di Aldo Carioli ( per ‘L’aula di Lettere’)
In occasione della ‘Giornata della Memoria’ , ricordiamo l’origine del ternine ‘genocidio’, che rispose all’esigenza di dare un nome all’eliminazione sistematica di un popolo. Nonostante l’oblio che ha progressivamente avvolto il giurista Lemkin, anche nei suoi ultimi anni di vita, la parola da lui introdotta ha cambiato la storia del Novecento ed è tuttora al centro di numerosi dibattiti.

È una parola strettamente legata alla storia del Novecento e senza la Shoah non esisterebbe. Ma è tornata di grande attualità, tra le polemiche, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 contro Israele (oltre 1.200 morti e circa 200 ostaggi sequestrati) e dopo la violentissima reazione del governo e dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza (oltre 70 000 morti a dicembre 2025). La parola di cui parliamo è «genocidio» e dietro alla sua nascita c’è la storia di un personaggio semidimenticato: Raphael Lemkin (1900-1959). Lemkin era un giurista, ma prima ancora era un uomo che dedicò la propria vita a definire, per poterlo denunciare e far perseguire, un crimine contro l’umanità che il mondo cercava ostinatamente di non vedere.
Come scrive Girolamo De Michele nel recente libro Il profeta insistente (Neri Pozza), la riflessione di Lemkin è animata da un’urgenza solitaria, quella di un intellettuale che intuì, prima di ogni altro, che la distruzione di un popolo non può restare una semplice atrocità senza statuto giuridico, una generica «barbarie». «Il genocidio è un crimine senza nome», scrive Lemkin, ed è proprio questa assenza di linguaggio che permette alla violenza di ripetersi. «Il genocidio», annota ancora nell’autobiografia, «è così facile da commettere perché la gente non vuole crederci finché non accade davvero».
Una biografia frammentaria
Lemkin era certo che soltanto una convenzione internazionale che definisse chiaramente quelle azioni, e che fosse riconosciuta da tutti i Paesi del mondo, avrebbe potuto fare giustizia ed evitare un altro Olocausto. Per capire come arrivò a questa conclusione bisogna risalire il corso della sua esistenza.
Prima ancora della Shoah, la sua vita era già stata segnata dalla distruzione. Lemkin era nato il 24 giugno del 1900 a Wołkowysk, una terra di confini incerti: allora Impero russo, in seguito Polonia, oggi Bielorussia. Tra il 1914 e il primo dopoguerra, la fattoria dei Lemkin venne bombardata due volte, nel 1915 e durante la ritirata tedesca del 1918. Di quegli anni restano solo frammenti biografici: studi conclusi in modo irregolare, la morte del fratello Samuel, una possibile partecipazione a gruppi partigiani giovanili.
L’autobiografia incompiuta di Lemkin, spiega De Michele nel suo libro, lascia ampie lacune, come se la guerra avesse cancellato non solo le case, ma anche le tracce biografiche. Il giovane Lemkin frequentò ambienti ebraici attraversati da tensioni ideologiche profonde: sionismo, socialismo, fedeltà incerta al nuovo Stato polacco. Non sappiamo dove si collocassero davvero le sue simpatie. Sappiamo però che visse in prima persona, da ebreo, l’instabilità politica e morale di un’Europa orientale attraversata da nazionalismo, antisemitismo e violenza.
Anche il suo percorso accademico appare accidentato: un oscuro caso di certificazione militare falsa lo portò a una temporanea espulsione dall’Università di Cracovia, poi ridotta a semplice ammonizione, prima del trasferimento a Leopoli (oggi in Ucraina). È un Lemkin fragile, irregolare, lontano dall’immagine di un granitico studioso capace di trasformare in legge la materia incandescente della Storia recente.
Intuizione e tenacia
Questa esperienza di perdita e incertezza non è soltanto un antefatto biografico. È la matrice profonda del suo pensiero. Quando Lemkin scrive che «la distruzione di una nazione non è solo l’uccisione dei suoi membri, ma l’annientamento della sua cultura, della sua lingua, della sua memoria», sta parlando anche della propria giovinezza, segnata da ciò che scompare senza lasciare traccia. La Shoah portò questa intuizione al suo punto estremo: Lemkin perse 49 membri della sua famiglia, ma trasformerà il lutto in una battaglia giuridica combattuta anche per loro. Nel giugno del 1942 Lemkin tentò di contattare il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt per denunciare lo sterminio degli ebrei in atto in Europa. La Casa Bianca rispose al suo memorandum con una lettera in cui si chiedeva «pazienza».
Non era il momento di sottoscrivere trattati, insomma, c’era una guerra mondiale in corso. Nei suoi appunti Lemkin replica stizzito: «“Pazienza” è una buona parola per quando ci si aspetta un appuntamento, uno stanziamento di bilancio o la costruzione di una strada. Ma quando la corda è già attorno al collo della vittima e lo strangolamento è imminente, la parola “pazienza” non è un insulto alla ragione e alla natura?».
«Nei mesi in cui gli balena in mente l’idea di coniare “il nome della cosa”», scrive De Michele, «Lemkin esperisce un aspetto storico dei genocidi che la modernità non ha risolto: la capacità di voltare la testa dall’altra parte, di distogliere l’attenzione dal Male, fosse pure quello assoluto; la scoperta, che Hannah Arendt avrebbe fatto presenziando al processo ad Adolf Eichmann, che la facoltà di giudizio può assopirsi, per interesse o abitudine».
Con Axis Rule in Occupied Europe – il suo saggio fondamentale, pubblicato alla fine del 1944 – definì con il nome di genocidio gli atti criminali che saranno contestati ai gerarchi nazisti durante il Processo di Norimberga. Lo fa in un breve capitolo, intitolato Genocide. A New Term and New Conception for Destruction of Nations. «Questa nuova parola, coniata per indicare una vecchia pratica nel suo sviluppo moderno, è composta dall’antica parola greca genos [γένος] (razza, tribù) e dal latino caedēs (uccisione). […] È una parola nuova, ma il male che descrive è vecchio. È vecchio quanto la storia dell’umanità. Era necessario, tuttavia, coniare questa nuova parola perché l’accumulo di questo male e i suoi devastanti effetti hanno raggiunto una forza estrema ai nostri giorni. Nuove parole vengono sempre create quando un fenomeno sociale colpisce la nostra coscienza con grande forza».
Segue una sintetica definizione del genocidio: « […] Un piano coordinato di diverse azioni volte alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita dei gruppi nazionali, con lo scopo di annientare i gruppi stessi. Gli obiettivi di tale piano sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e dell’esistenza economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui appartenenti a tali gruppi».
«Quello stesso Lemkin che si era chiesto come sintetizzare in un memorandum di una sola pagina la sua proposta al presidente Roosevelt, riesce a condensare in sedici pagine una teoria giuridico-politica elaborata in almeno vent’anni di riflessione», commenta De Michele.
Il potere delle parole
La parola “genocidio”, nata dalle macerie di una guerra e di una vita tormentata, è sopravvissuta all’oblio del suo ideatore e allora come oggi solleva una domanda: chi ha il potere di nominare il dolore, di definire un crimine contro l’umanità?
Il profilo delle azioni genocidiarie è cambiato nel tempo, ma nel diritto internazionale resta, per chi quel diritto accetta e rispetta, sostanzialmente quello delineato da Lemkin. Le sue posizioni, però, non furono esenti da ambiguità. Nell’indice per una storia del genocidio che non portò mai a termine, Lemkin elenca molti massacri, antichi e moderni, che corrispondono alla sua definizione di genocidio: dalla distruzione di Cartagine da parte dei Romani (146 a.C.) alle deportazioni, alle persecuzioni e alle uccisioni di massa organizzate dai nazionalisti turchi contro gli Armeni tra il 1915 e il 1923; dai milioni di morti provocati dallo sfruttamento nel Congo Belga ottocentesco al genocidio dei nativi americani da parte degli Stati Uniti; dalla cancellazione della civiltà azteca per mano dei conquistadores spagnoli (XVI secolo) allo sterminio degli Herero, nell’attuale Namibia, da parte delle truppe coloniale tedesche (1904-1908).
Tuttavia Lemkin rifiutò, nel 1951, mentre negli Stati Uniti cresceva il movimento per i diritti civili, di sottoscrivere la petizione We Charge Genocide, nella quale il Civil Rights Congress denunciava all’Onu linciaggi, segregazione e violenza sistematica come forme di genocidio contro la popolazione afroamericana. Lemkin prese le distanze perché riteneva che applicare il termine in quel contesto significasse confondere genocidio e discriminazione. Come suggerisce De Michele, ogni innovatore è pur sempre figlio del suo tempo, ma soprattutto Lemkin temeva che un uso troppo estensivo del termine «genocidio» potesse indebolire la forza giuridica della Convenzione sul genocidio del 1948. Una posizione controversa, oggi, ma ancora sostenuta da molti.
Lemkin non intendeva scalfire la solidità di quella Convezione, approvata a fatica dopo oltre un ventennio di lotte e ricerche, ormai pietra miliare del diritto internazionale e della difesa dei diritti umani, nonché la principale fonte del diritto in materia. Gli restavano da vivere circa 10 anni. Anni che Lemkin trascorse in povertà e solitudine, senza una famiglia intorno e privo di riconoscimenti, totalmente assorbito dalla sua missione fino alla scomparsa, avvenuta a New York il 28 agosto 1959.