di Francesca Basso e Viviana Mazza
Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.
Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Oggi partiamo da quanto ci ha detto la scorsa settimana nel corso di un’intervista Steven Everts, direttore dello Euiss, lo European Union Institute for Security Studies, l’agenzia dell’Ue che analizza le questioni di politica estera, sicurezza e difesa : «Trump domina il nostro pensiero: è la prima persona a cui pensiamo al mattino e l’ultima prima di dormire. Non credo che questo sia sempre il modo migliore di ragionare». L’intervista era sulla guerra in Iran e il ruolo dell’Unione europea. Everts spiegava che dal momento in cui è partito l’attacco, gli europei hanno iniziato a discutere di due questioni: «È una guerra legale o illegale? Si possono prendere le distanze da Trump oppure no?».
E in effetti questo dibattito ha dominato il confronto politico nei giorni scorsi a Bruxelles e in Italia. «Il problema — osservava Everts — è che ogni ora che l’Europa passa a discutere di questi temi, su cui siamo molto divisi e su cui non troveremo presto unità, è un’ora in cui non discutiamo di ciò su cui potremmo invece essere d’accordo: cosa fare concretamente. Ad esempio: come dovrebbe essere l’iniziativa diplomatica? Quali asset militari possiamo mettere a disposizione per garantire la sicurezza della navigazione? Queste sono domande pratiche. Le altre sono più questioni di principio o di posizionamento politico. Sappiamo tutti che in Europa esiste una gamma di opinioni su come rapportarsi a Trump. Questo è tornato evidente e sui social ognuno accusa l’altro di essere pazzo, pacifista ingenuo o guerrafondaio».
Everts auspica che «gli europei riescano a uscire da questa dinamica, perché non è né utile né produttiva. Capisco chi pensa che la guerra sia illegale e che l’Europa debba dirlo chiaramente — ci ha detto —. Ma bisogna riconoscere che nell’Unione esiste anche un gruppo che non è d’accordo. Quindi dobbiamo trovare un modo per andare avanti e, invece di discutere continuamente degli aspetti legali o di quanto ci piaccia o meno Trump, dovremmo concentrarci sugli interessi europei».
Ecco il punto: gli interessi europei. Su questo deve basarsi la politica estera dell’Ue. Lo ha spiegato ieri la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel suo intervento alla conferenza degli ambasciatori dell’Ue 2026. Bisogna tenere presente che secondo i Trattati la politica estera non è competenza della presidente della Commissione, bensì del presidente del Consiglio europeo (António Costa interverrà oggi) e dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, che ieri ha fatto un discorso che non lasciava intravedere una nuova visione. Eppure von der Leyen starebbe lavorando alla nuova Strategia europea per la Sicurezza non da sola ma con Kallas e il servizio diplomatico dell’Ue.
Per la presidente della Commissione «i tentativi di etichettare il mondo di oggi mascherano due realtà tangibili e strutturali, molto più importanti per l’Europa. La prima è che l’Europa non può più essere la custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che è scomparso e non tornerà. Difenderemo e sosterremo sempre il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire con i nostri alleati — ha detto — ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi o presumere che le sue regole ci proteggeranno dalle complesse minacce che ci troviamo ad affrontare». È un invito ad adattarsi al nuovo mondo: «Dobbiamo costruire il nostro percorso europeo e trovare nuove modalità di cooperazione con i partner».
La seconda realtà con cui si deve fronteggiare l’Ue è il modo in cui la politica estera europea viene «concepita e attuata»: «Dobbiamo riflettere urgentemente se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale – tutti concepiti in un mondo postbellico di stabilità e multilateralismo – abbiano tenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito – con tutti i suoi tentativi, benintenzionati, di consenso e compromesso – sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attori geopolitici», ha detto von der Leyen agli ambasciatori. La presidente della Commissione ritiene che serva «una politica estera più realistica e orientata agli interessi» e realizzabile da parte dell’Ue. «Dobbiamo essere pronti a proiettare il nostro potere in modo più assertivo – ha proseguito -. Ad esempio, contrastando aggressioni e interferenze straniere con tutti i nostri strumenti, siano essi economici o diplomatici, tecnologici o militari». Parole queste ultime che sembrano in contrasto con l’atteggiamento poco assertivo tenuto finora nei confronti degli Stati Uniti di Donald Trump, fatta eccezione forse per le pretese americane sulla Groenlandia.
Per il resto la paura di dispiacere a Big Donald in Europa è prevalsa. A cosa porterà questo sussulto di orgoglio? Probabilemente a partorire un topolino come ormai succede spesso. «Per perseguire la pace nel mondo di oggi, l’Europa deve essere in grado di proiettare la propria potenza: dissuadere, contrastare e accrescere la propria influenza». ha detto von der Leyen. In pratica «dobbiamo investire nei mezzi per proteggere il nostro territorio, la nostra economia, la nostra democrazia e il nostro stile di vita. Questo sarà al centro della nostra nuova Strategia Europea per la Sicurezza». E qui la teoria diventa più fumosa: «Dobbiamo integrare le considerazioni sulla sicurezza in tutte le nostre risorse e politiche. Di fatto, la sicurezza deve diventare il principio organizzativo della nostra azione. Questa deve essere la mentalità predefinita, dalla difesa ai dati, dall’industria alle infrastrutture, dalla tecnologia al commercio».
Von der Leyen ha aperto a nuovi formati che di fatto bypassano l’unanimità richiesta all’Ue per muoversi su difesa e politica estera. «Quando i formati tradizionali si bloccano — ha spiegato — dobbiamo cercare modi creativi per affrontare le crisi più gravi dei nostri tempi». Ovvero «formati innovativi per la diplomazia, che si tratti di Quartetti, Gruppi di contatto o iniziative regionali». Ci troviamo dunque «in tempi di cambiamenti radicali» che obbligano l’Ue a trasformarsi e a perseguire «una politica estera che sia un pilastro fondamentale dell’indipendenza europea, che protegga i nostri interessi e promuova i nostri valori. Non con nostalgia, o piangendo il vecchio mondo, ma plasmando quello nuovo».
Al momento, però, l’Unione europea sta faticando sia a far sentire la propria voce nei negoziati di pace per l’Ucraina, sia in Medio Oriente. Von der Leyen ha suonato la sveglia ma non è chiaro quanto gli Stati membri siano pronti ad avanzare nel cantiere della rivoluzione della diplomazia europea.