Ritratto di un poeta in fiamme

di Andrea Tarabbia per l’ ‘Aula di lettere’ delle Edizioni Zanichelli

Mahmoud Darwish è stato forse il più grande poeta palestinese. Andrea Tarabbia ne delinea un ritratto ricordando il suo contributo umano e letterario.

Mahmoud Darwish

Nel 1948, quando aveva sette anni e non era ancora un poeta, Mahmoud Darwish fu costretto, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare il villaggio di Al-Birwa, dove era nato e viveva, per riparare in Libano.

Era l’epoca della Nakba – l’esodo forzato cui ricorse il popolo palestinese per mettersi in salvo dalla guerra arabo-israeliana, scoppiata in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele. Un anno più tardi, placatasi la guerra, i Darwish fecero ritorno nell’Alta Galilea, ma del loro villaggio e delle cose che avevano abbandonato fuggendo non c’era più traccia. Trovarono comunque una sistemazione e, in Mahmoud, cominciò a maturare uno strano sentimento, di cui non si parla mai molto, ma che è uno dei motivi chiave del Novecento e, ancora oggi, definisce la situazione di milioni di persone in varie parti del mondo: la sensazione, vale a dire, di essere “in prestito”, ospiti, perlopiù indesiderati, nel luogo dove si è nati, di cui si parla la lingua e nel quale si è trascorsa gran parte della propria vita. La sensazione, insomma, di essere stranieri alla propria terra.

Quando, nel 1973, da poeta ormai famoso, pubblicò la prosa autobiografica Diario di ordinaria tristezza, Darwish dedicò a questo sradicamento un capitolo bellissimo, il secondo: «Che cos’è la patria?» si domanda Darwish all’inizio e, per molte pagine, cerca una risposta che però non c’è: “La carta geografica non è la risposta e il certificato di nascita è cambiato”.

Tutti sappiamo che cos’è l’esilio: è la condizione per cui una persona viene allontanata dal suo paese o dalla terra natale per un periodo che può essere breve o lungo; i motivi di questo allontanamento, che si porta dietro la perdita dei diritti civili, sono sempre riconducibili a questioni politiche: chi lo subisce, normalmente, è un oppositore del regime che è al governo nel suo Paese.

Esiste anche l’esilio volontario: uno decide, suo malgrado, di abbandonare il proprio Paese per fuggire a una guerra, o a una persecuzione contro la sua persona o la sua etnia, o alla violenza e all’isolamento. Esiste però anche una terza forma di esilio, quella che percepisce chi, pur continuando a vivere nella sua terra, vi si sente uno sradicato: è di questo che parlano molte opere di Darwish.

La sua poesia più famosa, scritta nel 1964, si chiama Carta d’identità e comincia così:

«Ricordate!
Sono un arabo
E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l’estate».

E continua così:

«Le mie radici
furono usurpate prima della nascita del tempo
prima dell’apertura delle ere
prima dei pini, e degli alberi d’olivo
E prima che crescesse l’erba».

Carta d’identità divenne, in Palestina, una specie di inno: tutti i diseredati, gli affamati, i perseguitati la sapevano a memoria e la recitavano nelle manifestazioni.

Darwish divenne un simbolo della resistenza palestinese, ma non si trattava soltanto di una questione di lotta e autodeterminazione. C’era altro: «La storia la scrivono i vincitori, ma è la letteratura a scrivere le storie delle vittime». È una frase di Darwish: egli era convinto che la letteratura fosse non solo una forma di resistenza, ma anche l’unico modo per raccontare al mondo una storia altra.

Attraverso la poesia si può dar voce a chi non ce l’ha e non l’ha mai avuta – i poveri, o coloro che hanno perso la terra, o coloro che sono stati uccisi. Nella letteratura possono rivivere posti e linguaggi che la storia ha spazzato via, gli esiliati possono ancora cantare la loro terra, i morti possono camminare per le vie delle loro città e farci vedere com’era il mondo quando non era questo.

Questo ha fatto Mahmoud Darwish. E, per questo, è stato incarcerato e censurato. È stato per mesi agli arresti domiciliari nella sua casa di Haifa. Nel 1970 se n’è andato dalla Palestina, perché vivere lì era diventato troppo difficile e, forse, pericoloso. Ha vissuto a Mosca, al Cairo e infine a Beirut – l’unico posto dove si è fermato a lungo: «Non ho mai vissuto dieci anni nello stesso posto» scriverà «Non mi era mai capitato di abituarmi all’odore delle verdure, alle grida dei venditori, al vociare dei bar. Qui, invece, è successo».

Solo negli anni Novanta tornerà in Palestina, senza stabilirvisi definitivamente: vivrà infatti tra Ramallah e Amman, in Giordania. In questo periodo, continuerà a produrre una letteratura militante, che ragiona sull’identità negata e sulla storia del suo popolo (che, dice, è «sospesa»).

In Undici pianeti, scritto nel cinquecentenario della scoperta dell’America, il tema della terra e della colonizzazione si fa cosmico, e Darwish va in cerca di altri popoli, vale a dire di popoli che non sono il suo, che sono stati perseguitati: i pellerossa americani, gli andalusi, coloro che sono stati saccheggiati dalle orde mongole. Il mondo si divide in perseguitanti e perseguitati, e la voce di Darwish racconta la storia di questi ultimi.

Ma Darwish non è solo un poeta civile, un uomo a cui è stata tolta la patria e che la rivendica in versi. Se si limitasse a questo, sarebbe uno scrittore tra i tanti, importante per i contenuti di ciò che scrive e per l’afflato civile dei suoi proclami e niente più. Darwish, invece, è un grande scrittore, e uno scrittore non è mai grande per quello che dice, cioè per i contenuti, ma per come lo dice: uno scrittore è grande, insomma, per la forma e per il linguaggio che usa, o che reinventa. Immaginate la Divina commedia, scritta in latino e in una prosa moraleggiante, come migliaia di altre opere ad essa coeve; immaginate di togliere i guizzi linguistici o la cornice della peste e delle dieci giornate al Decamerone: sarebbero quel prodigio che sono?

Ecco, Darwish è un inventore di linguaggi e uno sperimentatore di forme, e la radice di questo suo talento è incredibile: «Ho imparato l’ebraico insieme all’arabo. Vale a dire quattro anni prima di iniziare a studiare l’inglese. (…) Tutta la mia generazione padroneggia l’ebraico. Per noi era una finestra su due mondi. Innanzitutto quello della Bibbia. Un libro essenziale malgrado tutto ciò che abbiamo subito in suo nome. Ho letto anche i Salmi, il Cantico dei Cantici, il Libro dell’Esodo, la Genesi (…). La mia prima lettura di Federico García Lorca fu in ebraico. Lo stesso per Neruda».

Il più grande poeta palestinese, cantore della Resistenza, si è dunque formato anche sulla lingua e i libri dell’Altro, di colui che combatte perché ha colonizzato la sua terra. E non solo: compare, in tutta la sua produzione poetica, la compagna della sua vita, nei versi e nelle prose presentata con il nome di Rita. Pochissimi sanno chi sia stata, pochissimi l’hanno conosciuta: ma Darwish non ha mai nascosto che era un’israeliana, anche lei poetessa. Sentite come la canta:

Fra Rita e i miei occhi si leva un fucile.
Quelli che conoscono Rita,
s’inchinano e pregano i suoi occhi di miele divino.

(…)

Il nome di Rita, festa per le mie labbra.
Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.
Per due anni, mi sono perduto in lei.
Per due anni lei si è distesa sul mio braccio,
uniti nel fuoco delle nostre labbra,
siamo resuscitati per due volte.

O, ancora, in un’altra poesia in cui non la nomina direttamente:

Con la coppa incastonata d’azzurro
aspettala
vicino alla fontana della sera e ai fiori di caprifoglio,
aspettala
con la pazienza del cavallo sellato,
aspettala
con il buon gusto del principe raffinato e bello
aspettala
con sette cuscini pieni di nuvole leggere,
aspettala
con il foco dell’incenso femminile dappertutto
aspettala
con il profumo maschile di sandalo sui dorsi dei cavalli,
aspettala.
E non spazientirti.

Sono versi bellissimi, e in un certo senso familiari. Pensate: il miele, la “festa per le mie labbra”, la “coppa incastonata”, le fontane, i profumi. È un immaginario che chi fa poesia conosce bene. Assomiglia al Cantico dei cantici, il momento più carnale, corporeo della Bibbia.

Sosteneva Darwish che la pace, la pace vera, è un dialogo tra due versioni della stessa storia. Tutti hanno, o meglio, devono avere, il diritto di raccontare la loro storia, e di essere ascoltati. L’incontro, o lo scontro, di civiltà, dovrebbe avvenire soltanto attraverso il racconto, il linguaggio:

«Abbiamo un paese che è fatto di parole.

E tu parla».

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