di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington.

Oggi si terranno le elezioni amministrative in tutti i 98 comuni e 4 regioni danesi. E per la prima volta dal 1938 – quindi in 87 anni – i socialdemocratici rischiano di perdere il Comune di Copenaghen, proprio mentre la premier Mette Frederiksen incassa successi in Europa alla guida della presidenza di turno dell’Ue. A vincere in città non sarebbe però la destra, bensì la sinistra: i cittadini di Copenaghen sembrano non condividere più le politiche moderate per affrontare le problematiche locali né le posizioni dure dei socialdemocratiche sull’immigrazione, quelle che hanno fatto vincere Frederiksen alle elezioni politiche nel 2019 e nel 2022.
Copenaghen come New York? Il paragone potrebbe essere una forzatura, ma un filo rosso c’è: l’elettorato dei grandi centri urbani si sta spostando a sinistra. Ma lo stesso fenomeno non lo si assiste in provincia.
Il democratico Zohran Mamdani ha vinto a New York promettendo di rendere i prezzi della metropoli più accessibili per le persone che ci vivono e ci lavorano, impegnandosi a far fronte all’emergenza abitativa a New York, «congelando» per quattro anni il prezzo degli affitti, promettendo autobus gratuiti e assistenza all’infanzia universale gratuita per bambini fino ai cinque anni. Mamdani ha promesso di mantenere lo status di New York come «città santuario» per gli immigrati in netto contrasto con il presidente Trump.
Copenaghen non è New York, ma anche qui il costo della vita è molto elevato nonostante il generoso welfare danese. L’housing sociale è uno dei cavalli di battaglia dei socialdemocratici in Europa.
«La corsa a sindaco di Copenaghen è importante perché la città spesso detta il tono politico nazionale e la carica ha un peso simbolico e strategico reale — spiega il quotidiano danese Politiken —. La lotta di potere tra Socialdemokratiet, Socialistisk Folkeparti ed Enhedslisten (l’Alleanza rosso-verde, ndr) potrebbe rimodellare gli equilibri della sinistra e influenzare la posizione dei socialdemocratici a livello nazionale». Le elezioni comunali di Copenaghen sono dunque seguite con interesse dai socialisti europei che sembrano smarriti di fronte a un centrodestra che sta conquistando uno a uno i Paesi Ue. Al tavolo del Consiglio europeo, oltre al presidente António Costa, ormai siedono su ventisette solo tre leader socialdemocratici: lo spagnolo Pedro Sánchez, la danese Mette Frederiksen e il maltese Robert Abela.
Da tempo però Frederiksen è considerata quasi come un corpo estraneo dai socialisti europei per le sue posizioni sull’immigrazione, che l’hanno portata ad allearsi su questo tema con la premier Giorgia Meloni. Al congresso del Partito socialista europeo, che si è tenuto a metà ottobre ad Amsterdam, Frederiksen non si è presentata: un anno fa era stata fischiata. Eppure c’è chi come il premier laburista Keir Starmer si è ispirato al modello danese. Il governo britannico ha proposto una riforma radicale del sistema di immigrazione, che punta a introdurre soggiorni temporanei per i rifugiati, a rivedere le leggi sui diritti umani per contribuire ad aumentare le espulsioni anche delle famiglie con minori, minaccia i paesi di divieti di visto se non accettano il rimpatrio di criminali e immigrati clandestini, contempla la possibilità di confiscare i beni dei richiedenti asilo per contribuire alle spese. Misure che hanno suscitato grandi critiche all’interno del partito laburista.
Una rondine non fa primavera. La presa di New York da parte di un “socialista democratico” non è una cartina di tornasole anche perché la Grande Mela vota sistematicamente a sinistra, a differenza degli Stati che i democratici devono conquistare per avere la maggioranza al Congresso e vincere la presidenza. Ma il segnale che arriva dagli Stati Uniti, con la vittoria delle due governatrici democratiche per la Virginia e il New Jersey, l’ex agente della Cia Abigail Spanberger e l’ex pilota di elicotteri della Marina Mikie Sherrill, è che l’economia resta la chiave per convincere l’elettorato. Le campagne di Spanberger e Sherrill, ma anche di Mamdani, sono state all’insegna della lotta al carovita: affitto, bollette e costo del cibo.
Un tema, invece, che in Danimarca e a Copenaghen non è divisivo è quello della transizione verde. In molti Paesi europei il centrodestra e la destra hanno vinto le elezioni promettendo un rallentamento del Green Deal. Il centrosinistra deve fare i conti anche con questo cambio di sensibilità tra gli elettori europei: i ceti meno abbienti si sentono (e sono) più colpiti economicamente dalla transizione in atto, dunque per difenderla vanno trovate le risorse per accompagnarli nella rivoluzione green e le soluzioni per renderla compatibile con l’industria.
Elezioni amministrative ed elezioni politiche seguono spesso criteri di scelta diversi nelle menti degli elettori. Ma la crisi dei socialdemocratici negli Stati Uniti come in Europa ha le stesse radici. New York e Copenaghen possono aiutare a far capire alcune delle priorità che non si possono più evitare. Però le risposte all’immigrazione irregolare rischiano di essere ancora un ago della bilancia nelle elezioni nei grandi Paesi come la Francia, l’Italia o la Polonia, che andranno alle urne nel 2027. Lo sono state anche negli Stati Uniti, come sa bene Trump.