Mega & Maga, la «battaglia per l’anima dell’Europa» passa da Washington

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

A sinistra Patrick Deneen, al centro il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance

I conservatori europei ci riprovano domani e giovedì con la conferenza dal titolo «Battaglia per l’anima dell’Europa» ospitata da MCC Brussels, il think tank fondato nel 2022 dal Mathias Corvinus Collegium, college privato ungherese per studi avanzati molto vicino al premier Viktor Orbán: il suo direttore politico Balázs Orbán (nessuna parentela) è presidente del consiglio di amministrazione del MCC. I temi dibattuti sono quelli cari ai populisti euroscettici del Vecchio Continente, rappresentati da partiti che siedono nei gruppi Ecr, Patrioti e Sovranisti al Parlamento europeo. Sono i partiti che sostengono la filosofia Mega: Make Europe Great Again, presa in prestino dal Maga trumpiano. «Portiamo la lotta a Bruxelles!», si legge sul sito dell’evento. E tra gli speaker c’è anche Patrick Deneen, professore di Scienze politiche all’università cattolica di Notre Dame, filosofo della nuova destra Usa molto vicino al vicepresidente J.D. Vance.

Nella due giorni c’è solo un relatore italiano: Francesco Giubilei, presidente della Fondazione Tatarella e Nazione Futura. Per ora non è previsto alcun rappresentante della Lega né di Fratelli d’Italia. Ma il programma è in aggiornamento.

«Questo nuovo importante evento — si legge sul sito della conferenza — rappresenta un’opportunità per i veri conservatori di diverse etnie politiche di sviluppare una nuova narrativa, imparare dai successi reciproci e stringere legami comuni, preparandosi alla lotta che verrà». Il manifesto è chiaro e c’è abbastanza per creare polemica. Non sarebbe la prima volta. Il 16 aprile 2024 era scoppiato un caso a Bruxelles per un altro evento simile. Stava parlando sul palco il leader della Brexit Nigel Farage quando la polizia belga chiese l’immediata chiusura, per ragioni di sicurezza pubblica, della conferenza «National Conservatism», la riunione dei nazionalisti europei organizzata dal think tank di destra Edmund Burke Foundation. Un pasticcio che costrinse l’allora premier belga Alexander De Croo a intervenire, definendo «inaccettabile» quanto successo ma soprattutto «anticostituzionale» perché andava contro la libertà di espressione. 

Il primo panel di domani si appropria di un tema degli europeisti: le interferenze straniere nelle campagne elettorali. Ma viene capovolto. Gli organizzatori si chiedono: «Come possiamo difendere la democrazia dalle ingerenze elettorali dell’Ue?». E vanno all’attacco perché «l’Ue sostiene i media e le Ong che promuovono le sue narrazioni federaliste ed è ben lieta di vedere banditi dalla partecipazione partiti e candidati che propongono una visione alternativa». Il keynote speech è affidato a Ryszard Legutko, filosofo e politico appartenente al Partito diritto e giustizia polacco (Pis), per quindici anni parlamentare europeo — dal 2009 al 2024 — nel gruppo Ecr di cui fu co-presidente per un periodo. Della stessa famiglia politica fa parte Fratelli d’Italia.

Due sono i protagonisti domani: Deneen, che terrà un discorso su «Europa vs America: la fine dell’Occidente», e l’ex presidente ceco Václav Klaus che disserterà su «Economia patriottica: riformare un continente malato». Il rapporto dell’estrema destra europea con gli Stati Uniti non è lineare perché c’è la consapevolezza che «l’America è ancora spietata nel promuovere i propri interessi economici ed energetici nel continente europeo» e allo stesso tempo che «l’Europa è debole e sempre più dipendente dagli Stati Uniti». Ma secondo gli organizzatori «i patrioti su entrambe le sponde dell’Atlantico potrebbero concordare su questioni come l’ideologia transgender, la guerra in Ucraina e il controllo dell’immigrazione». Deneen sarà chiamato a rispondere se «la storica alleanza tra Europa e America può sopravvivere a un’era di assertivi interessi nazionali».

L’invito a Deneen non è banale, perché rappresenta uno dei più influenti intellettuali conservatori del momento. L’ultima volta che abbiamo chiacchierato con lui è stato a settembre, alla conferenza “National Conservatism” di Washington, che alcuni anni fa forse era uno spazio di attivismo considerato controverso, ma adesso è espressione della linea del governo. Lo speaker della cena di gala era Sebastian Gorka, attuale direttore dell’antiterrorismo di Trump. Dopo il suo discorso, Deneen si è soffermato molto a parlare con i giovani conservatori. Quando lo intervistammo nell’aprile scorso per le pagine degli Esteri del Corriere gli chiedemmo, tra le altre cose, di parlarci del rapporto America ed Europa. «Posso dire che è per me e per altri molto interessante il modo in cui le forme di populismo nazionalista sono diventate un movimento globale – rispose Deneen -. Anche se questo movimento cerca di ripristinare la vitalità delle nazioni, come movimento non è limitato ad una nazione, ma sta dimostrando la sua influenza nelle più avanzate democrazie liberali. Perciò stiamo assistendo ad un rifiuto globale del globalismo nel nome di un impegno transnazionale nei confronti della nazione. Molte nazioni in Europa oggi stanno sperimentando l’ascesa di partiti populisti che hanno avuto successo elettorale. Paradossalmente è una forma di nazionalismo internazionale. In realtà io penso che questo dovrebbe confortare coloro che a Sinistra temono un ritorno ad un nazionalismo simile a quello degli anni Trenta, perché le crescenti interconnessioni tra varie versioni di populismo nazionale sono in realtà piuttosto cosmopolite a proprio modo. Così come i liberali progressisti hanno trovato punti in comune con i progressisti che hanno idee simili in altri Paesi, la stessa cosa è accaduta all’interno dei circoli conservatori internazionali. Questo “nazionalismo cosmopolita” è piuttosto affascinante, penso rifletta il fatto che è un fenomeno post-liberale, possibile non solo “dopo il liberalismo” ma in parte proprio a causa del liberalismo. Il Liberalism è stato un progetto globale, un progetto cosmopolita, e la risposta ad esso è stata allo stesso modo globale e cosmopolita”.

Gli chiedemmo anche se pensava che ci sarebbe stato presto un populismo di sinistra sugli stessi temi che avevano portato alla rielezione di Trump. E dopo l’elezione di Zohran Mamdani come sindaco di New York, le sue parole suonano ancora più significative: «Mi aspetto che molti a sinistra adotteranno un messaggio più populista nei prossimi mesi e anni, vedendone la popolarità tra coloro che la sinistra ha trattato con sdegno negli ultimi decenni (coloro che Hillary Clinton definì i deplorevoli). Resta aperta la domanda se lo spostamento della classe operaia a destra possa essere rovesciato da un cambiamento di direzione verso il populismo di sinistra — e anche quale appoggio avrà questa posizione nel loro stesso partito che si è allontanato dalla fedeltà di un tempo alla classe operaia».


Le tensioni che si potranno creare questa volta attorno all’evento in Europa saranno gestite con ogni probabilità in modo più attento da parte delle autorità belghe per evitare l’accusa di censura come nel 2024. Ma è certo che i contenuti discussi al convegno saranno visti come controversi. Su sito spiegano che «gli europei comuni stanno reagendo. Elezione dopo elezione, Paese dopo Paese, orgogliosi patrioti e conservatori nazionali stanno guadagnando terreno. Sta emergendo un nuovo consenso, radicato nella sovranità, nei confini solidi e nel buon senso. Frontiere aperte, estremismo ambientale, censura senza fine e ideologie di genere radicali: tutto questo viene respinto alle urne. È il momento di sferrare un colpo decisivo ai dogmi dell’establishment che ci hanno deluso per troppo tempo». Gli organizzatori prendono di mira le élite europee contro cui tante volte si è scagliato Orbán — ma anche Salvini, Le Pen e Morawiecki.

Il programma non lascia spazio all’immaginazione: l’obiettivo è usare i temi che gli europeisti usano contro i populisti, capovolgendoli. E il loro ispiratore è il presidente Donald Trump, che sembra disinteressato all’Europa ma di fatto non lo è, benché non nella maniera tradizionale. Come ha evidenziato in un’interessante analisi Ivan Krastev su Foreign Affairs — intitolata Il paradosso della destra trumpiana in Europa. Come l’armamento dell’ideologia da parte dell’America potrebbe ritorcersi contro — «in un momento in cui Trump mette in discussione gli accordi di sicurezza degli Stati Uniti con l’Europa, minacciando di ridurre la presenza militare americana in Europa e chiedendo che l’Europa paghi per la propria difesa, il suo sostegno all’estrema destra europea appare a prima vista un colpo da maestro strategico. Permette agli Stati Uniti di mantenere parti significative dell’Europa nella propria sfera di influenza, riducendo al contempo i propri impegni nella regione. È un modo a basso costo per rafforzare l’influenza del Maga e impedire l’ascesa di un’Europa sovrana meno allineata a Washington». Tuttavia Krastev, che è presidente del Center for Liberal Strategies di Sofia, avverte: «Anche se il Maga riuscisse a minare le istituzioni centriste costruite da Francia, Germania e altre democrazie europee fondamentali, i partiti populisti di destra che contribuisce a far crescere potrebbero non sostenere un nuovo tipo di influenza americana sull’Europa». 

I temi principali della seconda giornata del convegno sono la difesa della libertà di parola, «immigrazione e rimigrazione» (termine che insieme a “deportazione” sembra non scandalizzare più in Europa) e le sfide che i partiti conservatori e populisti nazionali devono superare per esercitare il potere. L’intervento finale è affidato a Balázs Orbán: «Perché dobbiamo vincere la guerra culturale». L’assunto è che «combattere la guerra culturale non è un lusso. È diventato essenziale per le speranze di qualsiasi rinascita patriottica». E quello che portano avanti Donald Trump e specie J.D. Vance (amico di Deneen, il vicepresidente cita il filosofo come una importante influenza culturale) è soprattutto una battaglia culturale. Ma potrebbe essere controproducente, insiste Krastev: «Se la strategia europea dell’amministrazione Trump è quella di imporre un più stretto allineamento ideologico riducendo al contempo il sostegno economico e militare degli Stati Uniti, fallirà. I partiti di destra, non meno delle loro controparti centriste e liberali, sono consapevoli che in un panorama geopolitico sempre più instabile, i loro Paesi potrebbero dover cavarsela da soli. Di fronte a un mondo ostile, la destra europea potrebbe riscoprire – forse con riluttanza – la praticità di un distacco dell’Europa da un’America inaffidabile. In definitiva, l’effetto di Trump sull’Europa assomiglia per molti versi all’effetto di Mikhail Gorbaciov sul blocco orientale negli anni ’80. La Gorby-mania ha radicalmente rimodellato i regimi comunisti dell’Europa orientale e, nel processo, ha contribuito a far perdere a Mosca la sua sfera d’influenza».

Al momento, però, non sembra che questa sia la situazione in Europa. L’Unione europea dipende profondamente dagli Stati Uniti dal punto di vista economico e della difesa e non riuscirà a rendersi strategicamente autonoma nel breve termine.

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