‘Dio è gratis, il prossimo costa. Il Vangelo di De André e Pasolini ‘. Incontro con Alfredo Franchini, e con due ‘vite corsare’ del ‘900

di Daniele Madau

E’ in libreria la nuova edizione del libro di Alfredo Franchini (Arcana, pp. 191)

Dopo il successo della prima edizione, è in libreria, rinnovato nella grafica e arricchito nei contenuti, ‘Dio è gratis, il prossimo costa. Il Vangelo di De André e Pasolini ‘, Edizioni Arcana. E’ un piacere, allora, incontrare nuovamente l’autore, Alfredo Franchini, già giornalista della ‘Nuova Sardegna’, scrittore, caro amico di Fabrizio De André e, ormai, anche di ‘La Riflessione’. Con lui abbiamo nuovamente ripercorso aluni aspetti delle loro ‘vite corsare’, come da immagine dell’autore in apertura del saggio

Alfredo, per questa nuova edizione, è stato pù importante il successo della prima o la tua esigenza di ampliarne il contenuto? In realtà, immagino entrambe le cose. Puoi presentare in cosa differisce il nuovo testo ora in libreria dal primo?

Le differenze riguardano, principalmente, la prefazione e gli ultimi capitoli. Per la prefazione, tengo a sottolineare come il professor Macrì, Professore Ordinario di Diritto e Religione e Diritto Ecclesiastico presso l’università di Salerno, abbia sottolineato la funzione civile della religione; in senso inverso però, noi, potremmo pensare anche alla grande funzione religiosa e spirituale che hanno avuto le parole di De André e Pasolini. Nel capitolo ‘Cicaleggiocrazia’, uno dei due aggiunti nella parte finale, vi è una denunzia di un’epoca in cui comincia a venire a mancare lo spirito critico e l’informazione diviene sempre più veloce e si specializza nel costruire mostri, come nel caso dell’efferato delitto del Circeo, del 1975-anno della morte di Pasolini-, che analizzo. Sempre nello stesso capitolo, che spiega l’avvio verso la normalizzazione degli anni ’70, dopo le gravi tensioni sociali, presento due differenti punti di vista nei confronti di questa nuova società: quello apocalittico di Salò dell’ultimo Pier Paolo, e quello più ottimista di Bertolucci, con gli scontri che ne conseguono appianati, incredibile a dirlo, da una partita di calcio.

Dopo la rilettura del tuo libro, le mie domande sono aumentate. Tu che hai conosciuto a fondo Faber e che, ora, sei entrato in profondità nel mondo di Pasolini, perché, pur avendo un animo così aperto alla sacralità della vita, si son fermati ‘al di qua’ della fede? Facendo un ulteriore, ultimo passo e, per citare Pasolini – che avrebbe voluto girare un film su San Paolo-, diventando davvero come l’apostolo delle genti, ogni loro dubbio si sarebbe sciolto: avrebbero forse tradito sé stessi?

Posso dire che a loro non interessava vivere la fede in maniera, per così dire, teorica. Per citare le parole di Fabrizio, che riporto nel libro, a loro interessava la compassione, per De André un termine bellissimo che, purtroppo, la religione aveva sostituito con solidarietà, sostantivo che faceva venir meno tutto l’aspetto spirituale.

L’omologazione che tanto Pasolini avversava, ha portato anche alle lotte degli anni ’70, a un livello di istruzione maggiore, a fare dell’Italia un membro del G8. Come mai, allora, tanta avversione al contesto culturale dei suo tempi, tanto da parlare di genocidio? Tu presenti il concetto di ‘sviluppo senza progresso’: è questa la chiave? Forse per raggiungere quei traguardi, abbiamo pagato un prezzo troppo alto?

Gli anni ’70 ci hanno regalato il dirittto di famiglia e lo statuto dei lavoratori. Erano, però, degli anni controversi, caratterizzati da una normalizzazione, seguita alle brigate rosse e al terrorismo, e poi all’omologazione. ‘Voi siete gli ultimi che avete visto un operaio e un agricoltore in carne e ossa’: così disse, durante un intervento, Pasolini. Ora, come lui aveva capito, siamo tutti caratterizzati da un pensiero unico, quello del consumo, dell’egoismo, e del menefreghismo nei confronti degli altri.

Pur senza, doverosamente, generalizzare, a volte lo scenario politico e culturale che vediamo oggi sembra desolante: da profeti, quale strada ci indicano De André e Pasolini

Io penso che loro ci indichino uno sola strada, quella della verità. Questa è l’unica rivoluzione che si può fare oggi, perché nessuno la dice più, in un periodo in cui la realtà non conta più nulla, soppiantata da narrazioni di falsità e stupidaggini. Non c’è altro da fare, soprattutto in ambito politico. E poi, riscoprire la poesia che oggi, tra vite parallele ed esistenze che diventano ologrammi di noi stessi, non ha spazio. ‘Siamo tutti in pericolo’, ricordiamoci le ultime parole di Pier Paolo. Fabrizio e Pasolini ci presentavano il sacro, la poesia civile, la disperazione dell’umanità nel grido di Cristo in croce nei film di Pier Paolo: tutto questo porta alla verità, alla sincerità nei confronti dell’esistenza, che oggi è schiacciata dalla vacuità dell’apparenza.

Come ho premesso nella prima domanda, leggendo la nuova edizione, le mie domande sono aumentate, e devo diventare provocatorio. Ma c’è qualcosa che è sfuggito loro delle rivoluzioni degli anni ’60 e ’70, anche in ambito religioso? In fin dei conti, soprattutto dal concilio Vaticano II in poi, il potere ecclesiastico ha perso gran parte della sua efficacia a favore dell’idea che la Chiesa è composta dai suoi membri a tutti i livelli, compresi i laici, di cui ha rivalutato l’importanza

Loro si rifanno semplicemente al Vangelo e alla parola di Gesù Cristo. Come posso testimoniare anche io, perché c’ero in quegli anni, noi non sapevamo nulla del Concilio Vaticano II, che abbiamo cominciato a conoscere piano piano, e non guardavamo agli apparati ecclesiastici. A noi interessavano le persone, la loro coerenza, il loro messaggio. E’ qui che si entrava in conflitto con il potere, quando la coerenza veniva a mancare. Del resto, Fabrizio amava tanti amici preti, come Guccini con Zuppi: lui, ovviamente, guardava all’uomo, non alla carica. Lo stesso Pasolini, comunque, se ha girato ‘Il Vangelo secondo Matteo’, lo deve proprio al Concilio Vaticano II e al rapporto personale che ha avuto con i frati di Assisi.

Condividendo lo spirito del loro tempo, dalle pagine del libro emerge come Fabrizio e Pier Paolo siano stati molto critici con la borghesia e con lo Stato, nella sua eterna faccia democristiana. Fabrizio fu anche anarchico. Eppure, la borghesia espresse anche Ambrosoli, Boris Giuliano, Mario Francese, ‘eroi borghesi’

Anche in questo caso, loro guardavano alle persone, non c’era l’idea della borghesia come bersaglio ‘tout court’, che comunque esprimeva la cultura dell’epoca. La borghesia, negli anni ’60, ha espresso imprenditori innovativi che oggi si sogniamo: tra l’altro, guadagnavano tranta volte rispetto al salario di un operaio, non trecento, come oggi. Fabrizio, che in una tornata elettorale votò proprio per un candidato democristiano-perché lo reputava degno, fregandosene della sua appartenenza politica- poi, veniva da una famiglia borghese, con un padre imprenditore illuminato, quindi non poteva avere una concezione negativa di tutta la borghesia, ma solo di quella che contribuiva alla catastrofe antropologica che ha portato all’omologazione di tipo economico-commerciale. A casa di Fabrizio, trovavi chiunque: da Renzo Piano all’uomo di paese.

Mentre Faber sperimentò il sequestro e la vita contadina, Pasolini fu accusato di esaltare il proletariato ma di vivere come un borghese privilegiato: come rispondere?

E’ un’accusa del tutto infondata. Pasolini sperimentò la povertà, basti pensare alle difficoltà che ha vissuto dopo che gli fu tolta la possibilità di insegnare. La mamma dovette fare la cameriera per guadagnare due soldi. Pier Paolo ha patito la fame. Lui conosceva ciò di cui parlava, ci metteva la faccia. In Petrolio c’è, all’inizio, una lettera a Moravia. Con lui, infatti, si confrontava: Moravia, poi, era un illuminista. Mentre, però, l’autore degli ‘Indifferenti’, di notte, andava a dormire pensando a quanto aveva visto nelle sue esperienze e a come poteva raccontarle, Pasolini di notte entrava nella seconda fase della conoscenza, viveva le esperienze, quelle perifierie di cui parlava, con i vari ‘accattoni’. La catastrofe antropologica di cui parla, e che si compie dal 1968 al 1972, porta alla perdita di una società contadina, che non era così bella perché si soffriva, ma che aveva dei valori. Quindi nessuna nostalgia, ma perdita di una società reale e conosciuta che aveva portato Pasolini a incontrare, addirittura, come De André in una sua poesia inedita, il francescanesimo.

Da giornalista, come giudichi tutta la vicenda che ha interessato Sigfrido Ranucci, dall’attentato all’enorme clamore mediatico e politico?

E’ evidente che siamo di fronte a una commistione tra potere politico, economico e giornalistico: su questo credo che non ci siano dubbi. Non posso credere a una sola parola di quello che dice Lavitola. E’ un esempio di quello che succede dopo anni di massacro mediatico nei confronti dei giornalisti che si espongono. Non parlo delle legittime critiche, ma di una sorta di delegittimazione portata avanti, a esempio, da alcuni giornali di destra, magari editi da imprenditori impegnati in politica. Chi colpisce una persona, la mette fuori gioco, e può fare anche un favore a chi avversa quella persona. E’ sempre più difficile fare inchiesta, vi è un arretramento dell’informazione libera e, oggi, chi si confronta con un giornalista, magari, lo vede come un nemico e non ha più l’atteggiamento di rispetto che io, a esempio, ho consciuto.

Tra pochi giorni, il governo Meloni diventerà il più longevo dell’Italia repubblicana. Un suo ministro, Salvini, non ha mai nascosto la sua passione per De André, tanto da essere presente al suo ricordo all’Agnata pochi giorni fa, con tanto di polemica e di precisazione puntuale da parte di Dori Ghezzi. Mentre mi è semplice pensare a quale sarebbe potuta essere la posizione di Pasolini nei confronti di questa destra, mi incuriosice sapere da te come avrebbe vissuto Fabrizio questo traguardo di un governo di centro-destra, che ha avuto al centro del suo programma una visione così forte di tematiche come il contrasto all’immigrazione clandestina e la sovranità nazionale

Fabrizio non avrebbe avuto il minimo interesse a commentare delle statistiche, che non garantiscono nulla: il fascismo, a esempio, durò vent’anni, con gli enormi danni che ne sono derivati.

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