‘Non sono arrabbiata con te’. Le ultime parole di Renee Good prima di essere uccisa. Come il testamento di una poetessa

di Daniele Madau

Il video dell’uccisione di Renee Good

Mentre Trump trattava di petrolio con il Venezuela, un agente dell’ Ice – una polizia federale che si occupa di lotta all’immigrazione irregolare- uccideva una donna a Minneapolis. E mentre tutto il mondo civile ancora si interroga sulla morte di Renee Good, Trump parla ancora di buisness con il Venezuela, lasciando al vicepresidente Vance il compito di difendere l’operato dell’agente.

Uccisa o giustiziata? O piuttosto freddata? Non stanchiamoci di porci domande, le domande evitano il sonno della ragione e della coscienza. Le immagini, intanto, sembrano dare una risposta precisa. Potremmo dire freddata, senza un motivo che sembri giustificare realmente la reazione dell’agente.

Dall’amministrazione Trump non e’ giunta nessuna reazione di consapevolezza della tragedia, nessun accenno a un’indagine che possa accertare realmente i fatti, nessun gesto che indichi una presa di coscienza della gravita’ del fatto: l’uccisione di una donna, in fin dei conti, quasi inerme. A bruciapelo.

Nessun senso del valore di una vita. Solo potere e senso degli affari. Questo emerge dai giorni successivi alla tragedia di Minneapolis.

Come sempre, nelle righe di questo giornale, si deve riflettere, con il necessario approccio razionale ed empatico allo stesso tempo. Con -nella mente e nel cuore- il diritto e il buon senso.

Abbiamo visto il video. Abbiamo visto le parole della donna che era con Renee, di Renee stessa, le risposte dell’agente, lei che mette in moto per andare via- non verso l’uomo dell’Ice- e quest’ultimo che, dopo averle urlato di scendere, spara ad altezza d’uomo, dentro l’abitacolo, per uccidere. Un agente di pubblica sicurezza dovrebbe sparare per uccidere solo in caso di pericolo di vita propria e altrui, e la proporzionalita’ della reazione rispetto all’azione e’ un principio che risponde al nostro buon senso,un principio di sacrosanta razionalita’.

Ma e’ la razionalita’ che sembra stia venendo meno, se, tre giorni dopo questo tragico evento, la premio Nobel per la pace Machado, dalla cui bocca stanno uscendo parole inaspettate e quasi azzardate, ha proposto di cedere il suo premio a Trump, mentre il presidente stesso- tra le altre cose- accenna a possibili azioni di forza per la Groenlandia.

E’ la razionalita’ che sta venendo meno. Insieme al diritto internazionale, al senso dell’importanza di una vita, al rispetto degli ordinamenti democratici e delle istituzioni, all’educazione rispetto alla volgarita’.

Dagli Stati Uniti all’Iran, si spara in strada, sulle persone che cercano di esercitare i propri diritti o, semplicemente, di vivere.

Non sappiamo se l’agente che ha ucciso Renee sara’ processato o no, o se, nel caso, sara’ giudicato colpevole. Non sappiamo neanche se, davvero, si sia sentito in pericolo. E’ un uomo anche lui.

Personalmente, so solo che, nelle ore successive, nessuna parola di pieta’, empatia, consapevolezza e’ venuta dai vertici Ice e dall’amministrazione presidenziale, per una vita cosi’ brutalmente persa. Questo sarebbe stato importante, avrebbe segnalato una coscienza, un avvertimento della gravita’ dell’evento, presupposti per la ricerca della giustizia.

Abbiamo sentito parlare, invece, di buisness e minacce a vari Stati. E’ molto indicativo: affari contro una vita che si spegne, minacce contro senso di giustizia, desiderio di potere contro un cuore, un’anima, una sensibilita’ che si accasciava sul sedile dopo che, le sue ultime parole, sono state: ‘Non sono arrabbiata con te’. Paradossalmente, quasi un ultimo messaggio di perdono inconsapevole, come il testamento di una martire, di una poetessa. Perche’ anche questo era Renee:

Ridatemi le mie sedie a dondolo,
tramonti solipsisti,
e suoni di giungla costiera che vibrano come terzine di cicale e pentametri delle zampe irsute degli scarafaggi.

Questi alcuni dei suoi versi.

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