Un anno dopo Turnberry: così Trump ha regalato consenso alla Cina

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

Benvenuti alla newsletter Europe Matters, un doppio sguardo su come l’Europa e gli Stati Uniti siano legati oggi più che mai. Una sintesi di ciò che unisce le due sponde dell’Atlantico o che le allontana, con al centro l’Italia e le ricadute per il nostro Paese.

Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump stringe la mano al presidente cinese Xi Jinping nella Grande Sala del Popolo a Pechino il 14 maggio 2026 (Afp)

Il 27 luglio di un anno fa veniva siglato in Scozia con una stretta di mano tra Ursula von der Leyen e Donald Trump l’accordo sui dazi tra Ue e Stati Uniti, a vantaggio di Washington e a scapito dell’Europa, entrato pienamente in vigore solo il 1° luglio scorso. L’accordo di Turnberry può essere letto come il prezzo geopolitico che l’Europa ha accettato di pagare pur di preservare il rapporto di sicurezza con Washington. Lo disse chiaramente Sabine Weyand, all’epoca direttrice generale per il commercio e la sicurezza economica della Commissione europea, passata alla cronaca per non essersi fatta fotografare con il pollice alzato nella foto di gruppo con Trump dopo l’intesa in Scozia.

«Se non mi avete sentito pronunciare la parola “negoziato”, è perché non si è trattato di una negoziazione», affermò lo scorso agosto durante una conferenza in Austria. Weyand descrisse così il prezzo geopolitico che l’Europa accettò per la propria sicurezza. «Non c’è stato alcuno scambio di richieste o offerte» proseguì Weyand, aggiungendo che «la parte europea era sottoposta a un’enorme pressione per trovare rapidamente una soluzione che stabilizzasse le relazioni transatlantiche, soprattutto per quanto riguarda le garanzie di sicurezza». Tanta franchezza non è stata premiata e da settembre Weyand insegnerà all’Istituto universitario europeo di Firenze.

L’accordo sui dazi ha dato la cifra stilistica delle nuove relazioni transatlantiche, con la minaccia usata come metodo per trattare con gli alleati. Le pretese sulla Groenlandia nel gennaio scorso, territorio autonomo che fa parte del Regno di Danimarca, uno dei 27 Stati Ue, sono solo una declinazione sul tema. Risultato: la maggior parte delle opinioni pubbliche europee preferisce ora la Cina agli Stati Uniti, come ha certificato a metà luglio il Pew Research Center con un sondaggio condotto su 36 Paesi. Ma non sono le uniche. Anche i Paesi confinanti con gli Stati Uniti – canadesi e messicani – vedono la Cina in modo più positivo rispetto agli Stati Uniti. Washington raccoglie più fiducia rispetto a Pechino solo in sei Paesi, di cui quattro nella regione Asia-Pacifico: India, Giappone, Filippine e Corea del Sud. Gli altri due sono la Polonia (vicina al confine con la Russia) e Israele. 

In Italia il 51% ha un’opinione positiva della Cina e solo il 31% ce l’ha degli Stati Uniti, in Spagna il rapporto è 54% a 30%, in Francia 36% a 27%, in Germania 33% a 27%, in Olanda 34% a 25%, in Grecia 55% a 37%, nel Regno Unito 46% a 41%. Il fatto che la Cina stia minacciando di conquistare quote di mercato a livello globale a scapito dell’industria europea preoccupa meno l’opinione pubblica di quanto non impensieriscano le dichiarazioni di Trump. Eppure a giugno, il surplus commerciale della Cina con l’Ue ha raggiunto un livello record: è aumentato del 27% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Mentre l’Ue vanta ancora un surplus commerciale con gli Stati Uniti, anche se si sta riducendo in seguito all’accordo sui dazi.

Dal sondaggio emerge che se lo scorso anno, con l’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump, la percezione globale degli Stati Uniti era peggiorata, sebbene la maggior parte delle persone continuasse ad avere un’opinione più positiva degli Usa rispetto alla Cina, quest’anno la situazione è cambiata: «Negli ultimi anni, l’opinione sulla Cina è migliorata — scrive il Pew Research Center — mentre quella sugli Stati Uniti è peggiorata, al punto che nella maggior parte dei 36 Paesi presi in esame la Cina è ora vista in modo più positivo rispetto agli Stati Uniti». Inoltre, prosegue il centro studi statunitense, nella seconda metà della presidenza di Joe Biden, la fiducia nei suoi confronti era superiore a quella riposta nel presidente cinese Xi Jinping nella maggior parte dei Paesi oggetto dell’indagine, sebbene il gradimento di Biden sia diminuito in molti luoghi tra il 2023 e il 2024. «Durante i primi due anni del secondo mandato di Trump, l’indice di gradimento del presidente statunitense è peggiorato significativamente — sottolinea il report —. Sebbene molte persone nutrano ancora sfiducia in Xi, le opinioni positive nei suoi confronti si sono diffuse maggiormente e, in generale, un numero maggiore di persone dichiara di avere fiducia in Xi piuttosto che in Trump». E questo fa più effetto se si considera che è maggiore il numero degli intervistati che afferma che il governo statunitense rispetta le libertà personali dei propri cittadini rispetto a quanti affermano lo stesso del governo cinese.

La fiducia sia in Trump che in Xi è generalmente bassa. Tuttavia, in molti dei 36 Paesi intervistati, la popolazione ha un’opinione più favorevole di Xi. Nei Paesi europei, ad esempio, nessuno dei due leader ottiene un indice di gradimento maggioritario, ma le opinioni su Xi tendono ad essere più favorevoli di quelle su Trump. In Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Regno Unito, Xi è in vantaggio su Trump di oltre dieci punti percentuali, sebbene il suo indice di gradimento più alto sia solo del 37% nel Regno Unito. Trump tiene in Ungheria con il 44% delle preferenze sul 36% di Xi e in Polonia con il 29% contro il 17%.

La contraddizione è stata messa bene in evidenza da Edward Luce sul Financial Times: «Anche nell’America di Trump, il mondo sa che le persone sono molto più libere che in Cina di esprimere le proprie opinioni e praticare la propria fede. Ma gli americani sono governati in modo più competente? L’America è più stabile della Cina? È difficile rispondere affermativamente a entrambe le domande. Prendiamo ad esempio l’operazione Epic Fury di Trump contro l’Iran, un’operazione che si è protratta a fasi alterne. Oltre ad essere la guerra più impopolare degli Stati Uniti in patria da quando esistono i sondaggi — più di quella in Iraq e in Vietnam, nonostante le perdite americane siano state di gran lunga inferiori — ha alienato tutti gli amici e gli alleati dell’America, compresi altri populisti occidentali». 

Nei Paesi in via di sviluppo la Cina sta vincendo sugli Stati Uniti grazie alla sua industria. «Con l’espansione delle aziende cinesi, il Paese viene sempre più associato a prodotti e servizi che semplificano la vita quotidiana — osservano Lizzi C. Lee ed Eric Olander in “How China Is Winning Friends and Influencing People. Private Companies Are Making Beijing Look Good in the Developing World”, pubblicato su Foreign Affairs —. Quando i prodotti, i servizi e le infrastrutture di un Paese diventano onnipresenti, iniziano a plasmare la percezione che le persone hanno di competenza, modernità e possibilità. Questo è stato vero per oltre mezzo secolo, durante il quale i prodotti americani hanno dominato il mercato. Oggi, questa tendenza è ancora più marcata, dato che i marchi cinesi stanno diventando la scelta predefinita per miliardi di consumatori». Nel 2025, la Cina ha esportato beni per un valore di circa 1.600 miliardi di dollari verso le economie in via di sviluppo, circa il 50% in più rispetto alle esportazioni verso Stati Uniti ed Europa occidentale messe insieme.

L’Ue, invasa da prodotti cinesi a basso costo, sta cercando di difendersi con dazi, indagini antisovvenzioni, controlli sulla sicurezza dei dati e restrizioni agli investimenti. Ma la reputazione di Pechino non sembra risentirne. C’è un altro fattore che gioca contro gli Stati Uniti a favore della Cina: l’intelligenza artificiale. «I modelli cinesi sono per lo più economici e open source, anche se le loro capacità sono spesso inferiori. Quelli americani sono costosi e chiusi. Per la prima volta da generazioni, la tecnologia statunitense non ha la certezza del dominio. Non può nemmeno contare sull’ammirazione», conclude Edward Luce. E questo pone l’Europa di fronte a una scelta esistenziale perché Bruxelles è «dipendente da Paesi terzi per queste tecnologie cruciali», ha spiegato la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue per la Sovranità tecnologica Henna Virkkunen al Financial Times in un’intervista: le capacità legate all’intelligenza artificiale «sono oggi risorse davvero strategiche ed è per questo che è così importante per noi costruire la nostra sovranità tecnologica». Le restrizioni all’esportazione sui modelli di punta di Anthropic per motivi di sicurezza imposte in giugno da Washington  sono lì a ricordarlo.

Un anno dopo quella stretta di mano di Turnberry, il vero successo americano non è stato dunque consolidare la leadership occidentale ma incrinare parte del capitale di fiducia costruito dagli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni. E quel vuoto, sempre più spesso, viene riempito dalla Cina.

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