di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Se pensavamo che il 2025 avesse messo a dura prova le relazioni transatlantiche è solo perché non avevamo ancora visto l’inizio del 2026. La volontà di Donald Trump di «acquisire» il controllo della Groenlandia in un modo o nell’altro — con i soldi o con la forza — è un nuovo banco di prova per la tenuta dei nervi delle cancellerie europee, consapevoli di non avere i mezzi per contrastare concretamente gli Stati Uniti, che sono il loro principale alleato nella Nato, l’Alleanza atlantica che dovrebbe garantire la loro sicurezza. Inutile illudersi, se Washington si vuole prendere Nuuk, per gli europei sarà estremamente difficile opporsi.
Come ormai accade da quando Trump è entrato alla Casa Bianca, tutte le questioni agli occhi degli europei riportano all’Ucraina. L’Unione europea ha bisogno del sostegno americano per far sedere la Russia al tavolo della pace con un accordo che sia accettabile per Kiev e che garantisca una «pace giusta e duratura». Ogni partita, dai dazi al Venezuela, passando dalla Groenlandia, vede gli europei timorosi di irritare Trump impegnato nei negoziati di pace.
Nelle scorse settimane sono proseguite le trattative tra ucraini, americani, europei e la Coalizione dei Volenterosi per arrivare a un piano di pace e a definire le garanzie di sicurezza da fornire a Kiev. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in un colloquio con il Corriere ed altri media europei, ha spiegato nel fine settimana che «a questo punto, le garanzie di sicurezza sul tavolo sono sostanziali, solide e ben definite».
Nel piano di pace in 20 punti limato da Washington e Kiev, come è emerso il 12 dicembre scorso, c’è anche l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue dal primo gennaio 2027. Una soluzione che ha suscitato grande scetticismo a Bruxelles, dove viene ripetuto che il processo di adesione è «basato sul merito» e che per accogliere Ucraina, Moldavia e i Balcani Occidentali, in attesa da anni, l’Ue deve prima riformare la propria governance per non paralizzarsi. Impresa non facile perché presuppone una modifica dei Trattati che è come aprire il vaso di Pandora. I Paesi Nordici sostengono con forza l’adesione di Kiev all’Ue e spingono per un processo accelerato. Ma l’allargamento prevede l’unanimità degli Stati membri e non è un mistero che l’Ungheria sia profondamente contraria ad aprire anche solo il primo capitolo negoziale con Kiev (figuriamoci il resto), e che tra i Ventisette ci siano numerosi dubbi per l’impatto che potrebbe avere l’ingresso di un Paese così popoloso sul bilancio Ue e su alcune politiche a cominciare dalla Politica agricola comune.
L’importanza geopolitica dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione cresce più ci si avvicina a un accordo di pace. E si sta facendo strada la consapevolezza che, una volta raggiunto il cessate il fuoco, lo slancio per far entrare l’Ucraina nell’Ue rischia di venire meno nelle opinioni pubbliche europee. Il ragionamento che comincia a circolare a Bruxelles è che, se Zelensky dovrà accettare e far accettare agli ucraini la rinuncia di alcuni territori nonostante le ingenti vite perdute per difenderli, dovrà essere compensato in un altro modo e questo potrebbe essere la promessa di entrare nell’Ue già dal prossimo anno. Come? Qui viene la parte difficile che richiederà creatività giuridica, perché Bruxelles dovrà riconsiderare l’intero processo di allargamento senza toccare i Trattati, dovendo decidere in fretta. Insomma, Bruxelles dovrà «modernizzare» il processo. Allo stesso tempo, però, Trump potrebbe “aiutare” l’Ue facendo pressing sui Paesi a lui vicini come l’Ungheria.
«La questione della futura adesione dell’Ucraina all’Ue dipende in larga parte dagli europei, e in realtà anche dagli americani», aveva detto Zelensky ai giornalisti a metà dicembre, aggiungendo che «se concordiamo un accordo che specifichi quando l’Ucraina diventerà membro dell’Ue, gli americani, in quanto parte di questo accordo, faranno tutto il possibile affinché il nostro percorso europeo non possa essere bloccato da altri in Europa su cui hanno influenza». A cominciare dal leader magiaro Viktor Orbán. Quando i leader europei hanno fatto visita alla Casa Bianca insieme a Zelensky lo scorso agosto (dopo il summit in Alaska tra Trump e Putin) hanno chiesto a Trump di chiamare il suo amico Viktor Orbán, secondo quanto scrisse allora l’agenzia Bloomberg – cosa che il presidente americano ha fatto immediatamente – spingendolo a convincere il premier ungherese ad abbandonare la sua opposizione all’ingresso dell’Ucraina nella Ue. Risultato: Orbán suggerì di ospitare i colloqui tra Putin e Zelensky a Budapest (un summit alla fine mai avvenuto). Il premier ungherese però ha continuato a dire che sull’ingresso di Kiev nella Ue non ha cambiato idea e suggerendo anzi che collegare le garanzie di sicurezza a Kiev con l’ingresso nell’Unione è pericoloso.
In un articolo dello scorso novembre, il direttore associato per l’Europa dell’Atlantic Council, James Batchik, suggeriva che Trump dovrebbe insistere nel pressing suOrbán. «Anche se ci vorrà molto tempo, l’ingresso dell’Ucraina nella Ue è nell’interesse Usa – e nell’interesse di Trump, poiché porterebbe avanti il suo obiettivo di pace duratura in Ucraina e contribuirebbe a facilitare gli accordi commerciali per gli Stati Uniti. L’integrazione dell’Ucraina nel mercato unico dell’Unione europea espanderebbe notevolmente il potenziale economico di Kiev. Gli investimenti americani in Ucraina attraverso il Fondo di investimenti Usa-Ucraina, trarrebbero probabilmente beneficio se Kiev ricevesse i benefici dell’essere membro della Ue in futuro. Inoltre i progressi dell’Ucraina nell’adesione alla Ue porterebbero alle riforme necessarie per rendere stabile il Paese e darebbero un chiaro segnale che l’Europa sta sostenendo il peso del supporto a Kiev, frequente richiesta da parte di Washington».
Tra le ipotesi allo studio a Bruxelles c’è quella di un accesso immediato ma a tappe e sempre condizionato al merito: un Paese potrebbe godere fin da subito dei vantaggi in proporzione ai progressi raggiunti e solo alla fine del processo ci sarebbe l’adesione piena su cui i Ventisette continuerebbero a decidere all’unanimità come previsto dai Trattati. Questo consentirebbe anche far entrare subito non solo l’Ucraina, ma anche la Moldavia e i Balcani occidentali in proporzione alle riforme attuate. L’Albania e il Montenegro, ad esempio, che sono a uno stadio più avanzato di riforme, vedrebbero aperte la maggior parte delle porte, ovvero dei programmi e dei fondi europei. Il processo tuttavia sarebbe reversibile in caso di passi indietro.
Adesso, invece, durante i negoziati di adesione, il Paese candidato si prepara ad attuare le leggi e le norme dell’Ue. Nel corso dei negoziati, la Commissione monitora i progressi compiuti dal Paese candidato in merito alle riforme e informa il Consiglio e il Parlamento europeo attraverso relazioni e comunicazioni periodiche. Una volta conclusi i negoziati, la Commissione formula un parere sulla preparazione del Paese a diventare uno Stato membro e raccomanda o meno l’adesione che dovrà essere approvata all’unanimità dagli Stati membri. Si tratta di un processo che dura molti anni.
La soluzione allo studio a Bruxelles, e che non si è ancora concretizzata, darebbe anche più tempo all’Unione di riformarsi, perché comunque un’Ue con oltre 30 Stati membri dovrà cambiare il modo in cui funziona e ci vorrà tempo per mettere d’accordo i Ventisette. Per ora in una parte degli Stati membri sembra prevalere lo scetticismo di fronte a un altro allargamento, dopo l’esperienza del 2004 e quanto sta accadendo con Budapest. Ma le pressioni degli Stati Uniti insieme al nuovo scenario geopolitico potrebbero far cambiare atteggiamento a diverse capitali. Alla fine, come sosteneva Jean Monnet, «l’Europa si farà nelle crisi, e sarà la somma delle soluzioni adottate per tali crisi»