Gaza come il sud del Libano? La soluzione dei due Stati è morta oppure no? 

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Trump a Sharm-el-Sheikh (Afp)

«Una nuova alba per l’intero Medio Oriente»: è quello che Trump ha promesso ieri nei suoi discorsi in Israele e in Egitto circondato dai leader della regione e dai leader europei. La ricostruzione della Striscia sarà un enorme progetto internazionale. Quanti soldi e quanti soldati saranno disposti a fornire i vari Paesi? (Gli americani inviano 200 soldati ma resteranno fuori da Gaza). Saranno in grado di mettere insieme un piano umanitario complessivo? Sarà un piano per trasformare la Striscia in una sorta di «Miami Beach», in una «Riviera di Gaza» piena di hotel, oppure di abitazioni per la popolazione palestinese? Queste domande restano aperte.

Il portavoce per gli Affari esteri della Commissione europea, Anouar El Anouni, ha detto che l’Ue ha un importante ruolo da giocare e che quindi dovrebbe «essere parte» del Consiglio di pace che si occuperà della gestione di Gaza secondo il piano di pace proposto da Trump. Il portavoce ha anche detto che l’Ue vorrebbe vedere un ruolo più prominente per l’Autorità Palestinese e passi più chiari verso un orizzonte politico per la statualità palestinese e la soluzione a due Stati basata sui principi approvati da una larga maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite. Concetti ribaditi dal presidente del Consiglio europeo António Costa nel suo intervento a Sharm el-Sheikh: è stato lui a rappresentare l’Ue in Egitto. La presidente della Commissione von der Leyen ieri invece era a Tirana. «Siamo pronti a partecipare al Consiglio internazionale di pace e a sostenere tutti i processi: governance di transizione, ripresa e ricostruzione», ha detto Costa ricordando che «l’Unione europea è il principale donatore umanitario dei palestinesi» e che ha stanziato «1,6 miliardi di euro a favore dell’Autorità palestinese per il periodo 2025-2027».  L’Ue continuerà a sostenere l’Autorità e «il suo programma di riforme, assicurando che Gaza faccia parte di uno stato democratico, libero dal terrorismo». 

Se una nuova alba sorgerà, dipenderà da numerose altre incognite. La vittoria diplomatica ottenuta da Trump è stata possibile grazie al fatto di rimandare i colloqui sui temi più difficili, come l’arsenale di Hamas, poiché le due parti non erano pronte ad un accordo completo, come ha detto in un’intervista con il New York Times il premier del Qatar.  Gli Stati Uniti hanno usato le leve che avevano a disposizione in un modo in cui Biden non aveva voluto o potuto fare (come il prestigio di Trump in Israele, la sua prontezza ad aiutare lo Stato ebraico a colpire i siti nucleari in Iran, il passo falso di Netanyahu nell’attaccare Hamas in Qatar); anche altri Paesi non volevano o non potevano fare qualcosa del genere. E questo ha fatto la differenza. Non è stato facile ottenere che il premier Netanyahu desse il suo assenso, ma era diventata una priorità per Trump. Trump è il politico internazionale più popolare in Israele e per Netanyahu sarebbe stato molto difficile dirgli di no. La cosa più sorprendente agli occhi di alcuni è che Trump sia riuscito anche a convincere Hamas a rinunciare alla propria unica leva negoziale: i 20 ostaggi ancora in vita. Ha aiutato il fatto che i miliziani fossero esausti: avevano perso il 90% delle loro capacità militari. E’ stato fondamentale il legame stretto con alleati come il Qatar, la Turchia, l’Egitto. 

Netanyahu in ogni suo discorso – sia all’Assemblea generale dell’Onu che ieri alla Knesset – si è detto contrario a uno Stato palestinese. Alcuni credono che le cose potrebbero cambiare dopo le elezioni del prossimo novembre, con un leader diverso in Israele.  Ci sono più motivi per essere ottimisti adesso, anche se ci sono ancora tanti motivi per cui il conflitto può riesplodere di nuovo. Tra i motivi di ottimismo c’è il fatto che l’appoggio internazionale per la mossa di Trump è forte. E lui vuole fortemente che questa vittoria non venga meno:  lo aiuta anche a ricevere una copertura giornalistica positiva in patria da parte di media normalmente ostili come il New York Times, Cnn e Msnbc. C’è grande appoggio negli Stati Uniti per questo accordo anche nonostante lo scetticismo di alcuni nello stesso partito repubblicano. 

Trump non ha parlato di soluzione dei due Stati, su cui invece insiste ancora l’Ue: il presidente Usa ha spiegato di non avere un’opinione in proposito e che questa decisione spetta ai leader della regione. Robert Malley e Hussein Agha – due storici ex negoziatori della pace tra Israele e i palestinesi – nel loro nuovo libro «Tomorrow is Yesterday» (domani è ieri) hanno scritto che la soluzione dei due Stati era diventata una scusa usata  per trent’anni per non trovare una vera soluzione. In una recente intervista con il Corriere poco prima della svolta di Trump in Medio Oriente, Malley – negoziatore negli anni dei presidenti democratici Clinton, Obama e Biden- affermava che la priorità in questo momento era fermare i massacri a Gaza. Ai suoi occhi il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di alcuni Paesi europei, avvenuto a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, non era una soluzione: non perché fosse una ricompensa per Hamas, come argomentavano Netanyahu e Trump, ma perché l’ex diplomatico lo riteneva «sbagliato e pericoloso» in quanto basato su una diagnosi scorretta della natura del conflitto.

Il saggio dei due negoziatori offre anche uno sguardo nel futuro dopo l’accordo raggiunto grazie a Trump. Secondo Malley e Agha, non è solo Netanyahu a opporsi ad uno Stato palestinese: «La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica in Israele – virtualmente ogni partito sionista nella Knesset con l’eccezione dei partiti arabi – è contraria a uno Stato palestinese». Che cosa risponderà la comunità internazionale – si chiede inoltre l’ex negoziatore americano – quando si tratterà di «affrontare le richieste dei 700.000 coloni ebrei in Cisgiordania o a Gerusalemme? E che cosa faranno per riconciliare le aspirazioni palestinesi alla giustizia, alla sovranità vera e significativa, e alla compensazione per quelle che considerano le ingiustizie del 1948? Come faranno a riconciliare queste  richieste con quelle israeliane?».

Forse, dice Malley, c’è stato un momento in cui la soluzione dei due Stati era possibile, ma poi è diventata qualcosa che veniva ripetuto indipendentemente dalle condizioni impossibili sul terreno e che di fatto ha perpetuato lo status quo. «Ha dato l’illusione ai palestinesi di poter bilanciare una relazione diseguale tra loro e gli israeliani. Ha sostenuto una Autorità palestinese inetta e che non li rappresentava.  Alla radice, il problema della soluzione dei due Stati è che è stata definita una partizione netta tra Israele e Palestina, una linea sulla mappa che li tenga separati, ma non era una soluzione che rispondeva ai bisogni, ai desideri, alle emozioni, alle aspirazioni né degli israeliani né dei palestinesi. Offriva una soluzione che non risolveva ciò che era al cuore del conflitto per entrambi: per i palestinesi la richiesta di giustizia e compensazione dopo la catastrofe del 1948 e dunque una vera autodeterminazione, sovranità, indipendenza. Ma la partizione netta in due Stati non garantisce il diritto di ritorno per i rifugiati, una vera autodeterminazione, né si rende conto di quanto accaduto nel 1948. Anche per gli israeliani la soluzione dei due Stati non risponde alle loro aspirazioni ad una piena sicurezza, piena supremazia e pieno riconoscimento se volete dello Stato ebraico. Non risponde al fatto che esistono da entrambi i lati aspettative sul controllo della totalità della terra dal fiume al mare. Era una idea disegnata sulla carta, nata in Gran Bretagna, all’Onu, concepita dall’esterno, ignorando l’interezza della Storia, come se il conflitto fosse iniziato nel 1967, quando sappiamo che è iniziato molto prima, come minimo nel 1948, e alcuni direbbero ancora prima, a cavallo del XX secolo. Israeliani e palestinesi l’avevano accettata ma senza mai esserne energizzati e mobilitati. Noi sosteniamo che c’è stato un momento in cui forse sarebbe stato possibile anche se miracoloso arrivare alla soluzione dei due Stati, ma poi è diventato impossibile».

Il libro di Malley e Agha suggerisce che «dobbiamo imparare da tutti gli elementi del conflitto israeliano e palestinese. Ci sono momenti nel passato in cui ebrei e arabi hanno convissuto più pacificamente e dovremmo vedere se ci sono modi in cui possono vivere l’uno accanto all’altro in modo più creativo». 

Secondo il politologo Ian Bremmer, intanto Gaza «somiglierà in futuro al sud del Libano. Israele manterrà un significativo controllo almeno di una zona cuscinetto (e forse di più) a Gaza  e continuerà ad essere coinvolta in attacchi militari quando ne vede l’opportunità. Ma i palestinesi non se ne andranno, la ricostruzione è possibile, e se per i Paesi del Golfo continuerà ad essere una priorità, la gente di Gaza avrà forse anche una opportunità territoriale nel lungo periodo». La normalizzazione tra Israele e i Paesi del Golfo finora è stata sempre condizionata al cammino verso lo Stato palestinese. Bisognerà vedere se resterà così nel lungo periodo.

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