di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.
È una suggestione che a Bruxelles non dispiacerebbe ma che si scontra con la realtà dei numeri: l’euro (e non lo yuan) potrebbe prendere il posto del dollaro di fronte all’indebolimento del biglietto verde? Nei mesi passati la moneta unica ha incassato più di qualche successo grazie anche e soprattutto alle politiche economiche adottate dal presidente Usa Trump. Il 2 aprile scorso, il «Liberation Day» con l’annuncio dei dazi statunitensi, ha rappresentato uno spartiacque nella visione degli investitori sullo status del dollaro come bene rifugio sicuro. Nei giorni immediatamente successivi si sono registrati flussi di fondi uscire dagli Stati Uniti e dirigersi verso l’Europa. Questo andamento si è poi parzialmente invertito a livello di mercato azionario ma è rimasta alta la richiesta di debito sovrano denominato in euro, non solo tedesco (il Bund è da sempre un bene rifugio) ma anche italiano, spagnolo e francese nonostante la crisi politica che sta vivendo Parigi. I nuovi dazi e l’incertezza sulle politiche commerciali di Trump, insieme all’alto debito Usa, stanno scalfendo il ruolo dominante del dollaro.
«Il tasso di cambio del dollaro statunitense e la copertura che si sta verificando per proteggersi dal deprezzamento del dollaro dimostrano che c’è effettivamente un mutamento di sentimento nella comunità degli investitori, come è emerso anche negli incontri al Meeting annuale del Fmi a Washington. Questo rappresenta una crepa nello status di bene rifugio sicuro, ed è guidato dall’incertezza della politica statunitense che potrebbe portare a tale deprezzamento», ci ha spiegato Rolf Strauch, capoeconomista del Mes di ritorno dal Meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a Washington. Ma Strauch ha anche messo in guardia: «Nonostante un ruolo in qualche modo in declino del dollaro statunitense come valuta di riserva internazionale, la distanza rispetto all’euro è ancora così grande che gli sviluppi devono andare molto oltre affinché la moneta unica prenda il sopravvento». Non bisogna inoltre dimenticare che «negli standard dell’industria, ad esempio nell’aviazione, il finanziamento a lungo termine e i contratti commerciali sono denominati in dollari. E questo non cambia dall’oggi al domani».
Dunque per Strauch la questione che emerge è «se l’euro possa difendere la sua posizione e almeno rafforzare il suo obiettivo internazionale». Ma per farlo sono necessarie due condizioni: completare il progetto di un euro digitale perché rafforzerà la struttura europea di pagamento e ridurrà l’uso di stablecoin denominate in dollari; sviluppare stablecoin denominate in euro per offrirle ai mercati come alternativa alle stablecoin in dollari. «Anche se le stablecoin in questa fase hanno una quota molto piccola nel mercato — ha osservato Strauch — c’è una buona ragione per pensarci strategicamente e anche per agire. Ad un certo punto sarà importante assicurarsi che le stablecoin in dollari non infliggano instabilità all’area euro».
Il mercato globale è sempre più dominato dalle stablecoin basate sul dollaro statunitense. Queste rappresentano circa il 99% della capitalizzazione di mercato totale delle stablecoin. Mentre le stablecoin in euro rimangono marginali, con una capitalizzazione di mercato inferiore a 350 milioni di euro, come spiega Jürgen Schaaf nel Blog della Bce. «Le stablecoin rimangono surclassate dagli asset finanziari “convenzionali” — si legge nel blog —. Tuttavia, stanno iniziando a uscire dalla loro nicchia e a intrecciarsi sempre più con le istituzioni finanziarie tradizionali, ad esempio attraverso accordi di custodia ed esposizioni in derivati, creando potenziali minacce alla stabilità finanziaria. Un crollo disordinato potrebbe ripercuotersi sull’intero sistema finanziario e il rischio di contagio è una preoccupazione crescente per le banche centrali».
Benché il dollaro debole faccia il gioco dell’amministrazione Trump perché in questo momento sta aiutando fortemente la competitività delle esportazioni statunitensia scapito di quelle europee, Washington non ha alcuna intenzione di rinunciare al ruolo internazionale del dollaro. L’approvazione nel luglio scorso del Genius Act (Guiding and Establishing National Innovation for Us Stable Coins Act) lo dimostra. «Il Genius Act crea un quadro normativo chiaro e semplice per istituire e liberare l’immenso potenziale delle stablecoin ancorate al dollaro», aveva spiegato Trump parlando dalla Casa Bianca. Con quella legge gli emittenti di stablecoin devono fornire come garanzia asset a basso rischio come il dollaro con un rapporto uno a uno.
«Avere uno status di rifugio sicuro ti aiuta a finanziarti, perché hai fondi che affluiscono nel Paese — ha concluso Strauch —. Se lo status di rifugio sicuro è minore, attiri meno investitori. Ed è accaduto: abbiamo visto in questa fase una crescita di interesse degli investitori per l’Europa. Ma non è evidente che questo prevarrà. Tuttavia, è chiaro che questo progetto di stablecoin è uno strumento politico che contribuisce a rafforzare l’obiettivo internazionale del dollaro e che supporta la domanda di debito statunitense a breve termine».
Dunque è improbabile un crollo del dominio del dollaro ed «è improbabile l’ascesa di un regime stabile con più valute di riserva comparabilmente importanti», come evidenziano Volker Wieland, direttore generale dell’Istituto per la Stabilità Monetaria e Finanziaria (Imfs) della Goethe-Universität di Francoforte, e il ricercatore Hendrik Hegemann dell’Imfs nello studio «Il momento dell’euro? Percezioni del declino del dollaro statunitense», pubblicato il 6 ottobre scorso. Il lavoro è stato commissionato dalla commissione Affari economici del Parlamento europeo.
«La forte inerzia, la mancanza di alternative e l’ascesa delle stablecoin legate al dollaro favoriscono il mantenimento del suo ruolo. Gli effetti di rete suggeriscono che solo una valuta può essere dominante. La Cina può promuovere con successo il Renminbi e sistemi paralleli nella sua sfera di influenza, ma i controlli sui capitali e la mancanza di fiducia le impediscono di rivaleggiare con il dollaro a livello globale». Pechino non sembra però intenzionata a rinunciare e venerdì scorso la Banca Popolare Cinese ha dichiarato che la Cina promuoverà l’internazionalizzazione dello yuan, amplierà l’uso della valuta negli scambi commerciali, approfondirà l’apertura bilaterale dei mercati finanziari in modo ordinato e svilupperà ulteriormente il mercato offshore. La sfida è lanciata.
Per Wieland e Hegemann «nel prossimo futuro, il ruolo dell’euro rimarrà principalmente regionale». I due economisti raffreddano gli entusiasmi: «Non esiste un “momento globale dell’euro”. I precedenti tentativi di rafforzare il suo ruolo internazionale hanno ottenuto scarsi risultati. Sebbene esistano ragioni per difendere la sua posizione, tali sforzi devono essere guidati dal realismo ed evitare la retorica vuota». Ma soprattutto, allineati con il credo di Berlino, Wieland e Hegemann ritengono che «non si dovrebbe dare ascolto alle rinnovate richieste di eurobond e responsabilità congiunta. Ciò che occorre è invece il consolidamento fiscale negli Stati membri fortemente indebitati e riforme strutturali orientate al mercato in tutti gli Stati membri in fase di crescita lenta o stagnante». La conclusione è che «l’Unione monetaria europea è ancora (relativamente) giovane e raggiungere la maturità del dollaro richiederà molto tempo». Addio sogni di gloria.