di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Kiev entra nel quinto anno di guerra e il timore a Bruxelles è che i sentimenti di sostegno all’Ucraina — se mai sono stati intensi — si affievoliscano e le opinioni pubbliche si distraggano. Per questo oggi la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, insieme a un nutrito gruppo di leader Ue, sono in visita ufficiale a Kiev. Inoltre il Parlamento europeo oggi si riunisce in un’assemblea plenaria straordinaria convocata dalla presidente Roberta Metsola, durante la quale si collegherà il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Iniziative nobili, ma l’Ue si presenta a Kiev a mani vuote proprio nel momento politicamente più delicato, con gli Stati Uniti che chiaramente si stanno disimpegnando dal punto di vista finanziario e militare nonostante la pace non sia a portata di mano. Ormai da quando Donald Trump è alla Casa Bianca lo sforzo finanziario è praticamente sulle spalle dell’Europa e a tendere lo sarà anche il sostegno militare nonostante l’Unione speri nella collaborazione degli Usa.
La riunione di oggi a Kiev della Coalizione dei Volenterosi serve a ribadire l’impegno dei 35 Paesi partecipanti a fianco dell’Ucraina: l’obiettivo è creare le condizioni per una pace solida e duratura che garantisca la sicurezza di Kiev e dell’Europa. I leader lavorano per fornire all’Ucraina solide garanzie di sicurezza ma senza il contributo statunitense le soluzioni sembrano castelli di carta. Intanto però l’Europa, nel suo complesso, ha finora dato quasi 200 miliardi di aiuti a Kiev ed è pronta a parole a fare di più salvo poi essere smentita nei fatti come sta accadendo per il prestito da 90 miliardi. Le celebrazioni di oggi mettono in evidenza con forza, dunque, i limiti dell’azione europea: ieri i ministri degli Esteri dei Ventisette non sono riusciti ad approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca per il veto di Budapest e Bratislava che pretendono che prima sia ripristinato l’oleodotto Druzhba, danneggiato dai russi il mese scorso, per tornare a ricevere il petrolio a basso costo (Ungheria e Slovacchia godono di esenzioni dalle regole e dalle sanzioni Ue). Ma von der Leyen e Costa non hanno nemmeno l’assegno da 90 miliardi — in realtà sono previste più tranche — del prestito concordato dai leader Ue in dicembre perché l’Ungheria ha messo il veto: serve l’unanimità per modificare le regole del bilancio Ue affinché Bruxelles possa finanziare un Paese terzo. Per gli altri Ventisei questa intesa era implicita nell’accordo di dicembre ma Budapest non la pensa così. Il leader Viktor Orbán si conferma spina nel fianco dell’Ue. Prima di iniziare il viaggio per Kiev António Costa,in una lettera scritta, ha invitato «con forza» Orbán a rispettare i patti, visto che il prestito per Kiev è frutto di un accordo all’unanimità.
Costa ha avvertito che così viene meno il principio di leale collaborazione tra Paesi. Il leader magiaro ha risposto accusando Bruxelles e Kiev di «ingerenze» nel voto ungherese. «Mi auguro che l’Ungheria cambi idea. Mi auguro che si possa arrivare a una soluzione che permetta all’Europa di aiutare un Paese che è stato attaccato e che noi continuiamo a difendere, cioè difendere la libertà», ha commentato ieri a margine del Consiglio Affari esteri il ministro Antonio Tajani, aggiungendo che «questo non significa che non vogliamo la pace, anzi, siamo fortemente impegnati per costruire la pace. L’Italia è assolutamente favorevole sia alle sanzioni contro i russi sia al dialogo». «Speriamo che dopo le elezioni si arrivi a una soluzione» ha detto il ministro riferendosi all’appuntamento elettorale in Ungheria che si svolgerà il 12 aprile e per il quale la premier Giorgia Meloni ha fatto campagna a favore di Orbán, accettando di apparire in un video con leader dell’estrema destra europea tra cui Alice Weidel di Alternativa per la Germania (AfD). Aprile però potrebbe essere troppo tardi perché Kiev ha bisogno dei soldi entro marzo altrimenti rischia il default.
Orbán è in campagna elettorale e usa in modo strumentale la sua opposizione a Bruxelles e a Kiev. Del resto per la prima volta da quando è al potere, i sondaggi non danno Orbán in testa. Il leader magiaro ha chiesto e ottenuto anche l’endorsement degli Stati Uniti. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio, dopo aver partecipato alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco, si è recato a Budapest e Bratislava. «Per quanto possa essere amaro riconoscerlo, Bruxelles e i principali Paesi europei si stanno preparando a una guerra contro la Russia», ha attaccato Orbán, aggiungendo che «le conseguenze saranno imprevedibili, ma è facile capire che l’Ungheria non può che perdere in un conflitto del genere, come dimostra chiaramente la nostra esperienza militare storica». Ma Budapest sta anche bloccando l’iter di adesione dell’Ucraina all’Ue non consentendo di aprire il primo capitolo negoziale. E su questo c’è chi spera che possa giocare a favore la moral suasion di Trump, che tra i punti del piano di pace ha contemplato su richiesta di Kiev anche l’ingresso dell’Ucraina all’Ue.