Da Dallas a due mesi dal voto, una guida per capire le elezioni di midterm

 di Francesca Basso e Viviana Mazza

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Siamo Francesca Basso e Viviana Mazza, corrispondenti del Corriere della Sera da Bruxelles e da Washington

Nei prossimi giorni leggerete i nostri articoli dalla convention di midterm dei repubblicani a Dallas. Ieri era Labor Day in America e il Labor Day segna formalmente l’inizio della stagione elettorale, in questo caso per il voto di midterm del 3 novembre che determinerà chi avrà il controllo del Congresso degli ultimi due anni di Trump.

Venerdì eravamo a un pranzo a Washington, con rappresentanti di diversi think tank del mondo della Difesa, democratici e conservatori, e tra loro (che ovviamente sono interessati a sapere quale Congresso si troveranno davanti) c’era l’aspettativa che il Congresso, che in questi due anni è stato in mano ai repubblicani, uscirà da queste elezioni probabilmente diviso: la Camera ai democratici e il Senato ai repubblicani.

I politologi dell’università Cornell, che non hanno sbagliato l’esito delle passate 14 elezioni del Congresso, dicono che il partito democratico ha l’80% delle probabilità di prendere il controllo la Camera ma il Senato è più difficile, anche se la recente attività nei prediction markets mostra che un crescente numero di persone scommette che i democratici conquisteranno sia la Camera che il Senato (48% di probabilità su Kashi, 52% su Polymarkjet).

Il redistricting (il ridisegno dei confini dei collegi elettorali) ha aiutato i repubblicani della Camera a costruirsi una sorta di muro che può frenare una piccola onda democratica, ma le indicazioni dicono che l’onda sarà più grossa e che spazzerà via la maggioranza repubblicana alla Camera. I repubblicani puntano sull’enorme vantaggio in termini di donazioni e finanziamenti elettorali e sul verdetto recente della Corte suprema che consente al partito di spendere molto di più direttamente a favore dei candidati. Ma a due mesi dal voto, i democratici si aspettano di vincere alla Camera, sempre che Trump resti impopolare e i repubblicani più vulnerabili non prendano le distanze da lui.

E qui entra in gioco l’evento di domani a Dallas: Trump ha chiamato i repubblicani a raccolta e come incoraggiamento a venire ha risparmiato ai candidati “in bilico” nelle elezioni di midterm di dover pagare 25mila dollari per partecipare. Il presidente parlerà entrambe le sere della convention (9 e 10 settembre), il vicepresidente Vance nella seconda serata. Ci saranno diversi membri del governo e i leader repubblicani della Camera, ma non c’è nella lista avuta in anteprima da Axios (anche se non è detto che sia definitiva) il leader della maggioranza al Senato John Thune, che Trump ha criticato in passato per non aver passato le leggi elettorali volute dallo stesso Trump. Tra i repubblicani che corrono nelle corse più competitive per il Senato non ci saranno Susan Collins (Maine) e John Sununu (New Hampshire), ma vedremo invece John Husted (Ohio), Ken Paxton (Texas), Mike Rogers (Michigan), Michael Whatley (North Carolina) e Mike Collins (Georgia). Trump ha vinto in tutti e cinque questi Stati nel 2024 ma sono considerati in bilico per il Senato insieme potenzialmente all’Iowa e all’Alaska.

C’è chi ha ribattezzato la campagna dei repubblicani “Ma gli altri sono peggio”, perché sperano di limitare i danni definendo “socialisti” ed “estremisti” i rivali. Cercheranno anche di portare l’attenzione sul costo della vita, elogiando l’attuale amministrazione Trump per i tagli alle tasse, la riduzione dei prezzi dei farmaci e i controlli al confine.  Molti americani però sono frustrati dal fatto che il presidente, con la sua attenzione spesso rivolta all’estero, sta trascurando i problemi economici interni. Alla convention sarà impossibile evitare di parlare di Iran, ma diranno che Trump l’ha fatto per proteggere gli americani. Alcuni di questi repubblicani in Stati o distretti in bilico si sono trovati ultimamente a dover contraddire Trump in tv su temi come l’Iran (quando sminuisce il peso della guerra sull’economia) o i data center (che il presidente appoggia senza riserve mentre i repubblicani cercano di trovare una posizione un po’ più critica visto che il 69% degli americani si dice contrario al fatto che questi capannoni pieni di server e computer per l’Intelligenza artificiale vengano costruirti dove vivono). Sull’Iran la maggioranza dei repubblicani resta con lui, ma la percentuale si è un po’ ridotta in questi sei mesi.  

Trump ha raccolto 400milioni di dollari con Maga Inc (una Super PAC a lui legata, ovvero un’organizzazione che raccoglie e spende grandi quantità di denaro per influenzare le elezioni) e di recente ha iniziato a spendere quei soldi per alcuni candidati (come Ken Paxton, in corsa per il Senato in Texas, a cui sono stati promessi 10 milioni) ma tanti altri non sanno ancora se il presidente li aiuterà. Sanno solo che non lo farà se prendono le distanze da lui, quindi stanno molto attenti a quello che dicono.

I repubblicani controllano il Senato con una maggioranza di 53 seggi, quindi i democratici devono conquistarne 4 per strappare la maggioranza. La strada più semplice è: innanzitutto non perdere negli Stati attualmente in bilico che sono già sotto controllo democratico al Senato, ovvero la Georgia e il Michigan (Jon Ossoff in Georgia sembra aver raggiunto un rassicurante vantaggio; in Michigan c’è un sostanziale testa a testa, con il socialista democratico Abdul Sayed che però dovrà assicurarsi una buona affluenza di giovani alle urne per compensare i boomer più scettici nei suoi confronti e che spesso votano più dei giovani); e poi i democratici devono strappare ai repubblicani quattro seggi se vogliono arrivare alla maggioranza di 51. I loro obiettivi principali sono la North Carolina (dove il democratico Roy Cooper è avanti di 8 punti percentuali su Michael Whatley, secondo la media dei sondaggi di Real Clear Politics), il Maine (vantaggio del democratico Troy Jackson di 2,3 punti), l’Ohio (vantaggio del democratico Sherrod Brown del 2,6%), il New Hampshire (2 punti per il candidato democratico Pappas), Iowa (dove invece è avanti il repubblicano per 1,8 punti) e anche il Texas (vantaggio di James Talarico di 2,4 punti su Paxton) e l’Alaska (Mary Peltola, democratica, è due punti avanti su Dan Sullivan, che si trova tra l’altro a sfidare un terzo candidato che paradossalmente si chiama anche lui Dan Sullivan).

Una strada plausibile sarebbe prendere North Carolina, Maine, Ohio e come quarto seggio il New Hampshire, oppure il Texas o l’Alaska; e tenersi ovviamente Georgia e Michigan. Molti di questi Stati sono fondamentalmente repubblicani, ma sono entrati in gioco in queste elezioni per via del clima anti-Trump, come pure delle dinamiche del midterm che puniscono spesso il partito al potere. Ma i democratici non hanno grandi margine di errore: rovesciare quattro seggi non è semplice nonostante l’entusiasmo attuale dei prediction markets. I democratici non possono vincere facendo leva sulla loro tradizionale coalizione, così il seminarista Talarico in Texas cerca di convincere anche gli indipendenti e coloro che non vanno mai a votare, come raccontammo a marzo quando siamo andati a vederlo vincere nelle primarie. Ma è difficile anche ignorare che prendere il Texas è un sogno dei democratici più volte frustrato.

Se Talarico ce la farà, questa vittoria al Senato lo proietterà verso la candidatura alla nomination democratica nelle presidenziali del 2028. Un altro candidato considerato papabile per il 2028 è Ossoff con il suo “centrismo combattivo”. Per cui queste elezioni di midterm porranno le basi per l’America che verrà dopo Trump (che anche il titolo del libro di Viviana in uscita domani con Bompiani).  

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