La Groenlandia e la «sovranità inventariale»

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Afp)

In una recente intervista con noi pubblicata sul Corriere della sera, l’ex ambasciatrice Usa in Danimarca durante il primo mandato di Trump, Carla Sands, ci ha detto a proposito della determinazione del presidente ad annettere la Groenlandia: «Non è compito degli Stati Uniti difendere un territorio che non è il proprio».

Aldo Civico, un lettore e antropologo della Columbia University, ci ha scritto per darci la sua lettura delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia: «Vanno lette non come una provocazione diplomatica, ma come il segnale di una trasformazione più profonda dell’idea di sovranità. Quando afferma che ciò che conta è la proprietà — perché “psicologicamente necessaria al successo” (come ha detto a proposito della Groenlandia in una intervista con il New York Times ndr) — Trump non parla solo di strategia: descrive un modo di concepire il potere. Trump non chiede di governare la Groenlandia. Vuole possederla. Come quando ha definito Gaza “un grande sito immobiliare”, il territorio viene ridotto a oggetto. In questo passaggio, la sovranità smette di essere una relazione fondata su consenso, diritto e responsabilità condivise, e diventa un atto di appropriazione. In questa visione, possedere conta più che governare. La proprietà promette controllo e rassicurazione; la relazione, invece, implica incertezza e limite. È qui che emerge ciò che possiamo chiamare una sovranità inventariale: una forma di potere che non crea uno spazio comune, ma accumula; non amministra, ma cataloga; non istituisce un ordine, ma trasforma il mondo in un elenco di beni».

In realtà Sands si è detta convinta che i danesi abbiano fatto una sorta di lavaggio del cervello ai groenlandesi, in assenza del quale questi ultimi sceglierebbero gli Stati Uniti, poiché possono offrire di più al futuro degli abitanti dell’isola. Pur sottolineando che non può parlare per il presidente, Sands sembra considerare più probabile, come forma di governo per la Groenlandia, il cosiddetto Compact of Free Association che vige tra gli Usa da una parte e Micronesia e isole Marshall e Palau dall’altra, e che richiederebbe l’indipendenza della Groenlandia dalla Danimarca. «I groenlandesi non hanno la capacità di governarsi da soli, hanno meno di 60 mila persone su una massa territoriale pari un terzo degli Stati Uniti. È più di quanto un gruppo di persone delle dimensioni degli abitanti di un paesino possa governare, gestire, sviluppare e difendere. Hanno bisogno di un grosso amico e gli Stati Uniti sono certamente in grado. E se ci fosse un COFA, ciò significherebbe che i groenlandesi possono eleggere i loro leader, fare le loro leggi, e gli Stati Uniti si assicurerebbero che siano al sicuro. Godrebbero della protezione dell’esercito Usa, gli Usa metterebbero un perimetro intorno alla Groenlandia. Ci sarebbe uno scudo di competenze e anche uno scudo difensivo intorno alla regione». Il governo americano, ha aggiunto l’ex ambasciatrice, favorirebbe lo sviluppo delle infrastrutture e con i suoi veicoli finanziari garantirebbe gli investimenti privati in un posto rischioso come questo a causa del clima rigido e della carenza di manodopera.

Jonathan Karl, capo corrispondente di Abc News da Washington che ha più volte intervistato Trump anche prima che entrasse in politica (il suo ultimo libro appena uscito si intitola Retribution perché in campagna elettorale il presidente promise ai suoi elettori che avrebbe portato loro giustizia e «retribution», cioè «vendetta») ci ha detto nei giorni scorsi: «Io trovo tuttora assurda l’idea che gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Groenlandia con la forza. Ma certamente sembra determinato a rivendicare il territorio per gli Usa, e non importa chi gli dice che non sia necessario o che sia sconsiderato». Karl afferma che è in parte un po’ sorprendente il recente uso della forza militare all’estero da parte di Trump, visto che nel primo mandato si era «mostrato più vicino al campo isolazionista che a quello del suo stesso partito repubblicano da Reagan in poi»; ma allo stesso tempo, il giornalista nota che Trump vuole «flettere i muscoli e poi tirarsi fuori. L’operazione venezuelana è stata rapidissima. Ora dice gestiremo il Venezuela, ma lo sta facendo davvero? No, quello che sta facendo è lasciare l’intero governo di Maduro al suo posto e far pressione su di loro perché si pieghino alla volontà dell’America, ma non ci sono americani sul terreno che prendano in carico il Venezuela. Anche in Iran (contro i siti nucleari ndr) è stato un intervento rapidissimo. E anche se ha parlato di trasformare Gaza in una Riviera, non vuole nessun reale coinvolgimento americano. Sì, può sorprendere vedere alcune delle cose che sta facendo, ma è tuttora limitato. E questo è il motivo per cui, secondo me, non manderà un’operazione militare per prendere la Groenlandia. Ma di certo gli piace parlarne».

Di sicuro Trump ha gettato lo scompiglio in Europa e la minaccia di nuovi dazi del 10% sugli otto Paesi Ue che concretamente hanno dimostrato solidarietà a Copenaghen e a Nuuk inviando soldati nell’ambito di una esercitazione militare organizzata dal governo danese sull’isola artica hanno dato concretezza — se mai ce ne fosse stato bisogno — alle minacce americane. La narrativa del presidente Trump e sei suoi uomini non trova riscontro in Danimarca. Copenaghen continua a ricordare l’intesa del 1951 che dà già ampi margini di manovra ai militari americani sull’isola. Inoltre i sondaggi dicono che i groenlandesi non vogliono passare da un “protettorato” a un altro e gli Stati Uniti non sono visti positivamente. Influisce anche l’atteggiamento che hanno avuto verso i nativi americani, a cui i groenlandesi prestano molta attenzione.

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