di Daniele Madau

A pochi giorni dal referendum sulla giustizia- che tanto ha coinvolto e infiammato gli animi- è necessaria, più che mai, una riflessione finale. Chi scrive ha una sua idea, una chiara intenzione di voto, che probabilmente emergerà, ma qui si vuole fornire un quadro conclusivo del periodo di campagna referendaria il piu possibile oggettivo, che possa servire a chi legge, e anche all’autore.
Son talmente tanti gli spunti che, forse, sarebbe meglio schematizzarli. Punto primo. Ho in mente sia le ultime consultazioni referendarie italiane che quelli di altri Stati, come la Svizzera: in questa, i quesiti degli ultimi anni hanno riguardto ancora temi generali-come la sanità pubblica- che noi abbiamo già affrontato in passato. In Italia, invece, le uniche volte in cui si sono si è sottoposta a giudizio una categoria precisa, questa ha riguardato o la classe politica- con la variante del sindacato- o i giudici. Una volta i cacciatori. Potrei essere stato poco precisio nella conta, ma il dato mi sembra comunque significativo. Il potere politico e quello giudiziario sembrano rappresentare un elemento da correggere continuamente, da riformare, nel tentativo-perenne- di renderli finalmente efficienti. Tra l’altro, non mi sembra che sia stato ricordato da qualcuno, gli italiano si sono già espressi sulla separazione delle carriere dei magistrati, parte fondamentale del quesito referendario del prossimo fine settimana: precisamente, il 21 maggio del 2000 e, incredibilmente-dato il poco tempo trascorso che, comunque, è riuscito a cancellarne il ricordo- il 12 giugno del 2022. In entrambi in casi, la separazione delle carriere non è stata votata dagli italiani che quindi, in maniera puramente teorica, si sarebbero già espressi con chiarezza.
Punto secondo. Giusto per avere un’idea chiara di cosa voteremo con questo referendum confermativo – in quanto il Parlamento non ha aprrovato la legge costituzionale con il voto favorevole di almeno i 3/4 dei componenti – senza necessità di quorum- ecco il quesito: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?”. Ed ecco, in sintesi, quali norme verrebbero modificate e in che modo:
Separazione delle carriere: l’attuale assetto costituzionale prevede la separazione dei magistrati in due tipologie, i giudici – che pronunciano le sentenze – e i pubblici ministeri – che conducono le indagini e rappresentano l’accusa. Con la riforma Cartabia (2022) è stata prevista la possibilità di cambiare carriera una sola volta, entro i primi 9 anni dall’entrata in servizio, passando da giudici a pubblici ministeri e viceversa. In caso di approvazione della riforma Nordio, non sarà più possibile cambiare funzione, neanche una volta: i magistrati dovranno decidere all’inizio della propria carriera se essere giudici o pubblici ministeri.
Due Consigli superiori della magistratura: oggi la Costituzione prevede un solo Csm, organo composto da 33 membri presieduto dal capo dello Stato. La sua funzione principale è quella di vigilare sul corretto operato di tutti i magistrati, siano essi giudici o pubblici ministeri. Il nuovo articolo 87, in caso di approvazione della riforma, prevede che il capo dello Stato vada a presiedere due distinti Csm, quello giudicante e quello requirente, due nuovi organi che sostituiranno l’attuale Csm unico. In sostanza, si sancisce la separazione delle carriere anche al vertice dell’autogoverno delle toghe.
Il sorteggio per entrare nei due Csm: inoltre, con la modifica dell’articolo 104, cambia il sistema di selezione per entrare nei due Consigli, i cui componenti non verranno più eletti ma estratti a sorte, da elenchi predisposti dal Parlamento per i laici, con un’elezione pura per i togati.
L’Alta Corte disciplinare: la riforma interviene anche sull’articolo 105 della Costituzione con la nascita di un’Alta Corte disciplinare, organo composto da 15 membri, in parte “laici” e in parte magistrati, selezionati tramite nomina e sorteggio.
Gli animi con cui si va a votare non sono, tuttavia, sereni. Mi sembra di poter dire come sia innegabile il fatto che, dopo tangentopoli e con l’avvento di Berlusconi, il centro destra abbia sistematicamente attaccato il potere giudiziario, senza -sostanzialmente- una motivazione vera che possa giustificare l’idea di complotto o di invasioni di campo della magistratura. Al netto di singoli eventi di malagiustizia (come esistono, a esempio, quelli di malasanità o malascuola), l’unico grande episodio di sistema giudiziario deviato è stato quello del caso Palamara che – in sinergia malevola con la politica- tentava di pilotare nomine di grande rilevanza. Eppure si arriverà al 22 marzo dopo un’estenuante serie di attacchi e di tentativi di difesa, che hanno reso il referendum più politico che mai, con la creazione di schieramenti a favore o contro la magistrastura. Nel 2000 e nel 2022 non è stato così, semplicemente perché al governo vi era il centro sinistra. Tutto questo è molto indicativo di come il referendum sia diventato politico. E ciò è avvenuto mentre il contesto nazionale e internazionale- con le guerre e le conseguenti crisi finanziarie- preme con un’urgenza che richiederebbe il massimo dell’attenzione e delle energie.
Si potrebbe facilmente obiettare che la giustizia riguarda tutti noi, in maniera profonda e costante, per la durata di un’intera esistenza e richiede, quindi, anch’essa la massima considerazione. Non potrei, a questo riguardo, aggiungere nulla in più a quanto scritto da Milena Gabanelli nella sua ultima ‘Data room’ del ‘Corriere della Sera’ : numeri alla mano, ha indicato l’insussistenza della teoria secondo la quale la carriera unificata di giudici e pubblici ministeri impedisca che il primo vada contro il secondo. Nel 50% dei casi i giudici vanno contro le richieste dei pubblici ministeri. Ha inoltre fatto emergere l’anomalia di un unico potere-quello giudiziario- che, a causa della formazione dell’Alta corte disciplinare, perderebbe l’autogoverno. Antonio Polito, sullo stesso autorevole quotidiano, ha invece indicato nella carriera unificata la causa dei numerosi rinvii a giudizio rispetto ai pochi proscioglimenti nelle indagini preliminari: per lui, i giudici non vorrebbe andare contro il castello probatorio costruito dal suo ‘collega’.
Nella riforma sottoposta a giudizio referendario, inoltre, vedrebbe la perfetta attuazione dell’articolo 111 della Costituzione, dove si parla espressamente di ‘giudice terzo e imparziale’.
Sulla prima osservazione, si rammenta quasi un pregiudizio nei confronti dei giudici, una sorta di determinismo giuridico che presenta tutti i giudici come non autonomi e capaci di giudizio nei confronti dei pubblici ministeri: e questa sembra davvero una posizione, anche scientificamente, inaccettabile. Esisteranno giudici non onesti e non autonomi, come, al contrario, giudici saggi, autonomi e precisamente terzi, come in tutte le categorie. Tuttavia, proprio sul giudice terzo richiamato, appunto, dall’articolo 111 della Costituzione, effettivamente, la riforma potrebbe dare piena attuazione a questo dettato, e cancellerebbe ogni residuo dubbio di connivenza che, come visto, emerge. Senza nessuna certezza, però, di un effettivo risultato di un cento per cento di giudici onesti: dato questo, come per ogni categoria, inarrivabile.
Punto terzo. Una riforma costituzionale è un’occasione rara e preziosa di unità. In questo caso, ciò che si è ottenuto è stata una divisione: forte, lacerante, quasi insanabile. La proposta di riforma è stata portata avanti contro i diretti interessati e a colpi di maggioranza. La nostra Repubblica è stata segnata da momenti di estrema diffficoltà, in cui le forze politiche si sono sapute unire. Senza pensare alla Costituente, basti ricordare il compromesso storico che costò la vita a Moro (siamo nei giorni in cui si commemora il rapimento e l’uccisione) o l’elezione di Scalfaro all’indomani dell’attentato di Capaci.
Questa legge costituzionale, con successiva campagna referendaria e votazione, come ha lasciato, e lascerà il paese: unito?Più forte?Coeso nella divisione dei poteri e nell’autogoverno di ognuno?E la giustizia avrà ricadute effettive sulla nostra vita, in termini di efficacia, efficienza, certezza della pena, lunghezza dei processi, rapporto cittadino-giustizia, fiducia nella magistratura?O piuttosto, non segue un’ideologia, come testimonierebbero i toni e le premesse, il contesto che ha portato al testo del quesito, per esprimersi proprio con i temini di Antonio Polito?
A ognuno la risposta e la scelta nel segreto dell’urna. Quindi, informarsi, riflettere e votare. Se vincerà il NO, ci saranno ricadute politiche e una manifestazione di fiducia nella giustizia. Se vincerà il Sì, il governo si rafforzerà e la magistratura dovrà mettersi in discussione, collaborando per i decreti attuativi. Se ci sarà una grande affluenza, assisteremo, in ogni caso, a un grande momento democratico e popolare, di cui accettare il risultato.