Speranze di pace

di Daniele Madau

La tregua di Natale, dal fotogramma del film Joyeux Noël
Miterrand e Kohl mano nella mano

Faccio di parte di quella generazione fortunata, che non ha subito sulla propria pelle la guerra. Di quella generazione che ha conosciuto, invece, la caduta del muro di Berlino e il rafforzarsi dell’Unione Europea, la liberazione di Nelson Mandela, le strette di mano tra Regan e Gorbaciov, Arafat e Rabin; e che ha sentito la notizia della deposizione delle armi dell’Eta e dell’Ira.

Di una generazione, però, che ha assistito in diretta all’invasione del Kuwait e al massacro di Srebrenica, così come ha visto, in un pomeriggio di sole, degli aerei schiantarsi a New York sulle Torri Gemelle.

E’ così allora, come sempre: anche se in un determinato periodo storico sembra che la pace sia una compagna di vita che mai verrà a mancare, la guerra alligna tra i cuori come una mala pianta, come un’ombra che nessuna notte serena coprirà definitivamente con la sua quiete, e la sua pace.

Sembra, quindi, necessario armarsi, come ha ricordato Mattarella, ci si immagina con un grave peso sul cuore, ma con lucida consapevolezza:

Sappiamo bene che l’Unione ha alcuni problemi e molti avversari.

Soltanto l’Europa può preservare, e dare un futuro, a quelle conquiste che gli Stati hanno garantito per decenni con i loro ordinamenti. Sempre più numerosi sono i grandi problemi di questo nostro tempo che non possono essere governati, risolti dalla dimensione del singolo stato.

Neppure il più ricco, il più grande, il più forte militarmente tra i Paesi europei può avere la capacità, o la presunzione – di fare da solo in questo mondo che cambia.

Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale, in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali.

La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale.

E tuttavia, poche volte come ora, è necessario. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme, salvaguardia dello spazio condiviso di libertà e di benessere.

Sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili, qualunque sia la prospettiva con la quale affrontiamo il tema della protezione della libertà e dello sviluppo delle nostre società (dal discorso del 19 dicembre).

Anche papa Leone ha parlato di pace, affermando che ‘Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato’.

Non sappiamo se sia così. Sappiamo che coloro che devono trovare la luce nei propri cuori e nella propria mente per credere alla pace sono gli aggressori, non gli aggrediti e i mediatori che, verosimilmente, non desiderano altro.

Sappiamo che la pace è difficile, come le cose più preziose. Ma la pace è la cosa preziosa per eccellenza, e quindi è una fatica immane il poterla realizzare. Eppure, dopo le guerre mondiali, gli Stati si sono ritrovati in un consesso comune, l’Onu, dove ancora siedono Russia e Ucraina, Thalandia e Cambogia, Israele e Palestina. Eppure, presidenti di Stati un tempo nemici, come Francia e Germania, si sono stretti la mani e hanno contribuito a fondare l’Unione Europea: esiste la fotografia di Miterrand e Kolh mano nella mano, una delle immagini più forti del secondo dopoguerra

Quelle che allora, in questi giorni, è necessario coltivare, sono le speranze, le speranze di pace. Sono i giorni dedicati a questo, a quel sospiro del cuore che dà forza alla vita, che si chiama speranza e che si rianima a ogni nuovo inizio, che di una giornata, di un ennesimo tentativo di dialogo, di un nuovo anno. E’ forse solo un sogno, un desiderio irrealizzabile? Il nostro compito, umile e alto, è solo sperare, tendere verso il meglio, come da etimologia –spe, di origine indoeuropea. Oppure, potremmo guardare all’etimologia individuata da Isidoro di Siviglia, che indicava la radice nel termine pes-piede. La speranza – diceva – è così chiamata perché somiglia al piede che ti aiuta a camminare, a progredire, ad andare avanti. Allora avanti, in questo nuovo anno, con l’arma della speranza, ma senza dimenticare il passato, nelle sue cose belle. Come quella storia che tutti conosciamo, che, per com’è bella, sembra una favola, ma è stata realtà.

E allora, per raccontarla, chiudo come in una favola, con un c’era una volta o si dice che un tempo, durante la prima guerra mondiale, ci fu una tragua di Natale… buon anno!

Per tregua di Natale (in inglese Christmas truce; in tedesco Weihnachtsfrieden; in francese Trêve de Noël) si intende una serie di “cessate il fuoco” non ufficiali avvenuti nei giorni attorno al Natale del 1914 in varie zone del fronte occidentale durante la prima guerra mondiale.

Già nella settimana precedente il Natale, membri delle truppe tedesche e britanniche schierate sui lati opposti del fronte presero a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee, e occasionalmente singoli individui attraversarono le linee per portare doni ai soldati schierati dall’altro lato; nel corso della vigilia di Natale e del giorno stesso di Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche e britanniche (nonché, in misura minore, da unità francesi) lasciarono spontaneamente le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo e souvenir. Oltre a celebrare comuni cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti, i soldati dei due schieramenti intrattennero rapporti amichevoli tra di loro al punto di organizzare improvvisate partite di calcio (da Wikipedia)

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