenaria al Parlamento europeo a Strasburgo (Epa)

Frammenti di conversazione ieri su un treno per Strasburgo. Una signora anziana, belga, racconta di stare andando in visita al Parlamento europeo e manifesta preoccupazione per il destino della Francia, per l’incertezza politica che Parigi sta vivendo dopo le dimissioni di Sébastien Lecornue e per il grande consenso del Rassemblement national di Marine Le Pen. Il suo interlocutore si presenta come un funzionario danese del Consiglio dell’Ue, anche lui diretto a Strasburgo per la plenaria del Parlamento europeo: cerca di rassicurare la signora spiegandole che «la destra è al governo in Italia e che l’Italia di Meloni è uno dei Paesi più stabili d’Europa». Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe successo? È ancora vivo lo scambio di sorrisetti tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy quando durante una conferenza stampa a Bruxelles nel 2011 fu chiesto loro se l’allora premier Silvio Berlusconi li avesse rassicurati sui provvedimenti che avrebbe preso il governo italiano per far fronte alla crisi del debito. Un’umiliazione.

Adesso l’Italia non preoccupa più Bruxelles. Sono altre le fonti di ansia per la tenuta dell’Unione europea. Certamente Parigi, perché senza una Francia forte e con i conti in ordine il motore franco-tedesco che da sempre traina l’Unione europea è destinato a restare inceppato. Ora più che mai serve una leadership visionaria e determinata, ma all’orizzonte non si vede nulla. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è più solido rispetto al predecessore Olaf Scholz, però ha il fiato sul collo dell’estrema destra, non può permettersi fughe in avanti. L’incertezza che regna su Parigi inevitabilmente indebolisce il presidente francese Emmanuel Macron. Il premier spagnolo Pedro Sánchez è ormai isolato con le sue posizioni su difesa e immigrazione. La maggior parte dei leader preferisce sedere al tavolo di Giorgia Meloni quando si parla di migranti irregolari. Tuttavia la premier italiana non può essere definita una leader europeista in senso stretto, la nazione è il suo punto di partenza e d’arrivo, l’Ue un progetto sussidiario, la sovranità nazionale non si tocca. Tra i grandi Paesi resta la Polonia, dove però il premier Donald Tusk battaglia quotidianamente con il presidente nazionalista Karol Nawrocki

A complicare lo scenario sta contribuendo anche la Repubblica ceca, dove nel fine settimana ha vinto le elezioni parlamentari il partito populista Ano-Azione dei cittadini insoddisfatti di Andrej Babiš, il miliardario di 71 anni autoproclamatosi «Trumpista», che ha già governato a Praga tra il 2017 e il 2021. Ano al Parlamento europeo fa parte dei Patrioti, il gruppo di Fidesz di Orbán, del Rassemblement national di Le Pen e della Lega di Salvini. Ano ha battuto la coalizione del premier uscente Petr Fiala, conservatore filoeuropeista che siede nell’Ecr, lo stesso gruppo di Fratelli d’Italia e di Meloni. Fiala ha sempre difeso a spada tratta il sostegno all’Ucraina e quando l’Unione europea ha mostrato lentezza ha lanciato un’iniziativa internazionale per fornire a Kiev le munizioni di cui aveva disperatamente bisogno. Babiš ha fatto campagna elettorale criticando Fiala «per aver parlato solo della guerra in Ucraina per quattro anni» e ha promesso di tagliare gli aiuti militari a Zelensky. Al tavolo del Consiglio europeo stanno dunque aumentando i leader contrari al sostegno all’Ucraina: all’ungherese Orbán e allo slovacco Fico, si aggiungerebbe anche Babiš se sarà nominato primo ministro. Questo proprio nel momento in cui i Paesi Ue, di fronte al disimpegno degli Stati Uniti, sono chiamati a farsi carico del sostegno militare all’Ucraina e del nuovo «prestito di riparazione» basato sugli asset russi congelati, mettendo le garanzie necessarie e trasformando il rinnovo semestrale delle sanzioni da decisione all’unanimità a decisione a maggioranza qualificata. Un piano tutto ancora da discutere.

I «trumpisti» d’Europa si rafforzano nonostante la guerra dei dazi scatenata da Washington: riescono a incanalare il malcontento popolare a proprio favore e allo stesso ad alimentarlo. L’atteggiamento ambiguo di Trump nei confronti di Putin contribuisce inoltre a giustificare le posizioni filorusse dei Patrioti, il gruppo di Bardella, Orbán, Babiš e Salvini. A meno di tre mesi dal voto di luglio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è di nuovo alla sbarra degli imputati al Parlamento europeo con due mozioni di sfiducia presentate dai Patrioti e dalla Sinistra e che saranno votate giovedì. Possibilità di successo scarso perché questa volta la «maggioranza Ursula», formata da popolari, socialisti e liberali, si è dichiarata fin da subito compatta a sostegno della presidente. Ma i mal di pancia in casa socialista e liberale non sono stati archiviati, la polvere è stata per ora messa sotto il tappeto. La conflittualità specie tra Ppe e S&D è palpabile. Von der Leyen nel suo intervento ieri in plenaria ha invitato gli eurodeputati a «unire le forze» per garantire «risultati concreti». E ha puntato il dito contro gli avversari dell’Europa che «non solo sono pronti a sfruttare qualsiasi divisione, ma la stanno addirittura fomentando attivamente». Il riferimento è alla Russia di Putin.

Le due mozioni di sfiducia contestano a von der Leyen l’accordo sui dazi Ue-Usa, il Mercosur, quella dei Patrioti anche «le politiche verdi sbagliate» e quella della Sinistra «l’inazione» di fronte alla tragedia a Gaza. Von der Leyen si è rivolta agli eurodeputati ancora indecisi promettendo l’impegno del Collegio dei commissari «in qualsiasi formato»  per trovare «risposte» con l’Eurocamera. Ma il Parlamento europeo si sta balcanizzando e quella capacità di sintesi e di mediazione che lo contraddistingueva dai Parlamenti nazionali, divisi al loro interno tra maggioranza e opposizione, sta lasciando il posto a una crescente polarizzazione che rende difficile i compromessi all’interno della «maggioranza Ursula»

Le tre istituzioni europee — Commissione, Consiglio e Parlamento — sono sotto pressione. I dossier sul tavolo dell’Ue sono tanti e delicati: difesa comune, competitività, transizione verde e digitale, intelligenza artificiale, sostegno all’Ucraina per arrivare alla pace, processo di pace in Palestina, lotta alle diseguaglianze. Il rischio per l’Unione di cadere nel caos e quindi nell’irrilevanza geopolitica è elevato. I leader europei non possono permettersi di navigare a vista. Fra due settimane ci sarà un nuovo summit Ue. Quello di una settimana fa a Copenaghen era informale. Dalle conclusioni si capirà se il senso di urgenza dichiarato è reale.

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