di Alfredo Franchini
A mezzo secolo esatto dalla morte del grande intellettuale, abbiamo chiesto ad Alfredo Franchini- già giornalista della ‘Nuova Sardegna’, ospite prezioso di precedenti ‘riflessioni’ e in libreria con ‘Dio è gratis. Il prossimo costa. Il Vangelo di De André e Pasolini’ – di ricordare il lascito del pensatore più scomodo del ‘900 italiano
A mezzo secolo dalla morte, tutti i giornali si sono appropriati di Pasolini mentre il parlamento ha celebrato il grande poeta con una gara tra la destra e la sinistra per cercare di tirare dalla propria parte l’intellettuale che in vita fu scomodo per tutti. Son passati cinquant’anni, Pasolini continua a parlarci e mi viene in mente un suo aforisma: “Sei così ipocrita che quando morirai sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”.
Si fa un torto alla grandezza di Pasolini quando si cerca di normalizzarlo ignorando l’uomo che ha combattuto ogni tipo di omologazione; così come non è giusto citare gli slogan diventati famosi nel tempo, a cominciare da “Io so ma non ho le prove”, oppure dalla poesia a favore dei poliziotti sugli scontri di Valle Giulia. Gli si fa un torto perché dovremmo riprendere i testi per intero e capire la complessità delle analisi. L’autore di Ragazzi di vita, infatti, ha spesso mosso una critica non direttamente politica ma antropologica e ha espresso concetti ibridi tra religione e società. Nella civiltà pre-sessantotto si assegnava il diritto alla felicità al singolo individuo e Pasolini ci avvertì: sarà orribile quando il singolo individuo verrà degradato a un semplice consumatore.
Pasolini muore cinquant’anni fa all’una di notte del 2 novembre, massacrato a Ostia in una lingua di sabbia, pioggia e sangue, nel tratto in cui il mare incontra il Tevere. Fu vittima di un agguato teso per ragioni politiche e per la paura di ciò che avrebbe potuto scrivere, come racconta Oriana Fallaci nel libro “Pasolini, un uomo scomodo”. Erano amici e Oriana Fallaci, la prima giornalista arrivata sul posto, raccolse per il settimanale L’Europeo le testimonianze delle persone che avevano ascoltato e visto più uomini massacrare Pier Paolo. Voci ignorate nell’inchiesta ma indirettamente citate nella sentenza di primo grado dal giudice Moro, fratello dello statista che sarebbe stato ucciso tre anni dopo. C’era grande empatia tra Oriana Fallaci, così innamorata della vita, e Pier Paolo, così ossessionato dalla morte: “Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di San Francesco”, si legge in una lettera della scrittrice a Pasolini.
Meglio non immaginare le reazioni dei media se quel delitto fosse accaduto oggi. Cosa avrebbero scritto i social e i giornali della destra che nella testata fanno riferimento alla libertà e alla verità? Proprio la collaborazione di Pasolini con il Corriere della sera ci dà l’opportunità di riflettere sullo stato di salute dell’informazione.
È il 1973 quando Pasolini inizia a pubblicare i suoi editoriali sulla prima pagine del maggiore quotidiano della borghesia italiana. Sono articoli dirompenti che assumono la funzione di un sismografo nella politica italiana. L’apertura del giornale a Pasolini si realizza grazie a un grande direttore liberale, Piero Ottone, e la collaborazione si sviluppa in un quadro politico dominato dalla strategia della tensione. (Lo slogan “Io so” a cui facevo riferimento all’inizio, è il titolo di un celebre articolo scritto all’indomani della strage di Brescia del 1974). Pasolini fu messo sotto stretta sorveglianza dal Sid – il servizio segreto dell’epoca – e fu contattato dal neofascista Giovanni Ventura, esponente di Ordine nuovo, coinvolto nella strage di Piazza Fontana: destabilizzare l’ordine pubblico era il mezzo per arrivare a un nuovo ordine politico. Tra Ventura e Pasolini ci fu uno scambio di lettere con il poeta che voleva far luce sulle stragi e il neofascista che sollevava un vento di minacce. Lo stesso vento che potrebbe aver soffiato mezzo secolo fa nella tragica notte di Ostia.
Per Pasolini il punto di riferimento al Corriere è il vicedirettore, Gaspare Barbiellini Amidei, ordinario di Sociologia della conoscenza all’Università di Torino, autore, tra gli altri titoli, di “Dopo Maritain”. È un cattolico sincero, senza remore nel confrontarsi con il regista che ha mostrato l’accattone di nome Stracci morire in croce proprio come il Cristo del Vangelo e il figlio di Mamma Roma che muore mimando ancora la croce. Gli articoli suscitano il mugugno della buona borghesia ma allo stesso tempo alimentano il dibattito, processano il Palazzo e sospingono le battaglie civili. Il giornale fa il suo dovere offrendo al lettore un ventaglio di opinioni su cui riflettere. Il poeta civile, inattuale in quegli anni, sarebbe stato attuale oggi? E con chi avrebbe potuto misurarsi? All’invettiva di Pasolini rispose Italo Calvino e il dibattito ruotò attorno al “genocidio culturale”. Oggi sarebbe caduta una valanga di oscenità e di accuse da influencer senza ritegno. Il giorno prima di andare incontro alla morte Pasolini diede un’intervista a Furio Colombo e congedandosi dal giornalista suggerì anche il titolo: “Siamo tutti in pericolo”. Profetico e attuale.