«Gli europei hanno capito che è possibile resistere a Trump?»: il dibattito tra gli esperti americani dopo la Groenlandia

di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Fiona Hill, ex consigliera di politica estera di Trump nel primo mandato

Fino a che punto l’Europa ha cambiato approccio nei confronti degli Stati Uniti dopo il caso Groenlandia è un tema dibattuto dagli esperti di politica estera americani. Ovviamente lo è anche in Europa, perché la marcia indietro del presidente Trump non ha permesso di mettere davvero alla prova i ventisette Stati membri. Ma una cosa vanno ripetendo i diplomatici europei: «Nel momento in cui Trump ha minacciato dazi aggiuntivi su alcuni Paesi europei per le esercitazioni compiute in Groenlandia da uno sparuto numero di militari, è stato chiaro che non si trattava solo di tariffe e di commercio ma si trattava piuttosto della sovranità di uno Stato membro e dunque dovevamo essere molto uniti». Le parole sono più o meno queste, pronunciate dai diplomatici sia di grandi Paesi sia di Paesi più piccoli dell’Unione. La sovranità nazionale e quella europea si sono rinsaldate e hanno imposto una reazione ferma, non senza traumi per i Paesi con una forte tradizione transatlantica.

Tuttavia, i Ventisette non hanno ancora definito del tutto la loro strategia e i messaggi restano talvolta contraddittori. La rivoluzione Trump sta imponendo all’Unione europea un ripensamento su tutti i settori se vuole raggiungere l’indipendenza strategica e questa è la parte più difficile. Un primo test sarà il ritiro dei leader Ue di giovedì al castello di Alden Biesen per discutere di competitività. Dunque è particolarmente interessante la lettura che viene data Oltreoceano alla presunta svolta europea.

Abbiamo seguito una tavola rotonda presso il Brooklings Institution, uno dei più prestigiosi think tank di Washington: c’erano Fiona Hill, ex consigliera del primo mandato di Trump (è tornata di recente di attualità una sua affermazione passata: ovvero che nel 2019 la Russia indicò agli Usa che avrebbe potuto rinunciare all’appoggio per Maduro in cambio del via libera sull’Ucraina), Philip Gordon e Thomas Wright, ex consiglieri dell’amministrazione Biden, e Constanze Stelzenmüller, esperta di rapporti tra Europa e Stati Uniti. Tutti a quattro naturalmente sono profondamente critici dell’attuale politica estera Usa per quanto riguarda i rapporti transatlantici, ma l’aspetto più interessante è la loro percezione di quale possa essere la risposta europea.

Quando il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance l’anno scorso prese parola alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e criticò duramente i politici europei sull’immigrazione e la libertà di espressione, il suo discorso lasciò sotto choc il pubblico e segnò l’inizio dei dubbi sui rapporti transatlantici che ci hanno accompagnato per tutto l’anno fino  all’escalation con il «caso Groenlandia». Alla Conferenza di Monaco, che inizia questo venerdì,non è atteso stavolta Vance, ma il segretario di Stato Marco Rubio insieme a una delegazione del Congresso. Gordon ha menzionato come, agli occhi degli europei, Rubio venga visto come più rassicurante rispetto a Vance o Witkoff e come il responsabile delle correzioni di rotta nel piano di pace per l’Ucraina (rispetto alla prima versione nettamente pro-russa), ma Stelzenmüller ha ricordato che è dal dipartimento di Stato, guidato proprio da Rubio, che è stata messa nero su bianco la recente strategia di sicurezza nazionale che riguarda anche l’alleanza con l’Europa.

Gordon crede che nei giorni scorsi sia cambiato qualcosa, non solo rispetto al primo mandato di Trump, quando i leader europei «pensavano che si potesse andare avanti comunque, che c’erano adulti nella stanza, che Trump non sarebbe durato per sempre» ma anche rispetto al primo anno del secondo mandato in cui «hanno cercato quanto più possibile di credere che Trump alla fine appoggerà l’Europa, l’Ucraina e la Nato, al punto di accettare un accordo commerciale sbilanciato pur di tenere a bordo gli Stati Uniti». «Con la Groenlandia si è oltrepassata la linea — ha detto l’ex assistente di Biden e consigliere di sicurezza nazionale della vicepresidente Kamala Harris — e anche se Trump a Davos ha fatto marcia indietro sull’idea dell’uso della forza per prendersela, non si può dimenticare quello che è successo e tornare a tre settimane prima.Penso che gli europei abbiano concluso che qualcosa è cambiato in modo fondamentale e Carney (il premier canadese nel suo ormai celebre discorso,ndr) lo ha articolato nel modo migliore». Sulla Groenlandia, Hill ha notato che a spingere Trump ad una marcia indietro c’è stato anche il fatto che tra i repubblicani al Congresso non c’era alcun entusiasmo per un’annessione o un’invasione. Stelzenmüller ha invece accennato al fatto che non ha aiutato a dissuadere Trump l’incontro con il segretario generale della Nato Mark Rutte nello Studio Ovale: l’anno scorso aveva definito la Groenlandia un problema nazionale, anziché un problema dell’alleanza atlantica. Ma per Gordon la marcia indietro di Trump è stata dettata soprattutto dai rischi per i mercati, legati alle possibili misure europee. A suo parere, «gli europei hanno scoperto di non essere disposti a cedere, hanno capito che è possibile resistere.Quindi entriamo in un territorio nuovo». 

Hill ha osservato che anche i fatti di politica interna americana pesano nell’opinione degli europei. L’uccisione a Minneapolis di due cittadini americani che si opponevano alle retate degli agenti federali anti-immigrazione «mostra come gli Stati Uniti, che parlano di libertà di espressione in altri Paesi, stanno facendo cose piuttosto terribili, comportandosi come i Paesi che hanno criticato. Questo è uno choc per molti europei».

Stelzenmüller, in un suo recente viaggio in Europa, ha preso nota del fatto che tutti i meccanismi con cui gli europei pensavano di poter rispondere a Trump sono crollati: a suo parere, hanno capito che devono muoversi più in fretta per sviluppare una propria deterrenza e indipendenza strategica e anche i tedeschi che in passato erano più restii all’integrazione adesso stanno cambiando tono sul rapporto Draghi. In un incontro con i leader europei, un alleato Usa le ha detto: «Stavamo pianificando di garantire la sicurezza europea senza gli Stati Uniti… Ma se dovessimo pianificare di garantirla contro gli Stati Uniti?».

Non crede però in una vera svolta imminente da parte degli europei Thomas Wright, che era assistente speciale di Biden e direttore per la pianificazione strategica del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca: in controtendenza con alcuni colleghi, ha sostenuto che «i governi europei stanno ancora seguendo la strategia dell’anno scorso, cioè farsi in quattro per cercare di accontentare il presidente Trump, in gran parte perché sono terrorizzati dalla minaccia russa, non hanno un piano B e hanno paura di quello che potrebbe fare Trump in caso di escalation. Dopo la Groenlandia, penso che sappiano bene che devono mostrare di avere una spina dorsale, se Trump va troppo oltre, anche se non lo dicono troppo apertamente. Cercano di comunicare le loro linee rosse, ma penso che per lo più cerchino di continuare a indicare pubblicamente che è tutto a posto — il che dimostra quanto sia negativa la situazione dietro le quinte».

Ad una domanda su quali leader europei stiano gestendo Trump nel modo migliore, Hill ha replicato che i leader scandinavi e baltici con il loro approccio «tranquillo e disciplinato possono essere molto efficaci», mentre Gordon ha osservato che «l’appeasement di cui è diventato un simbolo Rutte, oppure Meloni e il finlandese Stubb che cercano di dialogare… sono approcci che non funzionano. L’idea che questi rapporti personali possano tradursi in concessioni politiche non sembra si stia realizzando… sulla base di quanto accaduto finora. I rapporti possono garantirti un incontro con Trump che non esploda come quello con Zelensky, ma non concessioni durature».

Gli esperti del Brookings Institution hanno sottolineato anche le implicazioni di tutto ciò per l’Ucraina. Gordon, in particolare, ha messo in dubbio l’affidabilità di garanzie di sicurezza statunitensi per Kiev. «Vengono definite garanzie di sicurezza tipo-Nato, ma in quel caso c’è un trattato ratificato dal Senato americano, ci sono truppe schierate in postazioni avanzate, ci sono ottant’anni di credibilità. In questo caso la garanzia sarebbe basata semplicemente sulla promessa di appoggio da parte di Trump».

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora