di Daniele Madau

Siamo tutti stati in carcere con lei, uno dei più duri al mondo, quello di Evin, Teheran, in quei giorni tra fine dicembre 2024 e inizio gennaio 2025. Quando è stata liberata, il mondo ci è sembrato-per una volta- più giusto e più bello, e abbiamo riscoperto la bellezza del gioire come nazione, tutti insieme, senza divisioni, per lei. L’incontro di oggi è davvero emozionante: con Cecilia Sala, in Sardegna per la presentazione del suo libro, ‘I figli dell’odio’, (Mondadori-Strade Blu)
Gli incontri sono organizzati dal Club Jane Austen Sardegna, in un 2026 in cui ha realizzato sedici laboratori dei circoli letterari, dieci percorsi dedicati a Grazia Deledda tra scuole e festival e le ‘Anteprime’ del ‘Festival Dicembre Letterario’ per le quali ha invitato la giornalista . Con ‘I figli dell’odio’ Cecilia Sala ci presenta tre tappe di un viaggio negli scenari più complessi, e tragici, del mondo: Israele, Palestina, Iran . Qui incontra ragazzi israeliani cresciuti negli insediamenti della Cisgiordania, giovani palestinesi, coetanei iraniani: vite diverse, spesso separate da distanze politiche e umane enormi, accomunate dall’essere nate dentro conflitti decisi prima di loro.
Israele, Palestina, Iran. Sala attraversa tre luoghi nei quali la Storia entra presto nelle biografie e sceglie di guardarli attraverso chi sta diventando adulto adesso. Ragazzi israeliani cresciuti negli insediamenti della Cisgiordania, giovani palestinesi, coetanei iraniani: vite diverse, spesso separate da distanze politiche e umane enormi, accomunate dall’essere nate dentro conflitti decisi prima di loro.
È qui che ‘I figli dell’odio’ trova la sua domanda più scomoda: quanto di ciò che pensiamo appartiene davvero a noi e quanto abbiamo ricevuto in eredità? «Cecilia Sala porta alle Anteprime una cosa che per noi conta molto: la possibilità di capire il presente attraverso le persone che lo stanno vivendo – spiega Giuditta Sireus, direttrice artistica e manager culturale –. ‘I figli dell’odio’ parla di geopolitica, ma ci mette davanti soprattutto una generazione. Ragazzi che stanno costruendo la propria identità dentro conflitti ricevuti in eredità. Il giornalismo di Cecilia riesce ad avvicinarci a quelle vite mantenendo intatta la complessità. È esattamente il tipo di incontro che cerchiamo: una voce competente, un tema che riguarda il nostro tempo e molte domande da portarsi dietro».
Innanzitutto, Cecilia, benvenuta in Sardegna. Vorrei partire dal taglio del suo libro, che-in una sua parte- mette in luce un paradosso, una sorta di discrasia: quella di nuove generazioni delle zone più problematiche del Medio Oriente che, invece di rappresentare un segno di speranza, hanno assorbito l’odio delle generazioni precedenti, così da diventare ‘figli dell’odio’: può spiegare questa scelta?
Credo sia una scelta naturale. Nel libro non ci sono solo ragazzi, ci sono anche anziani e vecchi, ma mi è venuto naturale guardare soprattutto a quelli un po’ più giovani perché mi colpisce di più il pensare a cosa fanno loro. Perché, appunto, incarnano il futuro e mostrano dove stanno andando le società israeliana, palestinese e iraniana. A me piace vedere nelle nuove generazioni i buoni del contesto in cui si trovano, ma non sempre è così: i giovani rappresentano il futuro ma non è detto che il futuro ci piaccia più del presente e del passato. E nel caso israeliano i giovani rappresentano la parte più incattivita della società, quella più estremista. Per un giovane isrealiano, nella media, essere contro la nascita di uno stato palestinese è assolutamente normale, mentre non era così per i loro genitori.
Vorrei andare ora verso la parte finale del libro, quella che descrive i giorni di Evin: proprio l’ultima pagina mi sembra che presenti come un segno di speranza, e cioè l’incontro con quel gatto rosso che è stato per lei l’unico contatto con qualcosa di vivo. Prendendolo come simbolo, cosa rappresenta, allora-tra tutto ciò che ha visto e raccontato-la speranza per il futuro, visto che non per forza questa è incarnata dalle nuove generazioni? Aggiungo che proprio ieri è scaduta la tregua di sessanta giorni tra Usa e Iran, così da aprire un nuovo elemento di incertezza
Più che un segno di speranza, però, quello era un segno di tenerezza, di dolcezza, in un contesto di durezza, come quello raccontato dal libro, soprattutto in quelle pagine. Noi siamo giornalisti che viaggiano per il mondo, spesso in contesti difficilissimi e abbiamo il dovere di essere trasparenti e onesti, e di dire la verità: perciò, sinceramente, in Israele e in ciò che resta dello Stato palestinese è difficile scorgere segni di speranza. In realtà-e questo potrebbe apparire non scontato dato il nostro discorso- i maggiori segni di speranza li vedo in Iran, dove i giovani sono già preponderanti e, a grandissima maggioranza, detestano la Repubblica islamica. Questo non vuol dire che la fine del regime sia facile o imminente: è un regime armato sino ai denti che non si fa scrupolo di sparare sulla folla, come abbiamo visto coi massacri di gennaio. In prospettiva, però, l’Iran sarà fatto dai giovani iraniani, dato che-come detto- loro sono già la maggioranza oggi, e sono molto diversi dalle barbe lunghe e dai turbanti che siamo abituati ad associare a quel Paese. Rispetto ai sessanta giorni, anche qui di speranza ce n’è poca, nel senso che Trump ha avuto fretta di annunciare qualcosa, e quel ‘qualcosa’ era un preaccordo sui sessanta giorni molto vago- tanto che non si può ora chiamare neanche di tregua- affinché tutti potessero rivendicare un po’ quello che pareva a loro. Gli iraniani dire di avere il controllo di Hormuz, gli americani potessero negare questo; tanto di dettagliato non c’era niente in quei punti. Il risultato di quegli accordi molto vaghi, perciò, è che ognuno ha fatto e agito come voleva, da solo, negando, di fatto, gli accordi stessi. Trump, come suo solito, minaccia ma torna indietro rispetto alle minacce stesse; fortunatamente, potremmo anche dire da un certo punto di vista. E’ evidente, però, che ogni volta che si ripete questo suo avanti e indietro, perde credibilità e perciò è difficile che riesca a imporre al regime iraniano condizioni accettabili per gli Stati Uniti. Per questo io penso che Hormuz sia destinato a non tornare più alle attività di prima, libero, aperto e sicuro. L’instabilità sarà la nuova norma, con un contesto non di particolare intensità della guerra, come quello che c’era a marzo, ma con una situazione non più simile a quella del 28 febbraio, di un’ora prima che cominciasse la guerra: Trump, quella, non sarà più in grado di ripristinarla.
Una domanda personale, soprattutto per i giovani, tra i protagonisti del suo libro e per quelli che la seguono e che saranno presenti anche agli incontri in Sardegna: da dove nasce il desiderio del giornalismo?
Da adolescente. Al liceo ho iniziato a leggere reportage di Fallaci e Sciascia, scritti di mostri sacri che trovavo e respiravo in casa. Mi sembrava molto affascinante come lavoro. In realtà, poi, uno scopre che il giornalismo è molto diverso da quello che si poteva immaginare da adolescente; però è stato lì, in quegli anni, il momento in cui ho desiderato di intraprenderlo.
In ultimo, una considerazione sulla posizione geopolitica dell’Italia, sulla sua postura e le sue scelte di fronte ai complessi scenari internazionali
A me sembra che , a esempio, sulla questione russo-ucraina abbiamo una posizione chiara, che è sopravvissuta a governi diversi, di sostegno all’Ucraina: poi, è chiaro che non siamo un Paese fondamentale o cruciale per la difesa dell’Ucraina, da un punto di vista anche materiale. Sugli Usa e Trump, a me sembra che più o meno tutti nel mondo, anche quelli che appartengono alla stessa fazione politica del presidente americano, come il nostro governo, si siano progressivamente resi conto che non conviene stare con lui: fa crollare i sondaggi, non piace agli stranieri-perché bistratta in maniera clamorosa anche gli alleati- e gli stessi repubblicani americani si stanno accorgendo che non conviene più neanche a loro stare con lui. In Europa, poi, dove Trump è disprezzato, a nessun politico conviene mantenere un’immagine di vicinanza col presidente americano. Il quale, del resto, è destinato a uscire malissimo anche dalle prossime elezioni di midterm