L’anno della verità tra Stati Uniti e Unione europea, la crisi di una relazione da sempre sbilanciata

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Accordo sui dazi: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen stringe la mano al presidente Usa Donald Trump durante il loro incontro al campo da golf del tycoon a Turnberry, in Scozia, domenica 27 luglio 2025 (Ap)

A guardare indietro, da quando è cominciata la nostra newsletter questo è stato l’anno più interessante perché le relazioni transatlantiche come le conoscevamo sono state spazzate via, ma il rapporto Ue-Usa rimane più centrale che mai in economia come nella sicurezza.

Visto da Bruxelles

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non si stanca di ripetere che «il mondo come lo conoscevamo non c’è più», che «la pace di ieri è finita e non abbiamo tempo per abbandonarci alla nostalgia». Ma ripete anche che «gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato». Da parte loro, gli Stati Uniti riconoscono nella Strategia per la sicurezza nazionale l’importanza economica e culturale dell’Europa, come pure il fatto che l’alleanza degli Usa con gran parte del Vecchio continente abbia aiutato l’America. L’enfasi è sul far sì che «l’Europa rimanga europea»: «Non possiamo permetterci di mettere da parte l’Europa… sarebbe controproducente per gli obiettivi di questa strategia. Il nostro obiettivo dovrebbe essere aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria». Inoltre secondo una versione lunga della Strategia Usa, riportata dal sito Defense One ma negata dalla Casa Bianca, Washington dovrebbe  «sostenere i partiti, i movimenti e le figure intellettuali e culturali che invocano la sovranità e la preservazione/restauro dei tradizionali stili di vita europei… pur rimanendo filoamericani». Insomma, le forze di destra ed estrema destra euroscettiche che vogliono far esplodere l’Ue dall’interno e che al Parlamento europeo ora sono il terzo gruppo più numeroso (i Patrioti in cui siedono Lega, Fidesz e Rassemblement National), il quarto (l’Ecr del polacco Pis ma anche di Fratelli d’Italia) e l’ottavo (l’Europa delle Nazioni sovrane con la tedesca Afd).

Il minore interesse verso l’Europa e un maggiore interesse per quanto accade nell’Indo-Pacifico non è però una novità dell’amministrazione Trump. Già i suoi predecessori lo avevano teorizzato e la richiesta ai Paesi europei di spendere di più per la propria difesa nell’ambito della Nato comincia con l’amministrazione Obama. Ma stavolta è cambiato il linguaggio: è diventato violento e misto a disprezzo, dunque inequivocabile dall’altra parte dell’Atlantico anche per quei Paesi che finita la Guerra Fredda hanno visto negli Stati Uniti il loro punto di riferimento, come la Polonia o i Baltici, ma anche la Germania. Questo è stato il vero choc, venire trattati apertamente come «scrocconi» e «parassiti», in una rilettura della storia del secondo dopoguerra, quando sostenere l’Europa faceva comodo anche agli Usa nella spartizione del mondo tra le grandi superpotenze. L’Ue non è nata per «fregare» l’America ma per garantire la pace in Europa. Ora la Russia non è più un rivale sistemico per Washington e questo cambia tutto, a cominciare dal disimpegno in Ucraina. Mentre Mosca è diventata una minaccia concreta per l’Unione europea e per i Paesi sul confine orientale, che temono le mire espansionistiche russe. Ed è per questo che per la prima volta in decadi l’Ue ha cominciato a spendere seriamente per la propria difesa e i Paesi Ue che fanno parte della Nato hanno accettato, nel summit dell’Aja del giugno scorso, di alzare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035, come richiesto da Trump.

Tuttavia l’Unione non riesce ancora a elaborare una difesa comune, perché comporterebbe una cessione di sovranità da parte degli Stati membri, passaggio che i governi europei non sono ancora pronti a fare.

Il discorso pronunciato dal vicepresidente JD Vance nel febbraio scorso alla Conferenza di Monaco è stato lo spartiacque, il primo di una serie di choc per i leader del Vecchio Continente. Vance ha apertamente messo in discussione le premesse delle relazioni transatlantiche e  il ruolo degli Stati Uniti in Europa.La nuova strategia nazionale per la sicurezza degli Stati Uniti di poche settimane fa non ha fatto che confermare quello che ormai le capitali europee sapevano. I giorni in cui gli alleati potevano contare sugli Stati Uniti per il mantenimento dell’ordine mondiale sono finiti. E questo l’Europa lo ha capito ma non ha ancora le risorse per elaborare un piano B perché dipende dalla sicurezza fornita dagli Stati Uniti.

Il piano di riarmo al 2030 dell’Unione europea cerca di rispondere a questo, così come lo sforzo di sviluppare un’industria europea della difesa messo in campo con lo strumento di prestiti Safe. Piccoli tasselli importanti ma non sufficienti. Ci vorranno almeno una decina d’anni per essere pronti, purché l’Ue continui il riarmo senza battute d’arresto. E non tutti i Paesi sono a favore, i dubbi maggiori arrivano dal Sud lontano dal confine con la Russia.

Tutto però passa ormai dalla difesa. La guerra dei dazi di Donald Trump si è conclusa con un accordo sfavorevole nei confronti dell’Unione europea perché la trattativa non è mai stata solo commerciale, sul tavolo c’era anche il tema della sicurezza che gli Stati Uniti continuano a fornire all’interno della Nato.

Pur nelle difficoltà, è stato un anno in cui l’Ue ha fatto passi avanti perché ha saputo reagire unita: nella partita sui dazi gli Stati membri, anche quelli più vicini a Trump, hanno scelto l’Unione; sull’Ucraina l’Ue si è mantenuta compatta nonostante l’Ungheria e la Slovacchi; sulla difesa, cercando l’autonomia strategica più che in passato; nel confronto con le Big tech, difendendo le regole europee dagli assalti di Washington. Il margine di miglioramento è però amplissimo. Ma i processi decisionali dell’Ue restano lenti perché l’Unione europea non è una federazione e molte delle sue decisioni, specie in materia di politica estera e sicurezza, sono all’unanimità e i leader filorussi — l’ungherese Viktor Orbán, lo slovacco Robert Fico e il ceco Andrej Babiš — rappresentano un sasso che rischia sempre di bloccare l’ingranaggio.

Tuttavia l’Unione ha compiuto un primo passo importante quando il 12 dicembre il Consiglio dell’Ue, su proposta della Commissione europea, ha dichiarato l’emergenza economica, invocando l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea per aggirare il requisito dell’unanimità e prorogare il congelamento dei beni della Banca centrale russa detenuti in Europa a tempo indeterminato, finché Mosca pagherà le riparazioni all’Ucraina. Una mossa politicamente delicata ma che gli Stati membri hanno preso. Anche la decisione di finanziare Kiev per i prossimi due anni con 90 miliardi di euro provenienti da eurobond garantiti dal bilancio Ue — escluse Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca — rappresenta una svolta perché per la prima volta nella sua storia l’Unione europea ha deciso di fare debito comune per esigenze di politica estera con un’unanimità che non è una vera unanimità.

L’anno che inizia è denso di incognite. La prima riguarda la capacità e la volontà dell’Unione di riformarsi in vista di un possibile allargamento. E poi ci sono le sfide legate alla competitività. I leader europei ne discuteranno in un vertice apposta il 12 febbraio. L’Unione bancaria, l’Unione dei risparmi e degli investimenti, l’Unione dell’energia sono i tasselli mancanti per il completamento del mercato unico, che resta la vera forza dell’Unione europea anche se è ormai evidente che ha perso il suo «effetto Bruxelles» nel nuovo ordine globale in cui il multilateralismo fatica a imporsi.

Visto da Washington

«I contenuti non sono nuovi. Nessuno choc. Il tono, certo, poteva essere meno aspro», così commentava di recente a Washington un diplomatico di un Paese europeo, dopo la pubblicazione della Strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Intanto, ha fatto meno notizia della Strategia della Casa Bianca, ma il Congresso controllato dai repubblicani ha appena approvato il National Defense Authorization Act (Ndaa), la legge di autorizzazione per la difesa nazionale, che finanzia il Pentagono per l’anno fiscale 2026 garantendo a Trump i fondi che aveva chiesto (e anche qualcosa di più: 901 miliardi di dollari in totale) ma allo stesso tempo riaffermando la strategia pro-Nato e anti-russa e includendo misure che impongono all’amministrazione Usa di consultare il Congresso prima di prendere una serie di decisioni militari.

Il Ndaa cerca anche di limitare l’abilità dell’amministrazione Trumpdi ridurre in modo significativo i soldati Usa in Europa (sotto le 76 mila unità; oggi 85 mila) senza prima certificare al Congresso di aver consultato gli alleati della Nato e fatto valutazioni indipendenti sull’impatto per la sicurezza nazionale Usa e la deterrenza della Russia. La legge chiede che il capo del Comando europeo Usa resti anche Comandante supremo alleato in Europa (ruolo chiave nella Nato). E dopo che il Pentagono ha espresso il desiderio di tagliare il supporto per i Paesi Baltici, il Ndaa richiede che venga stabilita un’iniziativa di cooperazione per la sicurezza di quei Paesi (che però devono contribuire in egual misura con gli Usa) e altre iniziative tra Balcani e Polonia. Trump l’ha firmata prima di partire per la Florida dove resterà fino al 4 gennaio.

Un simile documento certo non può cambiare le priorità strategiche della Casa Bianca e non garantisce che l’amministrazione Trump non possa ritirarsi dall’Europa in futuro, ma crea condizioni politiche e legali in base alle quali i leader europei non sarebbero colti di sorpresa se il governo Usa si muovesse in quella direzione. Ma la legge approvata dal Congresso americano illustra come non tutti a Washington siano d’accordo con il disimpegno dall’Europa. Come ci diceva in una recente intervista Alexander Gray, ex capo dello staff del Consiglio di sicurezza nazionale di Trump nel suo primo mandato, «l’ala di politica estera dei repubblicani al Congresso non ha mai accettato la visione realista della politica estera di Trump. Probabilmente la maggioranza dei senatori repubblicani preferirebbero che il presidente avesse un approccio più simile a Bush». Lui sosteneva comunque che «di anno in anno eleggiamo più senatori repubblicani con idee simili a Trump, a J.D. Vance e meno a Mitch McConnell e Lindsey Graham: penso che sia questa la direzione del partito in politica estera».

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